Giovane ragazzo scopre e svela il sistema di Fratelli D’italia – Ecco cosa mostra – Video shock

Il video di Luca Di Giuseppe, appartenente a Schierarsi (l’associazione fondata da Alessandro Di Battista), non si limita a una polemica “di pancia” sul caso Francesca Albanese. La sua è una critica più ampia e strutturata: non è in discussione solo una petizione, ma il modello con cui – secondo la denuncia – una parte del potere politico costruisce consenso, influenza e narrazione pubblica usando canali formalmente legittimi, ma sostanzialmente orientati.

Il cuore del messaggio è una tesi precisa: se un giornale o un sistema editoriale è finanziato (anche) da risorse pubbliche, non può comportarsi come un megafono di partito. E se lo fa, allora la questione non è più “opinione”, ma uso improprio di un bene collettivo.

1) La critica non è “Albanese sì o no”: è la selezione del nemico e il patriottismo a corrente alternata

Di Giuseppe parte dal caso Albanese per sottolineare una contraddizione politica: chi si presenta come forza “patriottica” e identitaria, secondo la sua lettura, non difende una cittadina italiana quando viene colpita da pressioni esterne e da campagne politiche internazionali, ma anzi – attraverso strumenti di mobilitazione – alimenta la richiesta di revoca del mandato.

Qui non conta solo la singola petizione: conta l’idea che il patriottismo venga usato come brand, ma applicato “a geometria variabile”. Il messaggio implicito della critica è: se sei patriota, lo sei sempre; se lo sei solo quando conviene, allora è marketing, non principio.

2) Il punto vero: come nasce una campagna e chi la spinge

Nel video, la denuncia si sposta subito dal contenuto alla macchina: chi rilancia, chi amplifica, quali circuiti mediatici lo trasformano in “tema del giorno”. È qui che entra la contestazione più dura: non l’esistenza di giornali schierati (che è fisiologica), ma il fatto che alcuni di questi – secondo la ricostruzione – operino dentro un perimetro economicamente sostenuto anche con soldi pubblici.

E questo è il merito politico: non è solo libertà di stampa; è rapporto tra potere e risorse comuni.

3) Fondazioni, organi, consigli: perché per Schierarsi non è una “coincidenza”

Quando nel discorso viene citata la Fondazione e la composizione dei suoi organismi, la tesi è: non sono mondi separati (politica da una parte, cultura/informazione dall’altra), ma vasi comunicanti.

La critica, nel merito, è questa:

una fondazione può essere un luogo legittimo di elaborazione culturale e politica;

un giornale può essere un soggetto libero di prendere posizione;

ma se questi strumenti sono di fatto integrati nella filiera di un partito, allora non possono presentarsi come neutrali o “civici”;

e soprattutto, se arrivano fondi pubblici, diventa un problema di equità e di trasparenza.


In altre parole: se è un giornale di partito, lo dica e si finanzi come tale; se prende soldi pubblici, deve rispondere a standard di indipendenza e pluralismo.

4) Il nodo economico: “paghiamo noi” significa conflitto d’interesse politico, non solo editoriale

La parte più pesante della critica sta qui: Di Giuseppe non sta dicendo “quel giornale è schierato” (accusa comune e spesso sterile). Sta dicendo qualcosa di più delicato: se i contributi pubblici finiscono a strutture che funzionano come strumenti di propaganda, il contribuente finanzia la campagna politica di qualcuno.

Questo, nel merito, significa tre cose:

a) Distorsione della concorrenza informativa
Se un soggetto riceve risorse pubbliche e le usa per rafforzare una linea politica, ottiene un vantaggio rispetto ad altri operatori che devono sostenersi solo sul mercato o su abbonamenti/donazioni.

b) Asimmetria democratica
Il rischio è che una parte politica disponga di “rami esterni” (fondazioni, canali, testate) che si muovono come estensioni della sua comunicazione, senza essere sottoposti agli stessi vincoli e alla stessa visibilità di una campagna ufficiale.

c) Confusione tra informazione e promozione
Se un organo editoriale diventa uno strumento per spingere petizioni, mobilitazioni e linee referendarie, la critica è che si traveste da informazione un’attività che assomiglia alla propaganda.

5) Perché, nella denuncia, il referendum diventa parte dello stesso “schema”

Il riferimento al referendum serve a rafforzare l’impianto accusatorio: non è un episodio isolato, ma un metodo ricorrente. La logica è: oggi Albanese, domani il Sì, dopodomani un’altra campagna. Il “sistema”, nel racconto, è la possibilità di attivare rapidamente strumenti comunicativi che sembrano civili o editoriali ma che, nei fatti, lavorano per un obiettivo politico.

E qui c’è una critica implicita ancora più netta: se la politica usa strutture sostenute da risorse pubbliche per fare campagna, allora la partita non è più ad armi pari.

6) La domanda finale che il video lascia sul tavolo

Al netto dei toni (anche volutamente provocatori), il merito della critica si condensa in una domanda:

è normale che denaro pubblico sostenga circuiti che, di fatto, agiscono come strumenti di parte?

E se la risposta è “sì, perché è legale”, allora la critica sposta il piano: forse è proprio la legge a essere sbagliata, oppure è insufficiente sul fronte di trasparenza, incompatibilità, separazione tra governance politica e strumenti editoriali.
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Il punto del video non è “una frase contro FdI”, né un semplice slogan. È una denuncia su come – secondo Schierarsi – si costruisce potere culturale e mediatico: una rete di soggetti formalmente distinti, ma politicamente convergenti, che può contare su risorse e visibilità.

E quando la denuncia arriva a dire “non è possibile usare denaro pubblico per finanziare giornali che sembrano giornali di partito”, il bersaglio non è una testata in sé: è l’idea che lo Stato finisca per pagare la comunicazione di chi governa.

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