Il vertice Nato di Ankara ha riaperto uno dei dossier più delicati per il governo italiano: l’aumento della spesa militare. Giorgia Meloni ha confermato che l’Italia intende rispettare gli impegni presi con l’Alleanza Atlantica, compreso l’obiettivo di arrivare al 5% del Pil in spese legate alla difesa entro il 2035.
Una cifra enorme, destinata a pesare sui conti pubblici italiani per molti anni. Proprio su questo punto si concentra la critica di Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete Pace e Disarmo, intervistato da Fanpage.it.
Secondo Vignarca, dietro la retorica del riarmo ci sarebbe un problema che il governo conosce bene ma evita di dire chiaramente: per raggiungere quell’obiettivo servirebbero risorse gigantesche, difficilissime da trovare senza aumentare le tasse o tagliare altre voci di spesa pubblica.
“Il riarmo ci costa 500 miliardi”
Il dato più pesante riguarda il costo complessivo dell’aumento.
Secondo i calcoli di Milex citati da Vignarca, portare la spesa militare italiana dal livello del 2% del Pil fino al 5% entro il 2035 comporterebbe un conto aggiuntivo di circa 498 miliardi di euro, arrotondati a 500 miliardi.
Non si tratta della spesa totale per la difesa, ma della differenza rispetto a quanto l’Italia spenderebbe già mantenendosi al 2%.
In altre parole, nei prossimi nove anni bisognerebbe trovare quasi mezzo trilione di euro in più rispetto allo scenario attuale.
Il problema politico per Meloni
La domanda centrale è: dove prendere questi soldi?
È qui che, secondo Rete Pace e Disarmo, si apre il problema politico più grande per il governo Meloni. L’Italia ha un debito pubblico elevato e margini di bilancio ridotti. Aumentare davvero la spesa militare in modo così rilevante significherebbe dover scegliere tra due strade molto impopolari: tagliare il welfare oppure aumentare le tasse.
Sanità, scuola, pensioni, lavoro, ricerca, politiche sociali: sono questi i settori che rischierebbero di finire sotto pressione se l’aumento della difesa venisse finanziato sottraendo risorse ad altri capitoli dello Stato.
E a un anno dalle elezioni, sottolinea Vignarca, nessun governo avrebbe interesse a presentarsi agli italiani annunciando tagli sociali o nuove imposte.
tarsi agli italiani annunciando tagli sociali o nuove imposte.
Il “gioco delle tre carte” sulle spese militari
Per questo, secondo l’attivista, il governo starebbe provando a rimescolare le carte.
Meloni ha spiegato che sarà l’Italia a decidere le proprie priorità e che parte della spesa potrà riguardare anche infrastrutture, energia, sicurezza e investimenti collegati alla difesa.
Per Rete Pace e Disarmo, però, questa impostazione rischia di diventare un modo per gonfiare artificialmente il perimetro della spesa militare, inserendo dentro la voce “difesa” anche capitoli che non sono direttamente armamenti o capacità militari.
In sostanza: non aumentare subito le tasse, non tagliare apertamente il welfare, ma spostare voci di bilancio e rinviare il conto vero.
Il confronto con la Spagna
Vignarca cita come esempio opposto la posizione della Spagna.
Il premier Pedro Sánchez avrebbe ribaltato il ragionamento: non partire da una percentuale astratta del Pil, ma dagli obiettivi concreti richiesti dalla Nato. Se l’Alleanza chiede determinate capacità militari, allora si stabilisca cosa serve davvero e quanto costa.
Secondo questa impostazione, il problema non è “spendere il 5%”, ma capire quali strumenti siano davvero necessari e quali no.
Per Vignarca, invece, il vertice Nato continua a ragionare al contrario: prima si decide una cifra enorme, poi si cerca di giustificarla.
“Perché il 5% e non il 4 o il 3,75?”
Uno dei punti centrali della critica riguarda l’assenza di una spiegazione strategica precisa.
Perché il 5% del Pil? Perché non il 4,5%, il 3,75% o il 5,5%?
Secondo Vignarca, non viene mai chiarito il rapporto tra la minaccia reale e la risposta militare necessaria. L’aumento della spesa viene presentato come inevitabile, ma senza spiegare quali capacità servano davvero, contro quale minaccia, con quali obiettivi e con quali priorità.
Il rischio, secondo Rete Pace e Disarmo, è quello di comprare “tutto” senza una strategia chiara: carri armati, droni, antimissile, sistemi navali, difesa aerea. Ma ogni minaccia richiede strumenti diversi.
Le industrie delle armi al centro del sistema
La critica più dura riguarda il ruolo dell’industria militare.
Secondo Vignarca, l’obiettivo reale del riarmo non sarebbe soltanto rafforzare la sicurezza della Nato, ma alimentare un enorme circuito economico a vantaggio delle industrie della difesa.
Il vertice di Ankara, infatti, ha visto anche la nascita di nuovi strumenti finanziari e investimenti internazionali legati al settore militare, compresa una banca dedicata alla difesa, alla sicurezza e alla resilienza.
Per Rete Pace e Disarmo, è il segnale di una trasformazione profonda: l’industria bellica non resta più sullo sfondo, ma entra direttamente al centro della strategia politica e finanziaria dell’Alleanza.
I soldi resteranno davvero in Italia?
Meloni ha sostenuto che gli investimenti potranno rimanere in Italia e sostenere le aziende nazionali.
Vignarca contesta questa lettura. Secondo lui, l’esperienza degli ultimi anni dimostrerebbe che una parte rilevante delle commesse militari finisce anche ad aziende straniere: tedesche, israeliane, americane e britanniche.
Quindi l’idea che il riarmo sia automaticamente un investimento tutto interno per l’economia italiana sarebbe, secondo la critica di Rete Pace e Disarmo, molto parziale.
La deterrenza e il rischio escalation
L’intervista affronta anche il tema della deterrenza.
Secondo Vignarca, l’idea che la pace si ottenga semplicemente aumentando la forza militare sarebbe smentita dai fatti. Più uno Stato si arma, più gli altri si sentono minacciati e reagiscono armando a loro volta.
È il cosiddetto paradosso della sicurezza: ogni Paese dice di armarsi per difendersi, ma il risultato complessivo è un aumento generale della tensione.
Per Rete Pace e Disarmo, questa logica porta a un’escalation permanente, non a una vera sicurezza.
Il nodo del nucleare
Un altro tema ritenuto decisivo è quello nucleare.
Vignarca sottolinea che la Nato resta un’alleanza nucleare perché alcuni suoi membri possiedono armi atomiche: Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Anche l’Italia è coinvolta, poiché ospita armi nucleari statunitensi sul proprio territorio.
Secondo l’attivista, parlare di autonomia europea dalla Nato o dagli Stati Uniti senza discutere del comando nucleare è una contraddizione. Finché il comando supremo alleato in Europa resta affidato a un militare americano, parlare di reale distacco da Washington sarebbe, nella sua lettura, pura propaganda.
La via alternativa: sicurezza attraverso cooperazione
Per Rete Pace e Disarmo, la vera alternativa al riarmo è costruire sicurezza attraverso cooperazione, diritto internazionale, diplomazia e istituzioni multilaterali.
Vignarca sostiene che le società moderne sono più sicure non perché ogni cittadino è più armato, ma perché esistono leggi, giustizia, mediazione e strumenti collettivi di protezione.
Lo stesso principio, secondo lui, dovrebbe valere nelle relazioni internazionali: non una corsa infinita agli armamenti, ma sistemi di cooperazione capaci di prevenire i conflitti.
Un tema destinato a pesare sulla campagna elettorale
Il punto politico è evidente: se il conto del riarmo è davvero vicino ai 500 miliardi aggiuntivi entro il 2035, il tema entrerà inevitabilmente nella campagna elettorale.
Le opposizioni potrebbero chiedere al governo di spiegare come intenda finanziare gli impegni Nato. Tagli alla sanità? Meno risorse per scuola e pensioni? Nuove tasse? Maggiore deficit?
Meloni, per ora, prova a mantenere una linea di equilibrio: confermare la fedeltà alla Nato, ma senza presentare agli italiani il conto immediato.
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Il vertice Nato di Ankara consegna all’Italia un impegno pesantissimo: aumentare la spesa per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2035.
Secondo Rete Pace e Disarmo, il costo aggiuntivo sarebbe di circa 500 miliardi di euro. Una cifra enorme, che rischia di aprire un conflitto politico durissimo su tasse, welfare, sanità, scuola e priorità nazionali.
La domanda resta una sola: chi pagherà il conto del riarmo?



















