Un silenzioso, ma significativo, cambiamento sta ridisegnando la geografia interna del Movimento 5 Stelle. Mentre l’attenzione pubblica è catalizzata dalle sfide dell’opposizione al governo Meloni, nel partito guidato da Giuseppe Conte è in atto un meticoloso lavoro di ricostruzione delle gerarchie e di definizione di una nuova identità politica. Si chiude simbolicamente, con l’emarginazione delle figure simbolo della prima fase amministrativa, un’era: quella dei sindaci “griot” e dell’anti-politica municipalista. Si apre una fase di consolidamento, più istituzionale e parlamentare, centrata sulla figura del leader e su un’equipe di fedelissimi, con lo sguardo già rivolto alla lunga marcia verso le elezioni politiche del 2027. In questo percorso di rifondazione, il rapporto con il Partito Democratico – necessario alleato elettorale ma anche concorrente nella corsa alla leadership del centrosinistra – rappresenta l’incognita principale, un equilibrio delicato tra collaborazione tattica e conflitto strategico.
Con la chiusura della parentesi regionale e l’elezione di Roberto Fico alla guida della Campania, Giuseppe Conte ha finalmente via libera per costruire la squadra che dovrà accompagnare il Movimento nella prossima legislatura. L’obiettivo dichiarato è creare un’“equipe di fiducia” per una lunghissima campagna elettorale. Questo processo di “risiko” delle nomine segna una netta cesura con il passato.
Figure storiche come Chiara Appendino e Virginia Raggi, un tempo icone della capacità amministrativa grillina, appaiono oggi ancora incerte nella leadership, ma valutabili. Le dimissioni di Appendino dalla vicepresidenza aprono un testa a testa tra Vittoria Baldino e Barbara Floridia per quel ruolo, con quest’ultima data favorita per una “promozione”. Ancora più emblematico il caso di Danilo Toninelli, la cui riconferma nel collegio dei probiviri è considerata improbabile a causa delle sue “posizioni contro il presidente”. È il segnale chiarissimo di un partito che premia la fedeltà a Conte e allinea le sue strutture interne.
La mappa della nuova organizzazione si sta delineando attorno a figure cardine della “macchina” organizzativa, come la vicepresidente vicaria Paola Taverna, e a fedelissimi del leader. Si discute di un possibile salto di qualità per Stefano Patuanelli (attuale capogruppo al Senato, che potrebbe cedere il posto a Luca Pirondini) verso la vicepresidenza, ruolo per cui è in lizza anche Pasquale Tridico. Per ovviare a uno sbilanciamento geografico troppo marcato verso il Sud, si fa il nome di Patuanelli, mentre per garantire la massima fedeltà si valuta l’ascesa dello storico portavoce di Conte, Francesco Silvestri. Non mancano voci che ipotizzano un ritorno di “big” della vecchia guardia governativa come Alfonso Bonafede e Nunzia Catalfo, a dimostrazione di un rinnovamento che non intende però disperdere completamente il capitale esperienziale accumulato.
Il rapporto con il Pd: alleanza necessaria, leadership contesa.
Mentre si consolida internamente, Conte deve gestire il rapporto, sempre più intricato, con il Partito Democratico di Elly Schlein. In superficie, regna la disciplina: si parla di bilancio e di attacchi al governo, evitando polemiche sulla leadership dell’opposizione. Ma la questione, sollevata indirettamente dall’invito di Fratelli d’Italia ad Atreju, è troppo grande per essere ignorata.
La strategia di Conte appare chiara: prendere tempo. L’avvocato pugliese è convinto di avere due carte vincenti rispetto a Schlein: il pieno controllo del suo partito (senza le lacerazioni che ancora attraversano il PD) e una maggiore disinvoltura tattica. Il “cantiere sul programma” che i 5 Stelle hanno aperto serve proprio a mostrare questa agilità, proponendo parole d’ordine trasversali e puntando, nella percezione pentastellata, a produrre contenuti più netti e incisivi di quelli che un PD in mediazione interna potrebbe partorire.
Questa dinamica si vede anche su temi specifici, come la battaglia referendaria sulla giustizia. Conte non esclude un comitato unico del “no” alla riforma Nordio, ma è certo che il M5S si mostrerà più determinato e coeso del PD, dove alcuni esponenti esprimono dubbi. L’idea è guadagnare credibilità come forza di opposizione più radicale e affidabile.
Il nodo della leadership viene così strategicamente rinviato. Conte parla di primarie come possibile criterio futuro, ma le definisce “premature”. Il suo piano sembra essere quello di far maturare il processo attraverso il confronto programmatico, per poi potersi presentare, al momento giusto, non come un pretendente in competizione con Schlein, ma come l’artefice di un’alleanza più ampia, magari attorno a un “terzo nome”. È una partita a scacchi dove Conte punta a logorare la posizione della segretaria dem, sfruttando le sue difficoltà interne, mentre consolida il suo ruolo.
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Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte sta vivendo una duplice transizione. All’interno, si sta trasformando da movimento policentrico e spontaneista a partito più gerarchico e leaderista, con una classe dirigente rinnovata e selezionata sulla base della fedeltà e dell’efficacia operativa. All’esterno, naviga nelle acque ambigue di un’opposizione che non può fare a meno del PD, ma che non intende esserne subalterna.
Il paradosso è evidente: mentre rifiuta ufficialmente l’“alleanza organica” con il centrosinistra, il M5S vi è sempre più intrecciato, come dimostrano le alleanze regionali e la possibilità di un ingresso nella giunta di Firenze. La sfida per Conte è mantenere una identità distinta e un profilo di leadership alternativa, mentre costruisce, passo dopo passo, i ponti necessari per una coalizione anti-destra. La sua forza risiede nel controllo ferreo del partito e nella pazienza tattica. La sua debolezza potrebbe rivelarsi nella difficoltà a conciliare l’eredità “antisistema” del Movimento con il ruolo di pilastro di un possibile futuro governo di centrosinistra. La rifondazione in corso deciderà se il M5S sarà semplicemente l’ala sinistra e più populista di quella coalizione, o se riuscirà a imporne l’agenda e, forse, la guida.




















