Il doppio fronte – sicurezza e riforma della giustizia – si salda in un unico attacco politico. Giuseppe Conte torna a colpire il governo Meloni accusandolo di costruire una narrazione “muscolare” sull’ordine pubblico per stringere le maglie del dissenso, mentre – sostiene – resterebbero scoperti i bisogni reali di chi vive l’insicurezza quotidiana nelle periferie e nei centri storici. E, nello stesso discorso, lega la partita del decreto sicurezza al referendum confermativo sulla riforma della giustizia: una riforma che, secondo il leader del Movimento 5 Stelle, nasconderebbe un disegno preciso, quello di ridurre l’autonomia della magistratura e allargare lo spazio di impunità della politica.
Le parole arrivano a margine della presentazione al Senato del libro “Divide et impera. La separazione delle carriere e i rischi di eterogenesi dei fini” di Pietro Gurrieri, occasione che diventa subito un punto di raccolta per le opposizioni: con Conte partecipano anche il deputato M5S Federico Cafiero De Raho e la responsabile Giustizia del PD Debora Serracchiani. Il messaggio, però, è chiaro: non è un dibattito accademico, ma una battaglia sul potere e sui contrappesi.
“Stretta di vite” sul dissenso, vuoto sui problemi reali
Il primo affondo riguarda la sicurezza intesa come cornice politica. Conte contesta l’impostazione dell’esecutivo: secondo lui, la maggioranza “prende in giro i cittadini” perché parla di ordine e di legalità ma concentra le energie su misure che irrigidiscono la gestione delle manifestazioni, della protesta, della contestazione. L’idea che ripete è netta: si punta a “impedire le manifestazioni di dissenso” più che a risolvere le condizioni di insicurezza che, nella vita concreta, rendono difficile “uscire la sera” in molti quartieri.
In questa chiave, Conte prova a ribaltare la retorica securitaria: non nega il tema, ma lo sposta. La sicurezza non sarebbe il palco su cui mettere bandierine, bensì un insieme di risposte su degrado, marginalità, servizi, presenza dello Stato nei territori. E qui inserisce la critica più politica: il governo – dice – si occupa della sicurezza “come identità”, ma non della sicurezza “come diritto”.
Il referendum sulla giustizia come “disegno politico”
Il punto centrale, però, è la riforma della giustizia e il referendum di marzo. Conte non si limita a dire che il M5S voterà No: costruisce un frame più ambizioso, quello del “disegno” che starebbe dietro il testo. Anche perché – ammette – la separazione delle carriere esiste in altri ordinamenti. Ma, aggiunge, la differenza non sta nell’etichetta: sta nell’obiettivo.
Per Conte la riforma va letta dentro una tradizione ideologica di destra che, nel tempo, avrebbe cercato di ridimensionare il potere giudiziario quando diventa scomodo. E qui fa un passaggio volutamente urticante: richiama il tema del “Piano di rinascita” della P2, sostenendo che lì si troverebbe la logica della separazione del pubblico ministero dal corpo giudicante. È una citazione che non mira tanto alla filologia quanto al messaggio politico: Conte vuole dire che non siamo davanti a una riforma “tecnica”, ma a una riforma “di potere”.
“Vogliono contrastare le ‘ingerenze’ della magistratura”: la lettura di Conte
Il leader M5S collega il cuore del progetto alle parole che attribuisce alla maggioranza: la riforma servirebbe a contrastare quelle che Nordio e Meloni definirebbero “ingerenze” o “invasioni di campo” della magistratura. Conte traduce così: l’obiettivo sarebbe consentire ai politici di “scorazzare liberamente” senza rispondere a nessuna autorità giudiziaria.
È la frase più forte, quella che dà il titolo implicito allo scontro: non si discute solo del CSM o degli assetti disciplinari, ma del principio “la legge è uguale per tutti”. Conte insiste su questo punto come linea identitaria: se la politica prova a sottrarsi ai controlli, allora il referendum diventa una chiamata alle armi civica. Per questo, conclude, il M5S voterà No “compatti”.
La convergenza con il PD: Serracchiani parla di difesa della Costituzione
Accanto a Conte, Debora Serracchiani sposa un’impostazione simile, pur con il linguaggio tipico del PD: secondo la responsabile Giustizia dem, il governo vorrebbe “cambiare la Costituzione incidendo sull’indipendenza della magistratura”, un’indipendenza che – sostiene – viene attaccata “ogni giorno”. Anche qui il punto non è solo tecnico: è costituzionale e democratico.
Il “No” viene presentato come difesa dei pilastri: separazione dei poteri, autonomia della magistratura, garanzie. È la cornice che rende possibile una convergenza politica tra opposizioni, almeno su questa battaglia: non una somma di sigle, ma un fronte contro un’impostazione considerata pericolosa.
Sicurezza e giustizia: la stessa partita, secondo Conte
La mossa politica di Conte è legare due dossier che, nella comunicazione del governo, sono spesso separati: decreto sicurezza e riforma della giustizia. Nel suo racconto, invece, sono lo stesso film con due finali: restringere gli spazi del conflitto sociale da un lato, ridurre la capacità di controllo dell’autorità giudiziaria dall’altro.
È una tesi che mira a spostare l’attenzione dal “reato” alla “regola”: non solo come si punisce, ma chi decide e chi viene controllato. E qui si innesta la critica alla propaganda: per Conte, il governo usa l’ordine pubblico come leva emotiva e la riforma come leva strutturale, per ridefinire un equilibrio a favore della politica.
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Le parole di Conte fotografano un passaggio: la campagna sul referendum sta cambiando pelle. Non è più (solo) un confronto tra addetti ai lavori, ma una battaglia narrativa su Costituzione, dissenso e potere. Il governo punta a presentare la riforma come “modernizzazione” e “garanzia”; Conte e una parte delle opposizioni la descrivono come “disegno” per allentare i controlli e alzare barriere contro la protesta.
E proprio perché la posta in gioco viene raccontata così – non come riforma settoriale, ma come spostamento di potere tra politica e giustizia – i toni sono destinati a salire. Da qui a marzo, ogni episodio di cronaca, ogni scontro di piazza, ogni card social, ogni dichiarazione istituzionale rischierà di diventare benzina: non per spiegare la riforma, ma per usarla. E Conte, oggi, ha scelto di stare esattamente lì: nel punto in cui la propaganda incontra la paura e la trasforma in voto.




















