La decisione è arrivata in mattinata, nell’indifferenza di larga parte dell’arco parlamentare. Nessun distinguo, nessuna astensione: tutto regolare, tutto coperto. Un voto unanime che riaccende la polemica sull’uso dell’articolo 68 della Costituzione — quello che tutela la libertà di espressione dei parlamentari — come scudo giudiziario a uso politico.
La vicenda: da Le Iene alla querela
Nel giugno 2021, la trasmissione Le Iene dedica un’inchiesta a Fabrizio Pignalberi, fondatore del partito Più Italia, in passato alleato locale di Fratelli d’Italia. Il servizio racconta una serie di truffe che lo vedrebbero protagonista: una laurea in giurisprudenza mai riconosciuta in Italia, esercizio abusivo della professione legale, somme di denaro incassate da clienti fragili — anziani, madri separate — in cambio di promesse mai mantenute. Il quadro, per usare un eufemismo, è devastante.
La notte stessa, Giorgia Meloni twitta:
> “Fabrizio Pignalberi non ha più nulla a che fare con FdI da alcuni anni. Ciononostante non avremmo potuto immaginare che fosse un truffatore. Siamo pronti a costituirci parte civile nel processo contro di lui perché siamo parte lesa”.
Parole forti, che spingono Pignalberi a querelarla per diffamazione. Parte così il procedimento presso il Tribunale di Roma. Nel frattempo, però, la presidente del Consiglio — all’epoca ancora deputata — chiede alla Camera di bloccare tutto.
La difesa: “Tutelare il partito”
Meloni ha motivato la sua richiesta invocando il diritto-dovere di difendere la reputazione di Fratelli d’Italia, affermando di aver usato i social “per prendere immediatamente le dovute distanze” da un personaggio ritenuto ormai esterno al partito.
Un argomento che ha convinto la Giunta per le Autorizzazioni già nel gennaio scorso, quando si era pronunciata a favore dell’insindacabilità all’unanimità. Ora è arrivata la ratifica dell’Aula: la premier non dovrà più rispondere davanti ai giudici.
Ma Pignalberi è stato condannato
C’è però un dettaglio che rende la vicenda ancora più spinosa. Il 6 luglio 2023, il Tribunale di Frosinone ha effettivamente condannato Pignalberi a otto mesi di reclusione e 11.000 euro di multa per truffa ed esercizio abusivo della professione di avvocato, proprio in seguito a denunce scaturite dal servizio de Le Iene.
Ciò nonostante, il procedimento per diffamazione è andato avanti. E ora si chiude non per archiviazione o assoluzione, ma per un voto parlamentare che sottrae la leader di FdI alla giustizia ordinaria.
Con 277 voti favorevoli e nessun contrario, l’Aula della Camera ha blindato Giorgia Meloni: le sue parole su Fabrizio Pignalberi, pronunciate via social nel 2021, non saranno giudicate da un tribunale. Per la giunta per le Autorizzazioni e ora per l’intero Parlamento, si tratta infatti di opinioni “insindacabili”. Tradotto: la premier non andrà a processo per diffamazione. Il caso è archiviato.
Il paradosso
Il caso ha scatenato reazioni critiche da più parti. In molti ricordano quando la stessa Meloni, in diverse occasioni pubbliche, sosteneva che “chi ha la coscienza a posto non ha nulla da temere dalla magistratura”. Un mantra ribadito contro gli avversari, contro i giornalisti, contro i giudici “attivisti”.
E allora, si chiedono in tanti: perché chiedere l’immunità? Se Pignalberi è stato condannato, se le accuse erano fondate, se Meloni aveva detto la verità, non sarebbe stato più trasparente affrontare il processo e uscirne assolta?
Un voto bipartisan
La protezione parlamentare non ha riguardato solo la premier. Sempre nella seduta del 16 luglio, la Camera ha votato l’insindacabilità per Giovanni Donzelli (FdI) con 281 sì all’unanimità, e per Andrea Delmastro Delle Vedove, con 182 voti favorevoli e 98 contrari. Una sorta di pacchetto-casta, votato senza clamore.
Una giornata che segna un altro tassello in quella che per alcuni osservatori è ormai una “normalizzazione dell’immunità”, tornata da extrema ratio a riflesso condizionato del potere. E che lascia una domanda sospesa: se Giorgia Meloni può sottrarsi a un giudice grazie al voto dei colleghi, quale cittadino comune potrà ancora credere che la legge sia davvero uguale per tutti?
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VIDEO E Conclusione: una giustizia a due velocità
La vicenda Meloni-Pignalberi si chiude in Parlamento, non nei tribunali. E si chiude con un messaggio chiaro quanto inquietante: per chi ricopre ruoli di potere, la giustizia può essere aggirata attraverso gli strumenti istituzionali. Anche quando la verità dei fatti – come nel caso della condanna di Pignalberi – sembra dare ragione alla premier, il ricorso all’insindacabilità appare come un atto di sfiducia nei confronti della magistratura e della trasparenza.
Il caso non è isolato: la stessa seduta ha visto salvaguardare altri esponenti di Fratelli d’Italia, in un clima di unanimità silenziosa che racconta molto della direzione che sta prendendo la politica italiana. La normalizzazione dell’immunità parlamentare, da garanzia a riflesso automatico, mina la credibilità del principio di uguaglianza davanti alla legge.
A uscirne sconfitta, ancora una volta, è l’idea stessa di giustizia. E con essa, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche.



















