Giuseppe conte senza freni denuncia tutto davanti ai Giornalisti – Sul governo… – VIDEO

Una frase, un video, e nel giro di poche ore la polemica esplode.
Da un lato Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, che denuncia il “fallimento” del governo italiano e dell’Unione europea sulla guerra in Ucraina e sostiene che ormai sia meglio “lasciare che siano gli Stati Uniti a condurre il negoziato”. Dall’altro, non solo il centrodestra, ma anche voci del fronte europeista e liberal-progressista che accusano l’ex premier di essersi avvicinato pericolosamente alla linea di Donald Trump, il presidente Usa che in questi giorni ha definito l’Europa “debole e in decadenza” e minaccia di ridurre gli aiuti a Kiev.

Non è la prima volta che Conte attacca l’impostazione “militare” della risposta occidentale all’invasione russa. Ma questa volta il bersaglio è direttamente l’Europa, e il riferimento esplicito al ruolo di Trump trasforma una posizione già controcorrente in un caso politico che attraversa anche la sinistra e il campo progressista.

Cosa ha detto Conte: “Fallimento di governo e Ue, serve un negoziato guidato dagli Usa”

Le dichiarazioni arrivano a margine di una conferenza stampa alla Camera. Conte parla di Ucraina e pronuncia una serie di giudizi molto netti:

accusa il governo italiano e i partner europei di aver “fallito” puntando solo su invio di armi e spese militari;

sostiene che l’Europa abbia fatto una “scommessa militare” sulla vittoria di Kiev, senza costruire in parallelo un percorso politico credibile;

afferma che l’Unione è oggi “completamente disorientata” sulla guerra;

conclude che, a questo punto, conviene lasciare la guida del negoziato agli Stati Uniti, rinunciando di fatto a un ruolo autonomo europeo.


Conte non si limita a una critica tecnica. Parla di “fallimento” vero e proprio, sul piano sia politico che strategico, e collega la scelta di puntare sulle forniture militari alla rinuncia di usare quelle risorse per salari, sanità, riduzione delle liste d’attesa e politiche sociali.

Il suo è un doppio atto d’accusa:

1. verso chi, in Europa, avrebbe costruito una “economia di guerra” a scapito del welfare;


2. verso la premier Giorgia Meloni, accusata di stare “nel mezzo, silente”, in attesa di capire da che parte girerà il vento per poi intestarsi il risultato.

 

 

L’interpretazione di Conte: meno armi, più politica

Dietro la formula “lasciamo che gli Usa conducano il negoziato” c’è la linea che Conte porta avanti da tempo:

il sostegno militare all’Ucraina non può essere l’unico strumento;

la guerra sta entrando in una fase di stallo devastante, con costi umani ed economici enormi;

senza un vero piano politico, l’Europa rischia di restare spettatrice, dipendente dagli umori della Casa Bianca.


In questa chiave, Conte sostiene che se l’Europa non ha saputo (o voluto) costruire una propria proposta di pace, è inutile continuare a fingere di essere protagonista: meglio riconoscere la realtà e spingere gli Stati Uniti – che restano l’attore decisivo sul piano militare e diplomatico – ad assumersi in pieno la responsabilità dei negoziati.

Il suo discorso, però, cade in un contesto particolare: quello di una Casa Bianca guidata da un Trump che ciò che propone non è una pace “equa”, ma una riduzione drastica del sostegno a Kiev, la richiesta di concessioni territoriali all’Ucraina e un ridimensionamento del ruolo dell’Europa nell’alleanza occidentale.

È qui che si apre lo scontro politico.

Le critiche di Magi (+Europa): “Affermazioni inaccettabili, non è una partita di calcio”

Uno dei primi attacchi a Conte arriva da Riccardo Magi, segretario di +Europa, ospite a L’Aria che tira su La7.

Magi definisce le parole dell’ex premier “inaccettabili e irresponsabili”, e contesta punto per punto la sua impostazione:

non è vero, dice, che l’Europa avrebbe “puntato sulla vittoria” come in una scommessa sportiva;

si tratta invece di sostenere un Paese invaso militarmente ai confini dell’Unione;

in gioco non c’è solo il destino dell’Ucraina, ma la sicurezza dell’intera Europa.


Dal punto di vista del leader di +Europa, l’errore non è stato “fare troppo” per Kiev, ma semmai non aver costruito una vera Europa politica:

l’Unione non ha sovranità piena su difesa e politica estera, e quindi non può decidere in modo unitario;

l’attacco di Trump all’Europa dovrebbe spingere a più integrazione, non a delegare proprio a Washington il futuro del conflitto;

i nazionalisti – inclusa Meloni – vivono un cortocircuito: accusano l’Ue di essere debole e di non decidere, ma allo stesso tempo si oppongono a qualsiasi passo verso un’unione politica che la renderebbe più forte.


Magi legge le parole di Conte come una pericolosa convergenza con la narrativa trumpiana: un’Europa incapace e un presidente Usa che deve “mettere ordine”, anche a costo di imporre una pace che potrebbe tradursi in concessioni a Mosca.

L’ironia amara di Gori: “Lasciamo fare a Trump? Certo, ha a cuore il futuro dell’Europa…”

Alle critiche di +Europa si aggiungono quelle di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo e figura di riferimento nell’area riformista del centrosinistra.

Con un post dai toni sarcastici, Gori scrive:

“Ma sì, lasciamo che sia Trump a condurre il negoziato, e noi stiamone fuori! Lasciamo che sia lui, che tanto ha a cuore le sorti dell’Ucraina e il futuro dell’Europa”.

Dietro l’ironia c’è un giudizio politico molto duro: secondo Gori, Trump non è un garante credibile né per l’Ucraina né per il progetto europeo. È il presidente che:

attacca apertamente l’Unione, definendola “debole” e “in decadenza”;

mette in discussione la continuità del sostegno militare a Kiev;

promuove una visione delle relazioni internazionali in cui conta solo il rapporto bilaterale di forza, non il rispetto del diritto internazionale.


Per questa parte del centrosinistra, l’idea di “lasciare fare a Trump” rischia di significare, in concreto, accettare un negoziato in cui l’Europa è relegata a comparsa e in cui le garanzie per Kiev potrebbero essere sacrificate a logiche di scambio geopolitico (contenimento della Cina, riorientamento delle priorità americane, ecc.).

Conte, “pace subito” e la frattura nel campo progressista

Le parole di Conte non sono solo l’ennesimo capitolo della polemica sull’Ucraina: si inseriscono in una divisione di fondo che attraversa il campo progressista italiano ed europeo.

Da un lato c’è:

chi, come il M5S, insiste sulla necessità di raffreddare la dimensione militare, avviare un negoziato e spostare risorse dal riarmo al welfare;

chi considera ormai fallimentare la strategia basata su forniture di armi senza una chiara prospettiva politica.


Dall’altro, una parte della sinistra e del centro liberale ed europeista ritiene che:

mettere in discussione ora il sostegno militare significhi indebolire Kiev proprio mentre la Russia mantiene capacità offensive;

invocare Trump come “gestore del negoziato” finisce oggettivamente per riconoscergli una leadership che l’Europa dovrebbe invece contestare e bilanciare, non assecondare.


Il risultato è una frattura che non corre solo tra maggioranza e opposizione, ma dentro l’opposizione stessa. Sul tema della guerra e della pace, PD, +Europa, parte del mondo civico europeista da un lato, e M5S dall’altro, parlano ormai linguaggi diversi:

i primi insistono sulla centralità dell’Unione e della Nato come cornici di sicurezza;

i secondi denunciano una subordinazione all’Alleanza atlantica, un’Europa “non protagonista” e una deriva militarista.

Trump, l’Europa e il nodo del negoziato

Sul fondo della polemica c’è il grande punto interrogativo: che tipo di pace vuole Trump?

Negli ultimi giorni, in un’intervista durissima, il presidente Usa ha definito l’Europa “un continente in declino”, ha attaccato i suoi leader come “deboli” e ha lasciato intendere di poter ridurre l’impegno su Kiev, spingendo per un accordo rapido anche a costo di concessioni territoriali da parte ucraina.

Gli analisti sottolineano che:

l’obiettivo strategico di Washington potrebbe essere spostare il focus sulla Cina, chiedendo agli europei di assumersi più oneri nel contenimento della Russia;

la tentazione di chiudere “in fretta” il dossier Ucraina potrebbe tradursi in un compromesso che lascia Mosca con una posizione di forza e un’Ucraina mutilata.


In questo contesto, la proposta di Conte di “lasciare il negoziato agli Usa” viene letta da molti critici come una resa preventiva: se l’Europa non prova nemmeno a incidere, accetta in anticipo che la partita venga giocata altrove, secondo logiche che non necessariamente coincidono con la propria sicurezza a lungo termine.

Dal punto di vista del leader M5S, invece, la vera resa sarebbe continuare a fingere che l’Unione sia un attore politico forte quando, di fatto, non lo è: se manca l’Europa politica, argomenta Conte, allora tanto vale riconoscerlo e smettere di alimentare un’illusione.

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Nel fuoco incrociato delle dichiarazioni, il rischio è ridurre tutto a uno scontro personale: Conte contro Magi, Conte contro Gori, Europa sì/Europa no, Trump sì/Trump no.

In realtà, questa vicenda mette a nudo una domanda più grande:
come si costruisce davvero una via d’uscita dalla guerra in Ucraina senza tradire i principi di sovranità, sicurezza e diritto internazionale?

Per Conte, la risposta passa da una rottura netta con la strategia del “solo invio di armi”, da un negoziato che coinvolga in modo centrale gli Stati Uniti e da una forte critica a un’Europa considerata troppo timida e subalterna.

Per i suoi critici nel fronte europeista, al contrario, la chiave è rafforzare l’Unione, darle strumenti politici e militari autonomi e non accettare che sia Trump – con la sua visione apertamente ostile all’Europa – a decidere da solo il futuro di Kiev.


In mezzo, c’è un’opinione pubblica sempre più stanca della guerra, preoccupata per i costi economici e sociali, ma anche diffidente verso soluzioni che odorano di resa travestita da pace.

Che piaccia o no, con le sue parole Conte ha costretto tutti – alleati e avversari – a uscire dall’ambiguità: non basta dire “pace”, bisogna dire che tipo di pace, con quali garanzie, con quali protagonisti e con quale ruolo per l’Europa.

Ed è proprio su questo punto – più che sul nome di Trump o su una battuta televisiva – che si giocherà, nei prossimi mesi, la credibilità di chi in Italia e nel continente dice di voler difendere sia la sicurezza sia i diritti, senza sacrificare gli uni sull’altare degli altri.

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