Governo beccato in pieno – Sul decreto benzina hanno chiesto soldi al colosso italiano… Ecco che hanno combinato

Il nuovo decreto contro il caro carburanti apre un caso politico ed economico destinato a far discutere. Per reperire parte delle risorse necessarie a finanziare lo sconto temporaneo sulle accise del gasolio, il governo ha scelto infatti una strada particolare: chiedere a un grande gruppo energetico di anticipare allo Stato una quota di imposte che, in condizioni normali, sarebbero state versate più avanti.

La società che, sulla base dei requisiti contenuti nel provvedimento, finirebbe concretamente coinvolta è Eni. L’importo atteso è di circa 130 milioni di euro.

Il punto centrale, però, è un altro: non si tratta di una vera tassa sugli extraprofitti. Non è cioè un prelievo aggiuntivo sugli utili eccezionali accumulati dal settore energetico durante la fase di rialzo dei prezzi. È invece un anticipo fiscale che lo Stato incassa subito e che la società potrà successivamente recuperare sotto forma di credito d’imposta.

Il governo cerca risorse per sostenere il taglio delle accise

La misura nasce nel pieno della nuova emergenza carburanti.

Con benzina e soprattutto gasolio tornati su livelli molto elevati, l’esecutivo ha scelto di intervenire prorogando temporaneamente la riduzione delle accise. Il problema, però, è quello che accompagna ogni sconto fiscale: servono coperture.

Ridurre le accise significa infatti rinunciare a una parte delle entrate che normalmente arrivano nelle casse dello Stato ogni volta che un automobilista fa rifornimento.

Per recuperare almeno parte delle risorse necessarie, il decreto individua quindi alcune grandi aziende energetiche e impone loro un versamento anticipato.

La misura dovrebbe garantire circa 130 milioni di euro, una cifra che consentirà al governo di finanziare una parte dell’intervento.

Non è una tassa sugli extraprofitti

La distinzione è importante.

Negli ultimi anni il dibattito politico si è spesso concentrato sulla possibilità di tassare gli extraprofitti realizzati dai grandi gruppi dell’energia durante le fasi di forte aumento dei prezzi.

Questa volta, però, il governo non ha scelto quella strada.

Il decreto non introduce infatti una nuova imposta aggiuntiva. La società interessata è chiamata semplicemente a pagare prima una somma che avrebbe comunque dovuto versare successivamente.

In altre parole, lo Stato ottiene immediatamente liquidità, ma non incassa una nuova entrata strutturale.

È per questo che il meccanismo assomiglia molto più a un prestito fiscale temporaneo che a una vera tassa.

I requisiti sembrano costruiti attorno ai grandi gruppi energetici

La norma riguarda società che devono rispettare contemporaneamente due condizioni.

La prima riguarda le dimensioni: i ricavi complessivi devono superare i 20 miliardi di euro.

La seconda riguarda il settore di attività. Le imprese devono operare in ambiti collegati all’energia, come petrolio, gas naturale ed elettricità.

Rientrano quindi attività come estrazione, produzione, raffinazione, stoccaggio, trasporto, distribuzione e vendita.

Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa, l’applicazione concreta di questi criteri restringerebbe però fortemente il numero delle aziende coinvolte.

A rientrare pienamente nei parametri sarebbe soprattutto Eni.

Enel, invece, non sarebbe chiamata a effettuare lo stesso versamento.

Come funziona il versamento da 130 milioni

Il decreto stabilisce che entro il 30 novembre la società interessata debba anticipare il 39% delle ritenute e delle imposte sostitutive relative agli utili la cui distribuzione è stata già deliberata nell’ultimo esercizio.

Si tratta quindi di imposte collegate ai dividendi.

Normalmente il versamento sarebbe collegato alla distribuzione effettiva degli utili agli azionisti. Con il nuovo meccanismo, invece, una parte delle somme viene anticipata.

Il governo può così utilizzare subito quel denaro per finanziare le misure sui carburanti.

Ma proprio perché si tratta di un anticipo e non di una nuova tassa, la società riceve contemporaneamente un credito d’imposta dello stesso importo.

Quando arriverà il momento di versare le imposte sui dividendi, Eni potrà utilizzare quel credito.

In sostanza, lo Stato prende i soldi oggi e li restituisce fiscalmente domani

Ed è questo l’aspetto più controverso dell’operazione.

Il governo ottiene immediatamente risorse fresche, ma non aumenta realmente il gettito complessivo.

I 130 milioni entrano prima nelle casse pubbliche, ma in futuro produrranno un minore incasso perché la società potrà compensarli attraverso il credito d’imposta.

Dal punto di vista finanziario, quindi, il vantaggio per lo Stato riguarda principalmente il momento in cui il denaro diventa disponibile.

Il governo ha bisogno delle risorse adesso per finanziare lo sconto sui carburanti e decide quindi di anticipare una parte delle entrate future.

È una soluzione che consente di affrontare l’emergenza immediata senza introdurre una nuova imposta strutturale.

Il paradosso politico: nessuna tassa vera sugli extraprofitti

La scelta rischia però di alimentare nuove polemiche.

Da settimane diversi esponenti politici e associazioni dei consumatori chiedono infatti un intervento molto più incisivo sui profitti straordinari realizzati dal comparto energetico.

La richiesta è semplice: se l’aumento dei prezzi genera utili eccezionali per alcune società, una parte di quelle risorse dovrebbe essere utilizzata per alleggerire il peso delle bollette e dei carburanti su famiglie e imprese.

Il decreto, invece, evita proprio quel tipo di intervento.

Non prende una quota aggiuntiva dei profitti. Anticipa soltanto imposte già previste.

Il risultato è che l’azienda non subisce un vero aumento del carico fiscale complessivo.

Il nodo delle coperture sul caro carburanti

La vicenda mostra soprattutto quanto sia diventato complicato finanziare interventi prolungati contro il caro energia.

Il taglio delle accise può produrre un effetto immediato sui prezzi alla pompa, ma ha un costo molto elevato per il bilancio dello Stato.

Più a lungo viene mantenuto, più risorse devono essere trovate altrove.

Il governo, nelle scorse settimane, ha già fatto ricorso a proroghe molto brevi proprio per evitare di impegnare somme troppo elevate.

La scelta dell’anticipo fiscale di Eni va letta all’interno di questa difficoltà.

Si cerca una soluzione rapida per reperire liquidità senza aprire immediatamente nuovi capitoli di spesa o introdurre imposte aggiuntive.

Un intervento che però non risolve il problema strutturale

Resta comunque evidente un limite.

Anche utilizzando i 130 milioni anticipati da Eni, la questione dei prezzi dei carburanti non viene risolta.

Si tratta di una misura temporanea, utile a finanziare uno sconto limitato nel tempo.

Se il prezzo del petrolio dovesse restare elevato, oppure se la crisi internazionale continuasse a spingere verso l’alto benzina e gasolio, il governo dovrebbe trovare nuove coperture.

A quel punto tornerebbero inevitabilmente sul tavolo le alternative già discusse: ulteriori tagli delle accise, bonus mirati in base al reddito, interventi sui margini della filiera oppure una vera tassazione degli extraprofitti.

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Il caso Eni diventa così anche politico

Il decreto benzina racconta quindi molto più di una semplice operazione contabile.

Rivela quanto stretto sia diventato il margine del governo nel tentativo di contenere il caro carburanti senza compromettere i conti pubblici.

Per avere subito 130 milioni, lo Stato chiede a Eni di versare in anticipo tasse che avrebbe comunque pagato.

La società recupererà quelle somme in seguito.

Un meccanismo perfettamente diverso da una tassa sugli extraprofitti e che, proprio per questo, rischia di alimentare ancora di più il confronto politico.

La domanda inevitabile diventa allora una: se l’emergenza carburanti dovesse continuare, quanti altri anticipi o interventi temporanei potranno essere utilizzati prima che sia necessario affrontare il problema con una misura strutturale?

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