La giornata politica si infiamma attorno agli scontri di Torino e al modo in cui il governo sta costruendo la propria risposta: per Giuseppe Conte la vicenda viene usata come grimaldello per “guidare” il dibattito pubblico e preparare una nuova stretta securitaria. In una serie di interventi sui social e in dichiarazioni riprese dalle agenzie, il leader del M5S mette in fila tre livelli di attacco: la gestione politica e mediatica del caso Torino, l’annunciato pacchetto sicurezza in arrivo in Consiglio dei ministri e il contesto “referendario” sulla magistratura, che secondo lui renderebbe ancora più delicata qualsiasi pressione sulle toghe.
Il tono è netto: condanna “senza se e senza ma” l’aggressione ai poliziotti, solidarietà piena agli agenti feriti, ma critica l’uso politico dell’episodio e respinge l’idea che l’opposizione venga trascinata nel recinto della connivenza.
“48 ore di ossessione”: Torino come perno dell’agenda politica
Conte parte da un dato politico, prima ancora che di cronaca: da 48 ore – sostiene – si parla “ossessivamente” dei fatti di Torino, e il governo avrebbe concentrato tutto su questo, arrivando a programmare un Cdm per giovedì per varare un nuovo decreto. Il punto, nella sua lettura, è che l’esecutivo starebbe preordinando l’attenzione collettiva su un evento preciso per legittimare un giro di vite sulle manifestazioni che degenerano in violenza.
Conte chiarisce la posizione del M5S: condanna totale di qualsiasi violenza e dell’aggressione agli agenti. Ma avverte: condannare le violenze non significa accettare che si costruisca una risposta politica fatta di norme simboliche e propaganda.
La domanda che punta Meloni: “Perché si è precipitata solo adesso?”
Il passaggio più politico riguarda Giorgia Meloni. Conte chiede apertamente come mai la presidente del Consiglio si sia “precipitata” a richiamare l’attenzione mediatica su questo episodio, arrivando – dice – a “sollecitare la magistratura” e “metterla con le spalle al muro”. Nel suo ragionamento il contesto conta: “siamo in pieno clima referendario per quanto riguarda la magistratura”, quindi qualunque pressione o messaggio pubblico verso le toghe diventa ancora più esplosivo.
La domanda di Conte non è solo “perché ora?”, ma “perché in questo modo?”: solidarietà al poliziotto ferito, certo, ma perché non la stessa prontezza in altri contesti e per altre emergenze? È un’accusa di selettività politica: scegliere un caso, amplificarlo, e usarlo per indirizzare l’opinione pubblica.
“Si vuole una nuova stretta securitaria”: la critica al decreto annunciato
Conte lega il caso Torino al pacchetto sicurezza che il governo porterebbe in Cdm. Il suo sospetto è esplicito: si vuole “creare” una nuova stretta securitaria, mentre dietro ci sarebbe già un decreto sicurezza che “non ha risolto nulla”. In sostanza: si ripete la stessa ricetta, con più durezza, senza affrontare il bisogno reale di sicurezza dei cittadini.
Nella sua ricostruzione, il governo non sta costruendo soluzioni strutturali, ma sta producendo “segnali” e meccanismi comunicativi: un parossismo mediatico, un’ossessione, e da lì una stretta ulteriore. Conte insiste su un punto: il bisogno di sicurezza esiste ed è urgente, ma non si risponde con slogan né con norme che comprimono libertà e alimentano tensione sociale.
“Cauzione, scudo, fermo preventivo”: “Norme slogan” e rischio incostituzionalità
Nel merito, Conte attacca tre strumenti che ruotano nel dibattito sulla sicurezza.
Sulla cauzione, la battuta è tagliente: “solo i miliardari” potrebbero organizzare una manifestazione. La definisce una follia, una norma che rischia di essere anticostituzionale e di produrre un effetto perverso: invece di governare le piazze, spingerebbe a moltiplicare manifestazioni non autorizzate.
Sul cosiddetto scudo per le forze di polizia, Conte la mette così: è una “norma slogan” e sarebbe propaganda sulla pelle degli agenti. Il punto non è negare tutela, ma rifiutare un impianto che – nella sua lettura – scivolerebbe verso l’impunità per una categoria di pubblici ufficiali, cosa che giudica incompatibile con lo Stato di diritto.
Sul fermo preventivo, Conte lo descrive come un salto indietro verso una stagione repressiva: richiama la legge Reale del 1975, definendola un precedente “così repressivo” da essere poi abbandonato, e aggiunge: “qui siamo peggio”. La domanda politica diventa: dove vuole arrivare il governo?
L’accusa più pesante: “Opposizioni additate come conniventi”
Conte denuncia un clima in cui le forze di opposizione vengono accusate di connivenza con chi aggredisce poliziotti. Qui il leader M5S collega la polemica sul caso Torino al tema più ampio del linguaggio pubblico: se trasformi una manifestazione – anche enorme e composita – in una platea indistinta di “complici”, sposti il terreno dalla responsabilità individuale dei violenti alla delegittimazione politica di chi dissente.
Ed è in questo quadro che Conte inserisce anche un affondo sul servizio pubblico, chiamando in causa Bruno Vespa: chi fa servizio pubblico deve mostrarsi equilibrato, non modulare l’attenzione “a seconda del colore politico che ci piace”. Nella sua critica, Conte allarga il ragionamento: in tre anni di governo Meloni, sostiene, Vespa non avrebbe dedicato lo stesso tipo di attenzione a temi come Gaza. Il messaggio è: la neutralità del servizio pubblico non è un optional, soprattutto quando si parla di ordine pubblico e di scontri sociali.
Referendum sulla magistratura: “No convinto, riforma inutile e fatta per tutelare i politici”
Nel secondo filone, Conte passa al referendum: il M5S – dice – è per un “No convinto”, senza giri di parole. La riforma, secondo lui, non accelererà i processi, non porterà benefici ai cittadini e avrebbe un solo obiettivo politico: creare presupposti per “tutelare i politici” e gli “amici della maggioranza” dalle inchieste scomode.
Qui Conte inserisce anche una critica sulla partecipazione democratica: attacca la mancata possibilità di voto per i fuori sede (studenti, lavoratori, persone lontane dalla residenza per ragioni sanitarie), osservando che in passato era stato consentito e questa volta no. La conclusione è un appello a partecipare e votare, “mettere una bella croce sul No”.
Le “risposte vere” secondo Conte: reati procedibili d’ufficio e investimenti nelle forze di polizia
Conte prova anche a spostare il terreno dal “no” al “che cosa fareste voi”. E mette in elenco misure che, a suo dire, risponderebbero al bisogno diffuso di sicurezza senza trasformare il Paese in un laboratorio repressivo.
Tra le proposte citate c’è l’idea di ripristinare la procedibilità d’ufficio per alcuni reati (come scippi, furti, borseggi), così da non scaricare l’intero avvio dell’azione penale sulla denuncia di parte. Poi indica la necessità di investire davvero nelle forze dell’ordine: migliori dotazioni, organici completi, più presenza sul territorio. E richiama anche un “patto per la sicurezza” che, a suo dire, era stato proposto e bocciato dalla maggioranza.
Infine, Conte attacca quella che definisce “oscena norma” attribuita all’impianto Nordio–Meloni, sostenendo che complichi perfino gli arresti introducendo passaggi preventivi che indebolirebbero l’efficacia dell’azione immediata.
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Nel racconto di Conte, Torino non è solo cronaca: è il detonatore di una battaglia politica su sicurezza, libertà, informazione e referendum. Il leader M5S vuole inchiodare il governo su un doppio binario: da un lato la condanna della violenza, dall’altro il rifiuto di una risposta “a finanza zero” fatta di simboli e propaganda, che – sostiene – non protegge davvero né i cittadini né le divise.
E la domanda finale resta sospesa, perché è la più politica di tutte: se il governo sta davvero rispondendo a un bisogno reale di sicurezza, perché la sensazione – secondo Conte – è quella di un’operazione di indirizzo del dibattito pubblico? Se vuoi, posso rendere il pezzo ancora più “graffiante” nello stile (più taglio da post/editoriale), mantenendo però solo e soltanto le frasi e i concetti presenti nelle agenzie che hai incollato, senza aggiungere nulla.


















