“Gli italiani non ci cascano”: il j’accuse di Scarpinato in Senato contro Nordio e Co. VIDEO

Nel pieno della battaglia politica sulla separazione delle carriere e sul referendum confermativo che chiamerà gli italiani alle urne, la voce di Roberto Scarpinato risuona in Senato come un vero atto d’accusa.
L’ex magistrato antimafia, oggi senatore del Movimento 5 Stelle, ha pronunciato un intervento durissimo contro il governo Meloni e contro quella che definisce una “riforma cucita su misura per la casta”, pensata per piegare la magistratura al potere politico.

Al centro del suo discorso, un messaggio ripetuto più volte: “Gli italiani non ci cascano. No al ritorno della casta, no alla separazione delle carriere” – slogan che campeggia anche sui canali social del M5S accanto al video della sua arringa.

Il contesto: la riforma della separazione delle carriere e il referendum

Il disegno di legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente – approvato in via definitiva dal Parlamento il 30 ottobre 2025, ma senza i due terzi dei voti – è destinato ad essere sottoposto a referendum confermativo.

La riforma:

divide in modo rigido le carriere di giudici e pubblici ministeri;

sdoppia il CSM in due Consigli distinti;

istituisce un’Alta Corte disciplinare per tutte le toghe.


Per il governo si tratta di un intervento necessario a “garantire processi più equi” e a evitare commistioni tra chi accusa e chi giudica. Le associazioni dei magistrati e una larga parte dell’opposizione, invece, vedono nella riforma un passo verso la subordinazione dei pm all’esecutivo e un indebolimento strutturale dell’indipendenza della magistratura.

È su questo terreno che Scarpinato, forte del suo passato da pm antimafia, sceglie di lanciare un messaggio non solo ai colleghi parlamentari, ma direttamente al Paese.

“Non avevano lo scudo dell’immunità”: la risposta alla retorica dei “processi politici”

Nel suo intervento, il senatore M5S contesta frontalmente la narrazione – molto radicata nel centrodestra – secondo cui per decenni una parte della politica sarebbe stata vittima di una magistratura “politicizzata”.

Scarpinato rovescia lo schema: ricorda come una lunga serie di esponenti di vertice del vecchio centrodestra – dagli ambienti berlusconiani a figure regionali e nazionali – siano stati raggiunti da condanne definitive non perché privi di tutele, ma perché le prove raccolte nei processi hanno retto in tutti i gradi di giudizio.

Il senso del passaggio, al di là dei singoli nomi, è chiaro:
se tanti protagonisti di quella stagione sono stati condannati, sostiene Scarpinato, è perché la magistratura ha fatto il suo lavoro e perché le condotte contestate non erano invenzioni, ma fatti accertati nelle aule di tribunale.

In questo modo l’ex magistrato prova a smontare la retorica dei “martiri della giustizia politicizzata” e a restituire legittimità a chi, nelle procure e nei tribunali, ha istruito quei processi.

“Una maggioranza di italiani sa come sono andate le cose”

Scarpinato insiste su un punto politico: non è vero che il Paese creda alla narrazione del complotto giudiziario.

Nel suo discorso evoca “una maggioranza di italiani” che ha capito perfettamente perché alcuni leader sono stati condannati: non per persecuzione, ma perché esistevano “prove granitiche” validate dai diversi gradi di giudizio.

Da qui la frase che riassume il senso dell’intervento:

“Gli italiani non ci cascano. Non sono disposti a consegnare l’Italia a una politica che non sa autoregolarsi e che continua a celebrare come vittime uomini che sono simboli di una politica corrotta.”

In altre parole, il referendum sulla separazione delle carriere – nella lettura del senatore – non è una questione tecnica, ma un giudizio storico e morale: scegliere tra chi ha difeso la Costituzione e chi, negli anni, ha cercato di piegare le regole alla propria impunità. Una linea che Scarpinato aveva già sintetizzato fuori dal Senato parlando di una scelta “tra chi è stato colluso con la mafia e la magistratura che ha difeso la Costituzione”.

La politica che non si “autoregola” e la nostalgia di un passato impunito

Nel mirino non c’è solo il governo Meloni, ma un’intera stagione politica.
Scarpinato denuncia una classe dirigente che, anziché fare i conti con il proprio passato, continua a rappresentare come “perseguitati” i protagonisti di vicende di corruzione, collusione mafiosa, malaffare.

La riforma della giustizia, in questo quadro, diventa – nella sua lettura – il tentativo di chiudere il cerchio:

neutralizzare l’unico potere che negli ultimi trent’anni è stato in grado di colpire la “casta”;

riscrivere la storia trasformando i condannati in vittime e i magistrati in colpevoli.


È per questo che parla di “ritorno della casta”: non una categoria generica, ma l’idea di una politica che chiede nuove garanzie per sé, dopo che la stagione delle inchieste ha incrinato il suo status di intoccabile.

Magistratura e Costituzione: l’ultima linea di difesa

Dietro il tono appassionato dell’intervento c’è la biografia di Scarpinato stesso: per decenni pm a Palermo nelle indagini su mafia e politica, oggi figura di riferimento dell’ala più garantista verso la magistratura all’interno del M5S.

Quando parla di una magistratura “che ha avuto morti, procedimenti disciplinari, attacchi di ogni tipo solo per difendere la Costituzione”, l’ex pm richiama un pezzo di storia repubblicana:
le stragi, le indagini su mafia e corruzione, le campagne di delegittimazione contro alcuni uffici giudiziari.

In questa prospettiva, la separazione delle carriere non è solo una riforma ordinamentale, ma un cambiamento di paradigma:

da potere giudiziario autonomo a corpo più facilmente controllabile;

da pm indipendente a figura progressivamente più vicina all’esecutivo.

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VIDEO:

Il discorso di Roberto Scarpinato in Senato si candida a diventare uno dei testi simbolo della campagna per il “No” al referendum sulla separazione delle carriere.

Non è un intervento tecnico, ma un manifesto politico e culturale:

richiama la memoria dei processi che hanno colpito una parte della classe dirigente;

rifiuta la narrazione dei “perseguitati dalla giustizia”;

avverte che il vero rischio non è l’eccesso di potere delle toghe, ma il tentativo della politica di tornare a essere “irresponsabile” di fronte alla legge.


Nel suo j’accuse, l’ex magistrato affida agli elettori un compito preciso:
decidere se la giustizia debba restare un potere capace di indagare anche chi governa, oppure se debba essere ricondotta, passo dopo passo, nell’orbita di quella stessa politica che per anni ha provato a sfuggire al giudizio dei tribunali.

Per Scarpinato, e per il Movimento 5 Stelle che ne rilancia le parole, la risposta è già scritta nello slogan che accompagna il video del suo intervento:
“Gli italiani non ci cascano.”

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