Dopo un mese di controlli straordinari sui viaggiatori provenienti dalla Spagna, il bilancio ufficiale ridimensiona l’allarme che aveva portato Roma a sospendere la libera circolazione dopo la crisi di Ceuta. Il governo, però, proroga la misura per altri 15 giorni e Madrid risponde facendo lo stesso con gli arrivi dall’Italia
Doveva essere la risposta forte del governo italiano alla crisi migratoria esplosa a Ceuta. Un provvedimento eccezionale, presentato come necessario per impedire che persone entrate irregolarmente nell’enclave spagnola potessero raggiungere l’Italia sfruttando la libera circolazione europea. A un mese di distanza, però, sono gli stessi numeri forniti dal Viminale a offrire un quadro molto diverso rispetto all’emergenza evocata all’inizio di agosto.
Dal primo al 31 agosto, le autorità italiane hanno monitorato quasi 500mila passeggeri attraverso l’esame delle liste di viaggio e identificato direttamente alla frontiera oltre 180mila persone in arrivo dalla Spagna. Il risultato finale è stato di appena 31 respingimenti. E di queste 31 persone, soltanto otto erano cittadini marocchini.
Sono cifre che inevitabilmente alimentano le critiche contro la decisione del governo Meloni. Soprattutto perché Roma, invece di chiudere la fase dei controlli straordinari, ha deciso di prorogarli per altri quindici giorni, provocando una nuova reazione della Spagna e prolungando uno scontro diplomatico che ormai dura da settimane.
Quasi mezzo milione di passeggeri monitorati per arrivare a 31 respingimenti
Il dato più impressionante riguarda la sproporzione tra l’enorme quantità di controlli effettuati e il numero delle persone effettivamente respinte.
Secondo le informazioni provenienti dal ministero dell’Interno, nel corso di agosto sono state controllate attraverso le liste passeggeri quasi mezzo milione di persone. Di queste, oltre 180mila sono state identificate al momento dell’ingresso nel territorio italiano. Alla fine dell’intera operazione, soltanto 31 non sono state ammesse.
Tradotto in percentuale, significa che i respingimenti rappresentano circa lo 0,017% delle 180mila persone identificate direttamente. Un dato che non dimostra, da solo, che i controlli fossero inutili — un controllo di sicurezza può avere anche una funzione preventiva — ma rende inevitabile una domanda politica sulla proporzionalità della misura rispetto alla minaccia che era stata prospettata.
Ancora più significativo è il dato relativo alla nazionalità. Soltanto otto dei 31 respinti erano marocchini, mentre gli altri appartenevano ad altre nazionalità.
La misura era nata dopo la crisi di Ceuta
Per comprendere il peso politico di questi numeri bisogna tornare alla fine di luglio, quando Ceuta era stata investita da una grave crisi migratoria.
L’enclave spagnola si trova sulla costa nordafricana e confina direttamente con il Marocco. Di fronte all’afflusso improvviso di migranti, il governo italiano aveva deciso di ripristinare temporaneamente i controlli sui passeggeri provenienti dalla Spagna via mare e via aerea, motivando la scelta con esigenze di sicurezza e con il timore di possibili movimenti secondari verso l’Italia.
La decisione aveva immediatamente provocato forti tensioni con Madrid, che aveva contestato la ricostruzione italiana e aveva risposto introducendo a sua volta controlli sui passeggeri provenienti dall’Italia.
A distanza di un mese, proprio i risultati operativi dell’iniziativa italiana sono diventati il nuovo terreno dello scontro.
Solo otto marocchini respinti
Il numero che politicamente pesa di più è probabilmente proprio quello degli otto cittadini marocchini.
L’origine della misura era infatti strettamente collegata alla crisi di Ceuta e al timore che parte delle persone entrate nell’enclave potesse poi spostarsi verso altri Paesi europei.
Eppure, dopo un mese di controlli intensificati, sono stati respinti soltanto otto marocchini.
Le fonti disponibili non stabiliscono, inoltre, che questi otto provenissero dal flusso migratorio entrato a Ceuta. Alcune ricostruzioni giornalistiche sottolineano proprio l’assenza di elementi che colleghino i respingimenti alla crisi che aveva originato il provvedimento.
È una distinzione fondamentale: essere cittadini marocchini non significa automaticamente essere arrivati attraverso Ceuta.
Il governo però proroga tutto per altri 15 giorni
Nonostante il bilancio del primo mese, il governo Meloni ha deciso di proseguire.
Alla scadenza del provvedimento, Roma ha annunciato una proroga di altri quindici giorni dei controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna. I cittadini di Paesi terzi che arrivano in Italia attraverso aeroporti e porti spagnoli continueranno quindi a essere sottoposti alle verifiche documentali previste dalla misura.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha difeso la decisione definendola necessaria, pur esprimendo l’auspicio che questa possa essere l’ultima proroga.
Ed è proprio su questa scelta che si concentra adesso la polemica: se i controlli sono stati introdotti per fronteggiare un rischio eccezionale, quali risultati del primo mese giustificano la prosecuzione dell’eccezione?
Madrid risponde e proroga i controlli sugli italiani
La conseguenza della decisione italiana non riguarda soltanto chi arriva dalla Spagna.
Madrid ha infatti risposto con una misura speculare, prorogando i controlli sui passeggeri provenienti dall’Italia. Il ministero dell’Interno spagnolo ha confermato l’estensione della misura per altri quindici giorni.
Il risultato è paradossale: una crisi migratoria nata al confine tra Spagna e Marocco ha finito per produrre controlli straordinari anche tra Italia e Spagna, due Paesi dell’Unione europea e dello spazio Schengen.
A pagare le conseguenze pratiche della tensione sono quindi anche i normali viaggiatori.
Da Ceuta a uno scontro politico tra Roma e Madrid
Quella che all’inizio veniva presentata soprattutto come una questione di sicurezza è diventata progressivamente una controversia politica e diplomatica.
Il governo spagnolo ha contestato fin dall’inizio la decisione italiana. Roma, al contrario, ha rivendicato il diritto di adottare misure preventive davanti a una situazione considerata potenzialmente pericolosa.
Lo scontro si è poi alimentato attraverso dichiarazioni reciproche e misure speculari.
Secondo El País, nel primo mese le autorità spagnole avevano controllato più di mille voli e circa 12mila passeggeri di Paesi terzi provenienti dall’Italia, mentre l’Italia aveva sottoposto a identificazione oltre 180mila persone provenienti dalla Spagna.
Una macchina di controlli imponente, dunque, nata da un’emergenza geograficamente molto lontana dai confini italiani.
I dati mettono alla prova la narrazione dell’emergenza
Definire la vicenda un “fallimento totale” resta una valutazione politica. I controlli di frontiera, infatti, non possono essere giudicati esclusivamente dal numero dei respingimenti: il governo può sostenere che la loro stessa presenza abbia svolto una funzione preventiva e di sicurezza.
Ma i dati ufficiali pongono comunque un problema evidente di proporzionalità.
Se vengono controllate centinaia di migliaia di persone e soltanto poche decine vengono respinte, diventa legittimo chiedere quali fossero le dimensioni effettive del fenomeno che si voleva contrastare.
E soprattutto diventa necessario capire quanti dei soggetti intercettati fossero realmente riconducibili all’emergenza di Ceuta.
Su quest’ultimo punto, al momento, non emerge dai dati diffusi un collegamento tale da dimostrare un flusso significativo da Ceuta verso l’Italia.
Il precedente delle polemiche sui rimpatri
La vicenda si inserisce inoltre in una discussione più ampia sulla politica migratoria del governo Meloni.
L’esecutivo ha costruito una parte significativa della propria identità politica sulla promessa di un maggiore controllo delle frontiere, sulla lotta all’immigrazione irregolare e sulla necessità di aumentare i rimpatri.
Proprio per questo ogni operazione presentata come una risposta straordinaria all’immigrazione viene inevitabilmente giudicata anche attraverso i risultati concreti.
E nel caso della sospensione di Schengen con la Spagna, i numeri oggi disponibili sono molto lontani dall’immagine di un massiccio movimento di persone verso l’Italia.
Il costo non è soltanto politico
C’è poi un aspetto spesso trascurato: ogni controllo richiede uomini, organizzazione e risorse.
Controllare quasi mezzo milione di nominativi, identificare oltre 180mila persone nei porti e negli aeroporti e mantenere per settimane un dispositivo straordinario significa impegnare personale delle forze dell’ordine che potrebbe essere utilizzato anche per altre attività.
Non è possibile, sulla base dei dati pubblici finora disponibili, stabilire il costo economico complessivo dell’operazione.
Sarebbe quindi scorretto attribuire una cifra senza documentazione ufficiale.
Ma è perfettamente legittimo chiedere al governo un bilancio dettagliato: quante unità sono state impiegate? Quante ore di lavoro? Qual è stato il costo complessivo? E quali risultati di sicurezza, oltre ai respingimenti, sono stati ottenuti?
Il vero nodo: quali elementi giustificano altri quindici giorni?
È questa la domanda che adesso Palazzo Chigi e il Viminale dovrebbero chiarire.
Il governo sostiene che la proroga sia necessaria. Ma dopo il primo mese dispone anche di dati concreti sui quali misurare il rischio.
E quei dati dicono che su oltre 180mila persone identificate ne sono state respinte 31, di cui otto marocchine.
Se esistono informazioni di intelligence o valutazioni di sicurezza ulteriori che rendono necessaria la prosecuzione dei controlli, spetta naturalmente alle istituzioni valutarle e, nei limiti consentiti, spiegarle.
In assenza di nuovi elementi pubblici, però, il divario tra l’enorme macchina messa in campo e i risultati ottenuti continuerà inevitabilmente ad alimentare le critiche.
Una prova politica difficile per Meloni
La vicenda diventa particolarmente scomoda per Giorgia Meloni perché tocca uno dei terreni sui quali il centrodestra ha costruito maggiormente il proprio consenso: l’immigrazione.
La promessa è sempre stata quella di sostituire alle parole risultati concreti.
Proprio per questo i numeri del Viminale sono politicamente pesanti. Non arrivano dall’opposizione, né da un’organizzazione critica verso il governo: sono i dati dell’apparato dello Stato che ha materialmente eseguito i controlli.
E raccontano un mese nel quale, a fronte di un dispositivo eccezionale, 31 persone sono state respinte su oltre 180mila identificate.
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Dalla prova di forza al rischio boomerang
Quella che doveva mostrare fermezza rischia quindi di trasformarsi in un boomerang politico.
Il governo può rivendicare il principio di precauzione e sostenere che in materia di sicurezza sia preferibile un controllo in più che uno in meno. È una posizione legittima.
Ma chi contesta la misura può ora rispondere utilizzando proprio i dati ufficiali: un mese di verifiche, quasi mezzo milione di passeggeri monitorati, oltre 180mila identificazioni e soltanto 31 respingimenti.
Nel frattempo la Spagna ha risposto con controlli analoghi sugli arrivi dall’Italia, prolungando una situazione anomala tra due Paesi europei.
La questione, dunque, non è più se fosse legittimo adottare precauzioni nelle ore immediatamente successive alla crisi di Ceuta. La vera domanda, dopo un mese e davanti ai risultati ottenuti, è un’altra: ha ancora senso mantenere una misura straordinaria di queste dimensioni?
È su questo terreno che il governo dovrà difendere la propria scelta. Perché, passata la fase degli annunci, rimangono i numeri. E questa volta sono proprio i numeri del Viminale a rendere molto più difficile sostenere la rappresentazione di un’emergenza proveniente dalla Spagna.



















