In poco meno di un mese, dal 22 dicembre 2025 al 15 gennaio 2026, il comitato civico di cittadini che ha promosso una raccolta firme contro la riforma Nordio ha raggiunto l’obiettivo: 500.000 sottoscrizioni, il numero necessario per chiedere un referendum confermativo con iniziativa popolare. Un risultato che, oltre al dato numerico, riporta al centro una questione diventata subito politica: perché il governo ha fissato la data del voto al 22 e 23 marzo senza attendere la scadenza del termine per la raccolta firme? E soprattutto: cosa succede adesso, davvero?
Il punto che la comunicazione del comitato insiste a chiarire è proprio questo: non siamo davanti a una semplice “petizione” o a una mobilitazione simbolica. Le firme servono a un passaggio formale previsto dall’ordinamento, e il loro raggiungimento apre una fase procedurale complessa, dove entrano in gioco Cassazione, Tar e potenzialmente anche la Corte costituzionale.
Le 500mila firme in 25 giorni: il dato politico che cambia il clima
Il comitato rivendica un risultato ottenuto in 25 giorni, una velocità che viene letta come un segnale di mobilitazione reale e non marginale. Il messaggio che passa è: la partita non riguarda soltanto il merito della riforma, ma anche le regole e i tempi con cui si arriva al voto.
È qui che scatta la polemica sulla data: secondo la ricostruzione del comitato, fissare il referendum senza aspettare la scadenza piena della finestra prevista per la raccolta firme equivale a forzare i tempi e a ridurre lo spazio di discussione pubblica.
Perché il referendum è “obbligatorio” e cosa dice l’articolo 138 della Costituzione
Il quadro giuridico di base viene ricostruito in modo lineare. In base all’art. 138 della Costituzione, se una legge di revisione costituzionale non ottiene nella seconda votazione parlamentare la maggioranza dei due terzi, scatta la possibilità (e nei fatti la prassi consolidata) del referendum confermativo.
Non è un referendum “abrogativo” come quelli più conosciuti, ma un voto che serve a confermare o respingere una riforma costituzionale.
Chi può chiedere il referendum confermativo: tre strade previste
La Costituzione prevede che il referendum confermativo possa essere richiesto entro tre mesi da:
un quinto dei membri di una Camera, oppure
500.000 elettori, oppure
cinque Consigli regionali.
È un punto decisivo perché spiega l’origine dello scontro: in questo caso, un quinto dei parlamentari aveva già attivato la richiesta, e il governo ha utilizzato questo elemento per muoversi subito sulla data.
La prassi: “si aspetta sempre il termine dei tre mesi”
Il comitato insiste su una prassi che definisce consolidata: tradizionalmente, prima di fissare la data del referendum, si attende la scadenza della finestra completa dei tre mesi concessi per la raccolta firme popolare.
Secondo questa lettura, il fatto che i parlamentari avessero già attivato la procedura non dovrebbe automaticamente autorizzare ad “anticipare” la data a prescindere dalla possibilità che anche i cittadini esercitino la loro facoltà entro i tempi previsti.
Ed è qui che nasce il conflitto: l’esecutivo avrebbe scelto un’interpretazione rigida e accelerata, fissando il voto il 22 e 23 marzo senza aspettare il termine della raccolta firme (indicato dal comitato come fine gennaio).
Il ricorso al TAR: cosa è successo davvero e cosa può accadere il 27 gennaio
Dopo la decisione del governo sulla data, il comitato civico ha presentato un ricorso al TAR.
Un punto che la comunicazione insiste a chiarire è questo: il TAR non ha concesso la sospensiva urgente (cioè non ha bloccato immediatamente l’efficacia della delibera del governo), ma ha fissato una trattazione collegiale.
Per il comitato, questo significa che non è vero che il ricorso sia stato “bocciato” nel merito: semplicemente, non è stata accolta l’urgenza cautelare monocratica, ma la questione viene rimessa al collegio, che discuterà in camera di consiglio nella data indicata.
E qui arriva il punto cruciale: il TAR, in astratto, potrebbe anche annullare l’atto con cui il governo ha fissato la data. Se accadesse, il governo dovrebbe fissare una nuova data per il referendum.
Il nodo del quesito: perché si parla di “referendum oppositivo”
Oltre alla battaglia sulle date, c’è un’altra questione tecnica ma decisiva: il testo del quesito.
Secondo la ricostruzione del comitato, il quesito presentato dai cittadini sarebbe diverso rispetto a quello già approvato (in precedenza) su richiesta dei parlamentari. È per questo che viene usata l’espressione “referendum oppositivo”: i cittadini non si limitano a chiedere il referendum già attivato dai parlamentari, ma propongono un quesito differente, alternativo.
Ora la palla passa alla Cassazione, che deve valutare il testo depositato dai promotori e verificarne la correttezza formale.
È questo che alimenta l’incertezza sul percorso: se la Cassazione riconosce e valida il quesito presentato dal comitato, la dinamica può complicarsi ulteriormente, perché entrano in gioco quesiti non perfettamente coincidenti.
Se il TAR rigetta: l’ipotesi Consulta
Nel caso in cui il TAR respingesse il ricorso del comitato, la comunicazione indica la possibilità di portare la questione davanti alla Corte costituzionale.
Qui il messaggio è politico oltre che procedurale: la battaglia non finisce con un “no” alla sospensiva, ma prosegue lungo i canali di tutela previsti, fino ai livelli più alti di giudizio, se necessario.
La campagna: “votate NO” e l’appello ai video di Zagrebelsky
Accanto agli aspetti tecnici, resta la linea politica: il comitato invita esplicitamente a votare NO al referendum. E rilancia i contenuti divulgativi, citando i video di Zagrebelsky come materiale “di riferimento” per sostenere le ragioni del No e per aiutare chi è indeciso a orientarsi.
Il punto comunicativo è chiaro: spiegare le procedure per dimostrare che la questione delle date non sarebbe un dettaglio burocratico, ma un elemento che incide sulla qualità della partecipazione democratica.
VIDEO:
Leggi anche

Figuraccia OLIMPICA RAI – Ecco cosa è successo – Telemeloni colpisce ancora? L’accaduto shock
La cerimonia d’apertura di Milano-Cortina doveva essere la vetrina perfetta: spettacolo, orgoglio nazionale, racconto all’altezza di un evento planetario. E
VIDEO:
Le 500mila firme raggiunte in 25 giorni aprono una nuova fase e rafforzano il peso del comitato sul terreno politico e mediatico. Ora la partita si gioca su tre livelli paralleli:
1. TAR: il giudizio collegiale che può confermare o annullare la fissazione della data;
2. Cassazione: la verifica del quesito presentato dai promotori e la sua differenza rispetto a quello dei parlamentari;
3. Consulta (eventuale): l’ultima carta se il contenzioso dovesse salire di livello.
In sostanza: non è vero che tutto sia già deciso. Il referendum si avvicina, ma la guerra sulle regole — date, tempi, quesiti — è ancora apertissima. E proprio per questo, secondo il comitato, è fondamentale non solo “seguire”, ma partecipare: andando a votare e scegliendo NO.
ASCOLTATE ATTENTAMENTE IL VIDEO:


















