La crisi migratoria esplosa a Ceuta ha offerto a Giorgia Meloni l’occasione per rilanciare uno dei temi centrali della comunicazione del suo governo: l’allarme immigrazione. Ma dietro l’annuncio dei controlli sui passeggeri provenienti dalla Spagna emergono contraddizioni geografiche, giuridiche e politiche che fanno apparire il provvedimento più utile alla propaganda interna che alla sicurezza reale dell’Italia.
Il governo ha presentato la decisione come una risposta necessaria alla pressione migratoria registrata nell’enclave spagnola in Nord Africa. Tuttavia, la maggior parte delle persone entrate a Ceuta è stata ricondotta in Marocco, mentre le autorità europee e spagnole hanno precisato che non risultavano spostamenti significativi verso la Spagna continentale e, tanto meno, verso l’Italia.
Che cosa è accaduto a Ceuta
Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine tra il Marocco e Ceuta, territorio spagnolo situato sulla costa africana. Madrid ha dichiarato di aver ripreso rapidamente il controllo della situazione grazie anche alla collaborazione delle autorità marocchine.
Secondo i dati comunicati dal governo spagnolo, circa 48.300 persone sulle circa 50 mila entrate irregolarmente sarebbero tornate in Marocco, mentre meno di duemila sarebbero rimaste nell’enclave. L’emergenza, dunque, sarebbe stata quasi interamente circoscritta a Ceuta.
La stessa Commissione europea ha sostenuto che non vi fossero prove di un trasferimento dei migranti verso il continente europeo. Anche le ricostruzioni che attribuivano automaticamente l’ondata migratoria alle politiche di regolarizzazione del governo Sánchez sono state giudicate non dimostrate: la crisi potrebbe essere stata alimentata da reti di trafficanti, condizioni sociali in Marocco e informazioni distorte circolate tra i migranti.
La risposta del governo italiano
Nonostante l’emergenza fosse concentrata in un territorio africano distante dall’Italia, il governo Meloni ha introdotto per un mese controlli selettivi sui viaggiatori non comunitari provenienti dalla Spagna attraverso aeroporti e porti.
La misura non riguarda in modo generalizzato i cittadini spagnoli o europei, ma comporta verifiche documentali aggiuntive per alcuni passeggeri provenienti dalla Spagna. A Fiumicino, per esempio, gli agenti hanno iniziato a controllare i documenti sia all’uscita dagli aerei sia nelle aree successive al ritiro dei bagagli.
Meloni ha motivato la scelta parlando di tutela della sicurezza nazionale. Ma il collegamento concreto tra gli ingressi a Ceuta e un possibile afflusso in Italia rimane debole: Ceuta si trova in Africa, non è collegata direttamente alla penisola italiana e le autorità spagnole sostengono che quasi tutte le persone entrate siano già state rimpatriate.
La distanza tra l’emergenza e il provvedimento
È proprio questa sproporzione a rafforzare l’accusa di propaganda. L’Italia non confina con la Spagna e i migranti arrivati a Ceuta non avevano raggiunto Madrid, Barcellona o altri punti di partenza verso il nostro Paese.
Non si tratta quindi di bloccare una rotta migratoria già attiva verso l’Italia, ma di effettuare controlli su persone che viaggiano regolarmente su aerei e navi provenienti dalla Spagna.
Inoltre, Ceuta è un’enclave con una disciplina particolare rispetto allo spazio Schengen. Pedro Sánchez ha sottolineato che la città non fa parte pienamente dell’area di libera circolazione e che gli ingressi registrati lì non consentono automaticamente di spostarsi nel resto dell’Unione europea.
In altre parole, l’idea che decine di migliaia di persone potessero partire immediatamente da Ceuta e arrivare liberamente in Italia non trova riscontro nei dati diffusi dalle autorità.
Controlli spettacolari, efficacia limitata
Sul piano comunicativo, il messaggio del governo è semplice: “Chiudiamo le frontiere per proteggere gli italiani”. Sul piano pratico, però, la portata dell’intervento è assai più limitata.
Non è stata chiusa la frontiera con la Spagna e non sono stati sospesi i viaggi tra i due Paesi. Sono stati introdotti controlli temporanei e selettivi, concentrati soprattutto sui cittadini non europei.
Presentare questa misura come una vera “sospensione di Schengen” rischia quindi di produrre una percezione molto più drammatica rispetto al contenuto concreto del provvedimento. È un meccanismo comunicativo ricorrente: si annuncia una decisione dal forte valore simbolico, mentre l’effetto reale rimane circoscritto.
Anche le regole europee consentono il ripristino temporaneo dei controlli interni soltanto in presenza di una grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza interna e richiedono che la misura sia necessaria e proporzionata.
Le conseguenze per turisti e imprese
L’effetto più immediato rischia di ricadere sui passeggeri, sugli aeroporti e sulle compagnie di trasporto. In piena stagione estiva, ulteriori verifiche possono significare code, ritardi e disagi per chi arriva dalla Spagna.
La misura può inoltre creare incertezza nei rapporti economici e turistici tra due Paesi che appartengono alla stessa Unione e condividono lo spazio di libera circolazione.
Si tratta di costi concreti, mentre il beneficio in termini di contrasto all’immigrazione appare ancora tutto da dimostrare. Controllare a Fiumicino i documenti di persone sbarcate da voli provenienti da Madrid non interviene direttamente sulla frontiera tra Ceuta e il Marocco, dove si è verificata l’emergenza.
Il possibile obiettivo politico interno
La scelta di Meloni va letta anche nel quadro politico italiano. Il tema dell’immigrazione continua a rappresentare uno dei principali strumenti di mobilitazione dell’elettorato di destra.
Il governo si trova inoltre sotto pressione da parte delle componenti più radicali del centrodestra, pronte ad accusarlo di non aver realizzato le promesse sul blocco navale e sulla riduzione degli sbarchi. La presenza politica crescente dell’area legata a Roberto Vannacci può spingere la maggioranza a irrigidire ulteriormente la propria comunicazione. La Reuters ha collegato il provvedimento anche alla pressione esercitata dalla destra radicale sul governo.
Mostrare fermezza contro la Spagna consente dunque a Meloni di recuperare centralità sul tema dell’immigrazione, spostando il dibattito dalle difficoltà interne del governo a uno scontro internazionale facilmente spendibile sui social e nei talk show.
La contraddizione con il sovranismo
Il governo sostiene di agire in nome dell’interesse nazionale. Ma in questa vicenda l’Italia rischia di apparire più vicina alla linea politica di Donald Trump che a una strategia europea condivisa.
Sánchez è stato uno dei leader occidentali più critici verso le guerre e le scelte internazionali dell’amministrazione statunitense. La tensione tra Madrid e alcune destre europee si inserisce quindi in uno scontro politico più ampio.
Da questo punto di vista, la decisione italiana può essere interpretata non soltanto come una misura migratoria, ma come un segnale di schieramento: isolare Sánchez e rafforzare l’asse conservatore e nazionalista europeo.
La contraddizione è evidente. Il sovranismo dovrebbe significare autonomia nelle decisioni; invece l’Italia rischia di diventare un tassello di una strategia politica dettata da equilibri internazionali e competizioni ideologiche.
La replica della Spagna
Il governo spagnolo ha reagito duramente. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha parlato di “confusione interessata”, sostenendo che l’integrità dello spazio Schengen non fosse in pericolo e che la situazione a Ceuta fosse stata contenuta.
Sánchez ha accusato Meloni e altri leader europei di adottare risposte egoistiche e politicamente motivate. Ha inoltre chiesto un confronto urgente tra i ministri dell’Interno dell’Unione, sostenendo che un problema europeo non possa essere affrontato attraverso iniziative unilaterali e campagne contro un singolo Paese.
Madrid ha fatto notare anche un altro elemento: colpire i collegamenti con l’intera Spagna per una crisi verificatasi a Ceuta significa trattare come un’emergenza continentale un episodio avvenuto in un’enclave africana e già quasi completamente rientrato.
La propaganda costruita sulla paura
Il punto politico è proprio questo. Il governo Meloni trasforma una crisi localizzata e in via di risoluzione in un allarme nazionale italiano.
La comunicazione segue uno schema preciso:
si enfatizza il numero iniziale degli ingressi, si evita di sottolineare che quasi tutti sono stati ricondotti in Marocco, si lascia intendere che possano arrivare in Italia e si presenta il ripristino dei controlli come una decisione indispensabile.
Il risultato è un messaggio efficace ma fuorviante: l’Italia sarebbe minacciata da una massa di persone in movimento dalla Spagna, mentre le informazioni disponibili descrivono una situazione molto diversa.
La paura diventa così uno strumento politico. Non serve dimostrare che esista una rotta verso l’Italia: è sufficiente suggerirne la possibilità e annunciare una risposta muscolare.
Una misura che divide l’Europa
Le decisioni unilaterali rischiano inoltre di indebolire lo spazio Schengen, uno dei principali risultati dell’integrazione europea.
Se ogni Paese reintroducesse controlli contro un altro Stato membro ogni volta che si verifica una crisi migratoria a una frontiera esterna, la libera circolazione diventerebbe progressivamente più fragile.
L’Unione dispone già di strumenti comuni, tra cui Frontex, che nel 2026 ha rafforzato la propria presenza proprio in Spagna, Portogallo, Ceuta, Algeciras e Tarifa. L’operazione Minerva coinvolge esperti di quindici Paesi europei, compresa l’Italia, ed è finalizzata al controllo documentale e al contrasto della criminalità transfrontaliera.
Il governo italiano, dunque, partecipa già agli strumenti europei presenti sul territorio spagnolo. Scegliere contemporaneamente la strada dei controlli unilaterali appare soprattutto come una dichiarazione politica.
Il vero nodo: sicurezza o consenso?
La domanda decisiva è semplice: questa misura ridurrà concretamente l’immigrazione irregolare in Italia?
Al momento non esistono elementi sufficienti per sostenerlo. I migranti entrati a Ceuta non risultano diretti verso l’Italia, la maggioranza è tornata in Marocco e i controlli riguardano persone che viaggiano attraverso canali regolari.
Il provvedimento, invece, produce immediatamente un risultato comunicativo: Meloni può presentarsi come la leader che “chiude le frontiere”, attacca Sánchez e difende l’Italia da una minaccia esterna.
È questa la ragione per cui l’operazione appare soprattutto propagandistica. Un intervento dall’efficacia ancora incerta viene trasformato in una prova di forza, mentre le informazioni che ridimensionano l’emergenza restano sullo sfondo.
La politica migratoria viene così sostituita dalla rappresentazione della politica migratoria: non conta tanto risolvere il problema, quanto costruire l’immagine di un governo deciso, pronto ad alzare muri e controlli anche quando la minaccia concreta per l’Italia non è stata dimostrata.
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La decisione del governo Meloni di rafforzare temporaneamente i controlli sui passeggeri provenienti dalla Spagna appare sproporzionata rispetto alla reale evoluzione della crisi di Ceuta. La quasi totalità delle persone entrate nell’enclave è stata ricondotta in Marocco e, secondo le autorità spagnole ed europee, non risultano flussi significativi diretti verso il territorio continentale né, tantomeno, verso l’Italia.
Il provvedimento produce quindi un effetto politico e comunicativo più immediato rispetto a quello concreto sul contrasto all’immigrazione irregolare. Annunciare controlli alle frontiere consente al governo di mostrare fermezza, alimentare la percezione di un pericolo imminente e recuperare centralità su un tema identitario per l’elettorato di destra. Restano invece da dimostrare i benefici effettivi per la sicurezza nazionale, mentre sono già prevedibili disagi per passeggeri, aeroporti, compagnie di trasporto e rapporti tra due Paesi dell’Unione europea.
La questione supera così il singolo episodio di Ceuta. In gioco c’è il rischio di trasformare ogni emergenza migratoria localizzata in uno strumento di conflitto interno ed europeo, indebolendo progressivamente Schengen e sostituendo la cooperazione tra Stati con iniziative unilaterali dal forte valore simbolico.
La sicurezza richiede controlli proporzionati, dati verificabili e strategie coordinate. Quando invece la paura precede i fatti e la comunicazione prende il posto dell’efficacia, la politica migratoria rischia di diventare soprattutto rappresentazione: non la gestione concreta di un fenomeno complesso, ma la costruzione di un nemico utile a rafforzare il consenso.



















