Giovane porta in tribunale il Ministro Matteo Salvini – Ecco perché e cosa accade… – VIDEO

Dario Costa, 21 anni, siciliano, è diventato suo malgrado un simbolo.
Molti lo ricordano per quel video rilanciato in piena estate dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini: un frame al rallentatore che lo ritraeva mentre protestava contro il progetto del Ponte sullo Stretto, trasformato in contenuto da scherno sui social del vicepremier.

Da quel momento, per il giovane attivista è iniziato un calvario: insulti, minacce, derisioni pubbliche, odio organizzato a colpi di commenti, meme, messaggi privati. Una gogna social originata non da un profilo qualsiasi, ma da un account istituzionale, quello di un ministro della Repubblica.

Oggi, a distanza di mesi, Dario ha deciso di rispondere non con un altro post, ma con un atto formale: ha querelato Matteo Salvini, assistito dall’avvocato Giorgio Leotti. Una scelta che lui stesso definisce non solo personale, ma profondamente politica nel senso più alto del termine: difendere il diritto di ogni cittadino a dissentire dal potere senza esserne messo alla berlina.

“Sappi contro chi ti stai mettendo”: la pressione e la scelta di non piegare la testa

Nel suo messaggio pubblico, Costa racconta il clima respirato da agosto in poi. Una frase, in particolare, ritorna come un ritornello inquietante:

“Ho perso il conto delle volte in cui dall’agosto scorso mi è stato detto: ‘Sappi contro chi ti stai mettendo’.”

Quella formula, che suona come avvertimento più che come consiglio, è diventata per Dario la misura di qualcosa che non funziona nel rapporto tra cittadini e istituzioni. La sua risposta, però, rovescia la prospettiva:

“Contro chi? Salvini è il vice premier del Paese di cui sono orgogliosamente cittadino, e comportamenti come quello che il ministro ha assunto nei miei riguardi non danno un briciolo di dignità e onore ad una delle massime figure governative del nostro Paese, e di conseguenza alla nazione intera.”

 

Nelle sue parole non c’è solo amarezza: c’è l’idea che la dignità delle istituzioni non sia proprietà di chi le occupa, ma un bene collettivo che si danneggia ogni volta che il potere usa il proprio megafono per indicare un singolo come bersaglio.

“La mia battaglia non è contro la persona di Salvini, ma contro un sistema malato”

Uno dei passaggi più forti della testimonianza di Dario Costa è la scelta di spostare il discorso dal livello personale a quello sistemico. Non cerca vendette, né ingaggia un duello privato: denuncia un modo di fare politica.

“La mia battaglia qui non è contro la persona di Salvini.
Questa è una battaglia contro un sistema malato che ha finito per normalizzare l’idea che la politica sia una cosa marcia e di poca dignità.”

Costa sottolinea un punto decisivo: al posto suo poteva esserci chiunque. Chiunque avesse espresso un dissenso visibile, chiunque fosse finito nel mirino di una narrazione che trasforma l’avversario – o semplicemente il contestatore – in bersaglio pubblico.

“Al mio posto ci sarebbe potuto essere chiunque e le conseguenze psicologiche nonché personali sarebbero potute essere ancor più disastrose.”

Non è solo la ferita personale, dunque, ma il messaggio pericoloso che passa: se critichi il potere, rischi di essere esposto alla folla digitale, con tutte le conseguenze in termini di odio, isolamento, paura.

“Un abuso politico e personale”: l’uso dei social come arma di delegittimazione

Nella ricostruzione dello studente, ciò che è avvenuto non è un normale scontro di idee, ma qualcosa di diverso e più grave: un “abuso politico e personale”.

Il ministro, racconta Dario, ha scelto di utilizzare il proprio profilo – e il proprio ruolo – per trasformare un momento di protesta legittima in un contenuto virale costruito per ridicolizzare e disumanizzare il manifestante. Da lì, l’effetto domino:

insulti,

minacce,

auguri di morte,

accuse di essere “pazzo”,

un clima ostile che travalica il limite del confronto democratico.


Costa rifiuta l’idea che si tratti di un “colpo della politica”, qualcosa a cui bisogna rassegnarsi perché “tanto da Salvini ce lo dobbiamo aspettare”. È proprio questa normalizzazione che lui considera intollerabile:

“Come siamo arrivati a tutto questo? A normalizzare un abuso politico e personale da parte di un ministro. Persino a dire che da Salvini ce lo dobbiamo aspettare. Io non me lo aspetto. Sono altre le cose che mi aspetto da un ministro: il rispetto, l’ascolto, la buona rappresentanza.”

Il ricorso alla legge: “Un atto doveroso per me e per la nazione intera”

La querela non è, nelle intenzioni di Dario, un gesto impulsivo, ma una scelta meditata.
Dopo mesi di messaggi, avvertimenti, e tentativi di minimizzare quanto accaduto, lo studente arriva a una conclusione:

“Ho concluso così che procedere per vie legali sia un atto doveroso per me e per il Paese, affinché ciò che è capitato a me non possa ripetersi.”

La dimensione personale e quella civile si sovrappongono: da un lato la tutela di sé stesso, dall’altro la volontà di tracciare un precedente, di affermare che nessun cittadino deve sentirsi intimidito dal potere politico solo per aver espresso dissenso.

Costa usa un’immagine antica, ma sempre attuale, per descrivere il rapporto di forze:

“Sono cosciente di quanto questa storia risuoni un po’ come Davide contro Golia, ma io ho ancora fiducia nell’Italia, nella frase solenne ‘La legge uguale per tutti’ che si può leggere in ogni aula di giustizia della penisola.”

È proprio quella scritta, spesso percepita come pura formula, che lo studente decide di prendere sul serio, fino in fondo.

Il diritto di protestare senza essere trasformati in bersagli

Al centro di questa vicenda non c’è solo il Ponte sullo Stretto, né la persona di Dario Costa o di Matteo Salvini. C’è qualcosa di più generale: il diritto di manifestare dissenso senza trasformarsi in bersaglio strutturale del potere e dei suoi follower.

La testimonianza del 21enne lo riassume con estrema chiarezza: la querela è anche un modo per ribadire che:

protestare contro un’opera pubblica è un diritto,

criticare un ministro è legittimo,

nessuno dovrebbe essere “punito” con una gogna digitale orchestrata dall’alto,

il linguaggio e gli strumenti della politica non possono scivolare nell’uso personale e punitivo.


Quando a indicare un singolo cittadino è una delle massime cariche del Paese, il rapporto di forza è impari. E questo squilibrio, nella lettura di Dario, non è compatibile con un’idea sana di democrazia.

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“Mai piegar la testa”: una vicenda che parla a tutti

La storia di Dario Costa non è solo quella di uno studente di 21 anni finito dentro il tritacarne dei social. È il racconto di un giovane che, di fronte a un potere percepito come intimidatorio, sceglie di non piegare la testa e di affidarsi agli strumenti che la democrazia mette a disposizione: la legge, i tribunali, il principio di uguaglianza.

Il suo messaggio finale è insieme lucido e ostinato:

la politica non deve essere “marcia e di poca dignità”;

le istituzioni devono rappresentare tutti, non umiliare i singoli;

il dissenso non è un reato, né un difetto di gioventù, ma parte essenziale della vita democratica.


In un clima in cui spesso si invita chi contesta a “farsi da parte” o a “fare attenzione a chi si tocca”, la decisione di Dario di querelare il ministro manda un segnale diverso: la cittadinanza non è sudditanza, e la frase “la legge è uguale per tutti” non è solo un motto su una parete, ma qualcosa che – si spera – possa essere messo alla prova dei fatti.

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