“GOVERNO AL CAPOLINEA” – Elezioni vicine – Ecco cosa sta accadendo – LA RIVELAZIONE

La crisi non esplode all’improvviso, ma arriva al termine di una lunga stagione di tensioni accumulate. Prima la guerra, poi le fratture interne, infine il nodo irrisolto della leva militare per gli ultraortodossi. Ora il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu si ritrova davanti a un passaggio decisivo: la sua stessa maggioranza ha presentato un disegno di legge per sciogliere la Knesset, il Parlamento israeliano, aprendo concretamente la strada a elezioni anticipate entro il 2026.

Non si tratta ancora dello scioglimento definitivo dell’assemblea, ma di un primo passo formale e politicamente pesantissimo. Il voto parlamentare potrebbe arrivare già dalla prossima settimana e, se il percorso legislativo dovesse andare avanti, Israele entrerebbe in una nuova campagna elettorale in una fase delicatissima: con il Paese ancora segnato dalle conseguenze del 7 ottobre, dalla guerra a Gaza, dalle tensioni con l’Iran, dal fronte libanese e da una società profondamente divisa.

Il governo Netanyahu davanti al punto di rottura

La maggioranza di Netanyahu dispone di numeri ristretti: una coalizione di destra, nazionalisti religiosi e partiti ultraortodossi che negli ultimi anni ha retto grazie a un equilibrio fragile. Il problema è che proprio uno dei pilastri del governo, il fronte haredi, ha iniziato a muoversi contro il premier.

La miccia è la legge sull’arruolamento dei giovani ultraortodossi. In Israele il servizio militare è obbligatorio per la maggior parte dei cittadini ebrei, ma per decenni gli studenti delle yeshiva, le scuole religiose, hanno goduto di ampie esenzioni. Con la guerra e con l’aumento del peso umano e militare del conflitto, quella deroga è diventata sempre più contestata da una parte rilevante dell’opinione pubblica israeliana.

Gli ultraortodossi chiedono una legge che continui a proteggerli dall’arruolamento. Netanyahu, però, non è riuscito a garantire una soluzione capace di tenere insieme tutti i pezzi della maggioranza. Da qui la minaccia di ritiro del sostegno al governo, soprattutto da parte di Degel HaTorah, componente di United Torah Judaism.

La mossa della coalizione: sciogliere la Knesset prima dell’opposizione

Il passaggio più significativo è che il disegno di legge per lo scioglimento della Knesset non arriva soltanto dall’opposizione, ma anche dalla coalizione. Il presidente della coalizione, Ofir Katz del Likud, ha presentato la proposta con l’obiettivo di prendere il controllo del calendario politico e impedire che siano le opposizioni a dettare tempi e modalità della crisi.

È una mossa difensiva e insieme strategica. Se la maggioranza capisce di non poter più reggere fino alla scadenza naturale della legislatura, fissata entro il 27 ottobre 2026, allora cerca almeno di gestire la transizione. In altre parole: Netanyahu prova a trasformare una crisi subita in una scelta controllata.

Il disegno di legge, se approvato, porterebbe alle elezioni almeno 90 giorni dopo il via libera definitivo. Secondo le ricostruzioni, alcune componenti ultraortodosse spingono per una data anticipata, anche all’inizio di settembre, mentre il termine naturale per andare al voto resta comunque la fine di ottobre.

Il nodo ultraortodosso: leva militare, privilegi e frattura sociale

La crisi sulla leva non è solo un problema tecnico. È una ferita aperta nella società israeliana. Da una parte ci sono centinaia di migliaia di cittadini che prestano servizio militare, spesso in un contesto di guerra prolungata. Dall’altra c’è una parte del mondo ultraortodosso che rivendica il primato dello studio religioso e chiede di non essere integrata nei ranghi dell’esercito.

Durante la guerra, questa differenza è diventata politicamente esplosiva. Le famiglie dei soldati, i riservisti e una parte dell’opinione pubblica laica e moderata chiedono una maggiore equità nei sacrifici. Gli ultraortodossi, invece, vedono l’arruolamento come una minaccia alla loro identità religiosa e comunitaria.

Netanyahu è rimasto intrappolato tra queste due pressioni. Se concede troppo agli ultraortodossi, rischia di alienarsi una parte dell’elettorato e di rafforzare le opposizioni. Se non concede abbastanza, perde i voti indispensabili per sopravvivere in Parlamento.

Degel HaTorah e United Torah Judaism: i piccoli numeri che possono far cadere il governo

In una maggioranza fragile, anche pochi seggi possono diventare decisivi. Degel HaTorah, parte dell’alleanza United Torah Judaism, ha un peso parlamentare numericamente limitato ma politicamente determinante. Quando una coalizione si regge su margini stretti, la minaccia di tre o sei deputati può bastare per portare il governo sull’orlo della caduta.

Secondo le ricostruzioni della stampa israeliana, la leadership spirituale di Degel HaTorah ha espresso una perdita di fiducia nei confronti di Netanyahu sulla gestione della legge per l’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare. Da quel momento, l’ipotesi di appoggiare lo scioglimento della Knesset è diventata concreta.

È questo il paradosso della crisi: Netanyahu, leader politico abituato a sopravvivere a ogni tempesta, rischia di essere spinto verso il voto anticipato proprio da uno dei blocchi sociali e religiosi che più hanno contribuito alla sua permanenza al potere.

L’opposizione vede l’occasione

Dall’altra parte, le opposizioni osservano la crisi come una possibilità storica. Yair Lapid e Naftali Bennett, già protagonisti della coalizione che nel 2021 riuscì a interrompere il lungo dominio di Netanyahu, hanno unito le forze in vista del prossimo appuntamento elettorale. L’obiettivo è costruire un fronte capace di attrarre elettori moderati, centristi e settori della destra non più disposti a sostenere il premier.

Lapid ha già mostrato di voler capitalizzare il momento, presentandosi come pronto a una nuova sfida elettorale. Bennett, dal canto suo, cerca di proporsi come alternativa di governo capace di parlare anche all’elettorato di destra, ma fuori dal perimetro personale e politico di Netanyahu.

La possibile nascita di una piattaforma comune tra Lapid e Bennett cambia il quadro. Non è solo un’alleanza anti-Netanyahu: è il tentativo di trasformare la frammentazione dell’opposizione in una proposta di governo credibile.

Netanyahu tra crisi politica e processo

Alla fragilità parlamentare si aggiunge il fronte giudiziario. Netanyahu è da anni sotto processo per accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia, accuse che ha sempre respinto. La vicenda giudiziaria ha polarizzato profondamente la società israeliana e continua a pesare sul clima politico del Paese.

Il presidente Isaac Herzog ha invitato le parti a valutare un percorso negoziale per una possibile soluzione del processo, sostenendo che le grandi fratture interne alla società israeliana dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo e non con ulteriori lacerazioni. Secondo la stampa israeliana, l’attorney general si è detta disponibile a colloqui senza precondizioni, mentre il team legale di Netanyahu non avrebbe ancora risposto alla proposta.

Anche questo elemento contribuisce a rendere più complesso il quadro. Un’eventuale campagna elettorale si intreccerebbe non solo con la guerra e con la crisi sulla leva, ma anche con il futuro giudiziario del premier.

Una legislatura segnata da guerre e proteste

L’attuale governo Netanyahu è nato come una delle coalizioni più a destra della storia israeliana. Fin dall’inizio è stato attraversato da tensioni profonde: la contestata riforma della giustizia, le proteste di piazza, il conflitto con Hamas dopo il 7 ottobre, la guerra a Gaza, l’escalation con Hezbollah in Libano, lo scontro con l’Iran e il deterioramento dei rapporti con una parte degli alleati occidentali.

In questo contesto, la questione della leva ultraortodossa ha funzionato come detonatore finale. Non è l’unica causa della crisi, ma è il tema che ha reso evidente l’impossibilità di tenere insieme tutte le contraddizioni della maggioranza.

Netanyahu ha cercato per mesi di rinviare, mediare, guadagnare tempo. Ma la politica israeliana, spesso dominata da equilibri parlamentari sottilissimi, raramente perdona quando le promesse fatte ai partiti decisivi restano senza risposta.

Il calcolo di Netanyahu

La decisione della coalizione di presentare un proprio disegno di legge per sciogliere la Knesset può sembrare una resa, ma contiene anche un calcolo. Netanyahu preferisce arrivare alle elezioni con una data gestibile, magari dopo aver ricompattato una parte del suo elettorato, piuttosto che essere travolto da un voto imposto dall’opposizione o da una defezione incontrollata dei partner ultraortodossi.

Il premier israeliano sa che il tempo può lavorare in due direzioni. Può aggravare la crisi, ma può anche permettergli di ricostruire una narrazione: presentarsi come leader indispensabile in un Paese circondato da minacce, accusare l’opposizione di irresponsabilità, ricompattare la destra sul tema della sicurezza.

Il problema è che questa volta il terreno appare più scivoloso. I sondaggi indicano difficoltà per l’attuale blocco di governo e la società israeliana è attraversata da una stanchezza profonda dopo anni di crisi continue.

Il voto anticipato come resa dei conti

Se si arriverà davvero alle urne prima della scadenza naturale, il voto sarà molto più di una normale consultazione politica. Sarà un referendum sulla leadership di Netanyahu, sulla gestione della guerra, sul rapporto tra religione e Stato, sulla responsabilità del 7 ottobre e sulla direzione futura di Israele.

Gli ultraortodossi chiederanno garanzie sulla leva. I partiti della destra radicale punteranno su sicurezza, insediamenti e linea dura. L’opposizione cercherà di trasformare il voto in una scelta tra continuità e cambio di leadership. Le famiglie degli ostaggi, i riservisti, i manifestanti contro il governo e i cittadini stremati dalla guerra porteranno nella campagna elettorale domande pesanti, difficili da eludere.

In questo senso, la crisi della Knesset non è solo una crisi numerica. È il segnale di un Paese arrivato a un punto di saturazione politica.

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Israele si avvicina a elezioni anticipate perché la maggioranza di Netanyahu non riesce più a nascondere le proprie fratture. Il nodo della leva militare per gli ultraortodossi ha aperto una crepa decisiva, ma dietro quella crepa ci sono anni di tensioni: guerre, proteste, processi, divisioni sociali, sfiducia e una leadership sempre più contestata.

Netanyahu prova ancora una volta a controllare la crisi, trasformando lo scioglimento della Knesset in una scelta gestita dalla coalizione e non in una vittoria dell’opposizione. Ma il dato politico resta: il governo è entrato nella sua fase più fragile e il voto anticipato appare ormai uno scenario concreto.

Per Israele si apre una fase ad altissima tensione. La campagna elettorale, se confermata, non riguarderà soltanto chi guiderà il prossimo governo. Riguarderà il modello stesso del Paese: il rapporto tra Stato e religione, il peso della guerra, il futuro della sicurezza, la fiducia nelle istituzioni e il destino politico di Benjamin Netanyahu.

Il premier che per anni è sopravvissuto a crisi, processi e sconfitte apparenti si trova ancora una volta davanti a una prova decisiva. Ma questa volta la domanda è più netta: riuscirà a trasformare l’ennesima crisi in una nuova sopravvivenza politica, o il conto finale della sua lunga stagione al potere sta davvero per arrivare?

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