L’inaugurazione dell’anno giudiziario alla Corte d’Appello di Napoli si trasforma subito in un ring istituzionale, con il referendum sulla riforma della giustizia come convitato di pietra e il clima politico che, anziché abbassarsi, appare sempre più incandescente. In aula, in prima fila, c’è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. E proprio la sua presenza – e soprattutto le sue parole – fanno da detonatore alla replica del procuratore generale di Napoli Aldo Policastro, che lancia un avvertimento netto: basta con “delegittimazione” e “campagne denigratorie” contro i magistrati, perché il confine tra critica politica e alimentazione dell’odio pubblico si sta facendo pericolosamente sottile.
Mantovano, l’affondo sulla “demonizzazione” e il richiamo ai social
Nel suo intervento, Mantovano imposta il discorso sul tema del linguaggio e della polarizzazione, sostenendo che non si debba “demonizzare chi sostiene tesi opposte”, e richiama persino il lavoro dello storico Alessandro Barbero. Il sottosegretario inserisce un ulteriore elemento, dal peso simbolico preciso: evoca l’idea che “perfino i social network”, non certo sospettabili di vicinanza al governo, avrebbero bollato alcune ricostruzioni come fake o addirittura le avrebbero rimosse.
Il messaggio politico, però, non si ferma a un invito al fair play. Mantovano accompagna il monito con una rassicurazione dal sapore difensivo: se la riforma venisse confermata, “non sarà l’Apocalisse”. Una frase che implicitamente riconosce l’esistenza di un timore diffuso e la necessità del governo di disinnescarlo sul terreno dell’allarme democratico.
La risposta di Policastro: “Parole ponderate che non condivido”
La replica arriva immediata e, soprattutto, non resta in superficie. Policastro apre con un saluto “particolare” a Mantovano, ma lo accompagna con una puntualizzazione che suona come una smentita politica in piena regola: parole “ponderate” sì, ma “che io non condivido”. È l’avvio di un intervento costruito come contro-narrazione: non è la magistratura a “demonizzare”, sostiene il procuratore generale; semmai è il contesto pubblico a essere diventato così aggressivo da trasformare il dissenso in delegittimazione sistematica.
E qui il discorso cambia passo: Policastro non parla solo di riforme e schemi istituzionali, ma porta dentro l’aula un episodio concreto, che pesa come un segnale d’allarme e come una prova della temperatura raggiunta nel Paese.
Il colpo d’arma da fuoco alla Procura generale: “Non è un fatto isolato”
Il procuratore generale ricorda che il 2026 si è aperto con un gesto gravissimo: un colpo d’arma da fuoco esploso contro la finestra di un ufficio della Procura Generale. Policastro ringrazia per la solidarietà ricevuta – dalle istituzioni, dall’avvocatura, dalla magistratura, dalla politica e dai cittadini – e cita l’intervento del ministro dell’Interno, che avrebbe stigmatizzato l’accaduto con fermezza.
Ma il punto, per lui, è un altro: quel gesto non va archiviato come episodio isolato. Deve diventare materia di riflessione su due fronti, entrambi politici prima ancora che di ordine pubblico: da una parte le campagne denigratorie contro i magistrati, dall’altra la crescente diffusione di armi. È in questo incrocio – linguaggio d’odio e strumenti di violenza – che Policastro vede una spirale che può degenerare rapidamente, “al di là delle intenzioni”.
“Discussione diventa aggressione”: l’allarme sulla delegittimazione
Il cuore dell’intervento è la descrizione di un’escalation: “la discussione diventa aggressione, la divergenza diventa delegittimazione”, e i social – secondo Policastro – amplificano e deformano, accelerando tutto. Non è solo teoria: il procuratore generale parla di aggressioni verbali e perfino fisiche ai magistrati registrate in quel tribunale. È una denuncia che, di fatto, sposta il dibattito dalla dialettica sulle riforme a una domanda più radicale: che cosa sta producendo, nel Paese reale, la guerra quotidiana fra politica e toghe?
In questo contesto, Policastro rivendica un principio non negoziabile: i magistrati non rispondono né alla piazza né al potere, ma soltanto alla legge. Non “remano contro” qualcuno: svolgono una funzione di garanzia dei diritti costituzionali. Il sottotesto è evidente: se si trasforma la magistratura in un avversario politico, si mette mano a un pilastro di equilibrio democratico, e chi paga il prezzo non sono le toghe, ma i cittadini.
Il referendum come acceleratore di tensione: “Clima peggiora avvicinandosi al voto”
Il procuratore generale lega poi direttamente il clima al calendario: con l’avvicinarsi del referendum, la tensione peggiora. E non si limita a un richiamo generico: ribadisce di avere già espresso “contrarietà netta” alla riforma e spiega il senso dell’intervento pubblico dei magistrati: non è demonizzazione, ma contributo al dibattito, un dovere nei confronti della società.
È qui che il nodo politico diventa esplicito: chi ha il diritto di parlare della riforma? La magistratura – dice Policastro – non chiede immunità dal giudizio, ma rifiuta di essere silenziata o delegittimata per il solo fatto di esprimere una posizione critica.
Nel merito: sorteggio, doppio Csm e Alta Corte disciplinare
Quando entra nel dettaglio della riforma, Policastro usa una formula dura e articolata: parla di sorteggio “sbilanciato”, di sdoppiamento e separazione delle carriere, di un meccanismo che “favorisce i componenti della politica”, e di una Alta Corte disciplinare che – nel complesso – produrrebbe “indebolimento della giustizia”, alterando l’equilibrio fra poteri senza portare benefici concreti ai cittadini.
Il suo affondo, però, non si ferma a un giudizio politico: sottolinea che nessuno, finora, gli avrebbe spiegato in modo convincente perché queste scelte renderebbero migliore la giustizia. E rafforza il ragionamento citando il penalista Franco Coppi: anche lui, secondo Policastro, non avrebbe ricevuto una spiegazione persuasiva su come la separazione delle carriere possa “favorire” la giustizia.
Il passaggio più significativo riguarda l’autogoverno: un Csm sdoppiato e scelto con quel metodo – sostiene il procuratore generale – rischia di produrre un autogoverno debole. E un autogoverno debole significa, nei fatti, indipendenza debole. In altre parole: non una questione astratta, ma una conseguenza concreta sul grado di autonomia della magistratura.
L’ordine del giorno bocciato e il tema della polizia giudiziaria
Policastro richiama poi un episodio parlamentare specifico: la bocciatura di un ordine del giorno presentato dalla deputata del M5s Valentina D’Orso (16 gennaio 2025), che chiedeva al governo un impegno “minimale”: non interferire nelle indagini e non indebolire la dipendenza funzionale della polizia giudiziaria dal pubblico ministero. Quella bocciatura, per Policastro, è un “segnale culturale” preoccupante, proprio perché riguardava un punto basilare dell’architettura investigativa.
A questo aggancia un ulteriore elemento di frizione: le dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, che in un contesto di campagna per il Sì avrebbe evocato la possibilità di passi ulteriori: responsabilità civile dei magistrati e “liberare la polizia giudiziaria dal controllo dei pm”. Per Policastro, il problema non è solo l’idea in sé, ma l’effetto complessivo: si sommano segnali che, letti insieme, alimentano il sospetto di un riequilibrio dei poteri sbilanciato contro l’autonomia dell’azione giudiziaria.
L’appello finale: partecipazione e rispetto, senza campagne “uno per uno”
Nonostante la durezza del confronto, il procuratore generale chiude su un terreno istituzionale: riconosce al governo il diritto-dovere di attuare il mandato ricevuto, ma rivendica altrettanto il diritto-dovere del popolo di pronunciarsi sulle riforme. Invoca una grande partecipazione al referendum, sottolineando che la sovranità popolare si esercita non solo alle politiche, ma anche nel voto referendario.
Poi, l’ultima bordata: chiede un confronto rispettoso e denuncia le campagne di stampa non sul merito, ma mirate a delegittimare “uno per uno” i magistrati, giorno dopo giorno. E rivendica un principio che, nel clima di scontro, suona come una linea rossa: anche i magistrati devono poter esprimere il proprio pensiero, senza essere trasformati in bersagli permanenti.
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La giornata napoletana dell’anno giudiziario fotografa un passaggio delicato: il referendum non è più solo una partita tecnica su Csm, carriere e disciplina, ma un confronto che investe il linguaggio pubblico, la legittimazione reciproca tra poteri e persino la sicurezza di chi amministra giustizia. Le parole di Policastro hanno il tono di un allarme istituzionale: se la critica politica si trasforma in delegittimazione sistematica, e se la delegittimazione diventa carburante per l’odio, la riforma smette di essere “solo” una riforma.
In questo quadro, la campagna referendaria rischia di diventare una prova di tenuta non soltanto per la giustizia, ma per la qualità del confronto democratico: perché il punto non è più chi vincerà tra Sì e No, ma quale Paese uscirà da settimane di scontro in cui la parola “dialogo” sembra ogni giorno più lontana.


















