Scontro acceso a In Onda sul caso Israele e Corte Penale Internazionale
La puntata di In Onda su La7 dedicata alla crisi di Gaza si è trasformata in un vero e proprio duello televisivo, con toni accesi e scambi serrati tra ospiti. Al centro, le accuse di crimini di guerra a Israele e il ruolo della Corte Penale Internazionale (CPI). In collegamento, il giornalista Stefano Feltri ha rivolto una domanda diretta a Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e vicepresidente della Camera:
“Se Netanyahu viene in Italia, noi lo arrestiamo, come chiede la Corte Penale Internazionale? Sì o no?”.
La risposta di Mulè è stata netta: “Secondo me, no. Faremmo un enorme errore”. Feltri, senza giri di parole, ha commentato: “Perfetto, abbiamo già la risposta sulle posizioni del governo italiano”.
La legittimità della CPI messa in discussione
Il parlamentare azzurro ha ribaltato la questione chiedendo: “Lei pensa che affidandoci alla Corte Penale Internazionale risolviamo il problema di Israele?”. Feltri ha replicato: “No, questo lo dicono il diritto internazionale e la legge italiana”. A intervenire è stata Tiziana Ferrario: “Se riconosciamo la Cpi, allora dobbiamo anche rispettare le inchieste”.
Mulè ha colto l’occasione per mettere in discussione l’istituzione: “Sappiamo che tipo di organizzazione sia. Basti vedere chi è il procuratore generale, uno che è andato via per scandali sessuali”. Il riferimento era a Karim Ahmad Khan, procuratore capo della CPI, attualmente in congedo disciplinare in attesa di un’inchiesta ONU.
Marianna Aprile ha fatto notare: “Se l’Italia aderisce alla Cpi, dovrebbe rispettarne le decisioni. Lei ne parla come di un organismo screditato”. Mulè ha rincarato la dose: “Andate a vedere i file aperti e mai conclusi con dittatori africani difesi dall’attuale procuratore generale, che prima li difendeva e il giorno dopo li accusava”.
“La Cpi non ha alcuna credibilità”
Il vicepresidente della Camera ha concluso la sua posizione con un attacco diretto: “Quindi, la Cpi non ha alcuna credibilità”. Feltri lo ha accusato apertamente: “Allora lei fa parte di un modello che è complice di un criminale di guerra”.
Aprile ha incalzato chiedendo: “Quindi usciremo dalla Cpi?”. Mulè ha risposto in modo spiazzante: “Non lo so. Se fossi al governo mi porrei il problema. Ma non sono al governo”. La conduttrice è intervenuta: “Come non è al governo? Lei è vicepresidente della Camera”. Mulè ha ribattuto: “Io dico solo che la Cpi è un organismo che non ha efficacia”.
Il nodo del riconoscimento della Palestina
Il confronto si è poi spostato sul tema della Palestina. Mulè ha dichiarato: “Non è uno Stato riconoscibile: non ha né il popolo, né il territorio, né la sovranità”. L’affermazione ha acceso le proteste in studio, con Luca Telese che ha replicato: “C’è un popolo sotto le bombe”.
Mulè ha ribattuto: “No, è un popolo soggiogato dai terroristi. La Palestina è uno Stato non democratico dove dal 2006 non si vota”. Feltri ha precisato: “Quella veramente è Gaza”, distinguendo la situazione territoriale.
Il contesto geopolitico e la posizione italiana
L’Italia, firmataria dello Statuto di Roma, è vincolata a rispettare le decisioni della Corte Penale Internazionale. Tuttavia, la sua applicazione pratica è influenzata dalle relazioni diplomatiche e dalle alleanze strategiche. Israele non riconosce la giurisdizione della CPI e considera le sue indagini una violazione della propria sovranità.
Roma, pur mantenendo rapporti ufficiali con la CPI, ha spesso adottato un approccio cauto nei confronti di indagini che coinvolgono Paesi alleati, soprattutto in scenari di alta tensione internazionale. Il caso Netanyahu si inserisce in questo quadro: applicare alla lettera il mandato d’arresto significherebbe esporsi a una crisi diplomatica con uno Stato con cui l’Italia intrattiene stretti legami economici, militari e di intelligence.
Quanto alla Palestina, la questione del riconoscimento divide da anni la politica italiana. Se molti Paesi europei, come Spagna e Svezia, hanno già riconosciuto lo Stato palestinese, l’Italia mantiene una posizione interlocutoria, dichiarandosi a favore della “soluzione a due Stati” ma senza un atto formale di riconoscimento.
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Il dibattito a In Onda ha messo a nudo la frattura tra principi di diritto internazionale e scelte di politica estera. Da un lato, la CPI e le norme che l’Italia si è impegnata a rispettare; dall’altro, la realpolitik, con i suoi equilibri e le sue priorità strategiche.
Le parole di Mulè, negando la possibilità di arrestare Netanyahu e mettendo in discussione il riconoscimento della Palestina, hanno polarizzato il confronto e mostrato come il governo – e parte della maggioranza – si muovano su un terreno scivoloso, cercando di non rompere con alleati chiave pur a costo di incrinare l’immagine dell’Italia come Paese pienamente rispettoso del diritto internazionale.



















