Nell’Aula della Camera, durante le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre, Giuseppe Conte ha trasformato la dichiarazione di voto del M5s in un vero e proprio atto d’accusa contro il governo.
Nel mirino del leader pentastellato sono finiti praticamente tutti i dossier caldi: guerra in Ucraina, gestione degli asset russi, sicurezza interna, Pnrr, sanità, Mezzogiorno, fino ai casi Santanchè, Crosetto e alla corruzione in Sicilia.
L’ex premier si presenta come il capo di un’opposizione “responsabile ma inflessibile”, accusando il governo di «calcolatrice rotta», di aver scelto il riarmo a scapito di salari e welfare, e di esporsi a scelte “pericolosissime” sul fronte internazionale.
Il monito sugli asset russi: “Firma pericolosissima”
La parte più netta del suo intervento riguarda gli asset russi congelati dall’Unione europea. Conte rinfaccia alla premier le «firme irresponsabili» sugli impegni militari presi in questi anni senza un mandato esplicito degli elettori né un pieno coinvolgimento del Parlamento.
Da qui l’avvertimento: Meloni – dice – deve «stare attenta alle firme che mette a nome degli italiani sugli asset russi», perché un eventuale utilizzo o confisca definitiva di quei fondi sarebbe «una cosa pericolosissima» per il nostro Paese.
Il messaggio è doppio: giuridico, perché tocca il tema del diritto internazionale e dei possibili contenziosi, e politico, perché dipinge la premier come una leader pronta a impegnare l’Italia in scelte irreversibili senza un dibattito pubblico adeguato.
Ucraina e centro-sinistra: “Noi supereremo le differenze, voi non ci siete riusciti”
Sul fronte della guerra in Ucraina, Conte rimarca le divisioni interne alla maggioranza e capovolge l’accusa spesso rivolta al cosiddetto “campo largo”.
Agli alleati di governo chiede come sia possibile, dopo tre anni di conflitto, non avere ancora una linea chiara e condivisa.
Rivendica invece che, quando il centrosinistra si presenterà agli elettori come possibile alternativa, dovrà arrivare con una posizione unitaria sul dossier ucraino. In sostanza: le differenze tra Pd, M5s e alleati – assicura – saranno composte, mentre quelle nella coalizione di destra sarebbero ancora tutte aperte.
“Più rapine e stupri: come potete restare impassibili?”
Il leader M5s cambia poi registro e porta il discorso su salari, welfare e sicurezza interna.
Ricorda le proposte del Movimento – no tax area fino a 20 mila euro, aumento dell’assegno unico per i figli, investimenti seri in sanità – per accusare il governo di non averle nemmeno considerate, preferendo destinare risorse alla spesa militare.
Collega tutto a un quadro sociale che giudica in deterioramento: parla di «aumento degli scippi, delle rapine, degli stupri» e domanda alla maggioranza «come potete rimanere impassibili?». È il tentativo di rovesciare la narrazione del centrodestra, che ha fatto della sicurezza uno dei propri cavalli di battaglia.
Il caso Santanchè: “Cerca le truffe? Guardi nel suo governo”
Un passaggio particolarmente duro è quello su Daniela Santanchè. Conte ricorda che la premier, parlando dello scandalo sulle mascherine, ha evocato truffe e raggiri ai danni dello Stato.
Da qui l’affondo: se Meloni vuole davvero combattere le truffe, come può «tenersi al suo fianco la ministra Santanchè», indagata per truffa aggravata sui fondi Inps?
Il messaggio politico è chiaro: il governo predica rigore e legalità, ma – secondo l’ex premier – non è disposto a chiedere un passo indietro a chi è coinvolto in inchieste delicate.
Crosetto e la lobby delle armi
Sul terreno della difesa, Conte risponde alle accuse rivolte dal governo ad alcuni ex esponenti M5s che sarebbero finiti a lavorare per l’industria bellica.
Ribalta l’argomento: a preoccuparlo non sono i politici che, dopo il mandato, passano alle lobby delle armi, ma «chi dalle lobby delle armi passa alla politica».
Il riferimento è diretto a Guido Crosetto, definito «il primo lobbista» messo al vertice del Ministero della Difesa. Una frase che rievoca il passato del ministro come presidente di Aiad (la federazione delle aziende italiane per l’aerospazio e la difesa) e che punta a minarne la credibilità come figura super partes.
Sicilia e corruzione: “Se le fa schifo, azzeri la giunta”
Conte chiama in causa anche il caso Sicilia. Ricorda che, ad Atreju, Meloni ha detto che «la corruzione le fa schifo».
Se quell’affermazione è sincera, sostiene l’ex premier, la conseguenza dovrebbe essere l’azzeramento della giunta regionale, alla luce delle inchieste che toccano appalti – anche in sanità – e dei rapporti con figure come Totò Cuffaro.
Qui l’obiettivo è mostrare una distanza tra parole e fatti: una premier che condanna la corruzione a livello di principio ma che, nelle scelte concrete, resta – agli occhi di Conte – indulgente con gli alleati coinvolti nei casi giudiziari.
Il Sud dimenticato e il grande assente: il Pnrr
Altro punto sensibile è il Mezzogiorno. Conte contesta a Meloni di aver elencato «strabilianti risultati» per il Sud senza citare nemmeno una volta il Pnrr, definito «soldi che abbiamo portato noi».
Torna così la metafora della «calcolatrice rotta»: la premier, secondo il leader M5s, esibisce numeri entusiastici mentre «gli stipendi reali crollano» e la spesa militare cresce. Senza il Pnrr, insiste, l’Italia sarebbe «in recessione».
È un modo per rivendicare la paternità politica del piano di ripresa e, al tempo stesso, accusare il governo di non saperlo utilizzare fino in fondo per ridurre i divari territoriali.
Una premier senza strategia in Europa?
Sulla guerra in Ucraina e sul ruolo dell’Europa, Conte rimprovera a Meloni di non avere una strategia autonoma.
Accusa la presidente del Consiglio di «stare nel mezzo», aspettando di intestarsi qualsiasi soluzione verrà fuori dai negoziati internazionali.
Un atteggiamento che, a suo giudizio, non farà crescere né l’Italia né l’Unione europea, perché rinuncia a proporre una via politica chiara per il cessate il fuoco e la costruzione di una pace credibile.
Atreju e il confronto mancato
Non manca un riferimento alla festa di Atreju, dove Conte era stato invitato e si era presentato per un faccia a faccia pubblico con la premier.
Ricorda che «con la presidente del Consiglio avremmo avuto l’occasione di confrontarci dal palco della sua festa, ma non si è presentata», sottolineando che anche in Aula, dopo le comunicazioni, Meloni si è allontanata.
È un modo per rivendicare la disponibilità al confronto diretto e, insieme, per dipingere la premier come una leader che preferisce i monologhi ai duelli politici alla pari.
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Nel complesso, l’intervento di Giuseppe Conte alla Camera è un fuoco di fila che unisce dossier internazionali e questioni interne, economia e legalità, Mezzogiorno e università.
Il filo rosso è uno solo: secondo il leader M5s, dopo tre anni di governo Meloni l’Italia sarebbe più povera, più insicura, più esposta a rischi internazionali, e guidata da una classe dirigente che predica rigore ma tollera contraddizioni e zone grigie al proprio interno.
In vista del Consiglio europeo e delle sfide del 2026, Conte prova così a ritagliarsi il ruolo di principale oppositore della premier: un capo politico che contesta non solo le singole misure, ma l’intera impostazione del governo, invitando Meloni – è il sottotesto di tutto il discorso – a “fare meno propaganda e più politica”, a partire dal rispetto dei cittadini, del Parlamento e dei limiti che la Costituzione impone a chi firma decisioni in nome dell’Italia.



















