A cinquanta giorni dalla sconfitta al referendum costituzionale, la maggioranza di governo appare sempre più attraversata da tensioni interne. Quello che Giorgia Meloni avrebbe voluto trasformare in un momento di rilancio politico, riaffermando la compattezza della coalizione, si sta invece rivelando un passaggio complicatissimo. La destra di governo litiga su quasi tutto: dalle nomine nelle autorità indipendenti alla legge elettorale, dal fine vita alla Biennale di Venezia, fino ai rapporti con l’Unione Europea, alla crisi energetica e alla gestione delle spese militari.
Il quadro che emerge è quello di una coalizione ancora numericamente solida, ma politicamente molto più nervosa. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia continuano a governare insieme, ma su molti dossier strategici si muovono con interessi diversi, priorità differenti e, spesso, con reciproca diffidenza. La premier resta il punto di equilibrio dell’esecutivo, ma le frizioni tra alleati stanno diventando sempre più visibili, al punto da emergere anche nei luoghi più informali della vita di governo, come le chat interne dei ministri.
Dopo il referendum, la maggioranza non ha ritrovato compattezza
La sconfitta al referendum costituzionale avrebbe dovuto aprire una fase di ricompattamento. Meloni aveva bisogno di mostrare che l’incidente politico non aveva indebolito il governo e che la coalizione era ancora in grado di procedere unita. È accaduto il contrario.
Da allora, settimana dopo settimana, sono aumentati i temi di scontro. Non si tratta più di semplici differenze di sensibilità, fisiologiche in ogni alleanza. Le divergenze riguardano partite centrali per il potere, l’identità politica e la prospettiva elettorale della maggioranza. Ogni partito sembra voler marcare il proprio spazio, anche a costo di rallentare l’azione dell’esecutivo.
Fratelli d’Italia vuole accelerare su alcune riforme decisive, a partire dalla legge elettorale. La Lega cerca di distinguersi su dossier economici, energetici e internazionali. Forza Italia prova a riaffermare una linea più liberale e moderata, soprattutto su temi sensibili come il fine vita e sui rapporti con l’Europa. Il risultato è un governo che, pur non essendo formalmente in crisi, dà l’impressione di litigare continuamente con se stesso.
Il nodo delle nomine: Consob e Antitrust diventano terreno di scontro
Uno dei fronti più delicati riguarda le nomine nelle autorità pubbliche. Da metà gennaio il governo deve indicare il nuovo presidente della Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa. Il nome più accreditato è sempre stato quello di Federico Freni, sottosegretario all’Economia e figura della Lega moderata.
La sua nomina sembrava quasi scontata, ma al momento decisivo Forza Italia si è opposta, bloccando di fatto l’intesa. Le ragioni del no non sono mai state chiarite del tutto, ma il risultato politico è evidente: una nomina che sembrava pronta è rimasta congelata per mesi.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva provato a sbloccare la situazione, ribadendo la fiducia in Freni e lasciando intendere che la decisione fosse imminente. Anche la scadenza del mandato del presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, l’Antitrust, avrebbe potuto favorire un accordo complessivo: una nomina alla Lega, un’altra come compensazione agli alleati. Ma neppure questo è bastato.
Lo stallo su Consob e AGCM mostra quanto siano fragili gli equilibri interni. Le nomine, apparentemente tecniche, sono in realtà altamente politiche. Controllare o influenzare le autorità indipendenti significa incidere su settori delicati dell’economia, della concorrenza, dei mercati e delle imprese. Per questo ogni partito vuole avere voce in capitolo. E quando l’accordo non arriva, le tensioni si riflettono anche su altri dossier.
La legge elettorale: la riforma che Meloni vuole, ma gli alleati frenano
Il secondo grande fronte riguarda la legge elettorale. Per Giorgia Meloni è una partita fondamentale. L’attuale sistema renderebbe più complicata una nuova vittoria netta della destra alle prossime elezioni politiche del 2027. Per questo Fratelli d’Italia spinge da mesi per approvare una riforma che renda più favorevole il quadro alla coalizione.
Ma proprio qui emergono i sospetti degli alleati. Lega e Forza Italia non sembrano avere la stessa urgenza. Anzi, guardano con prudenza a una riforma che, secondo loro, potrebbe avvantaggiare soprattutto il partito più forte della coalizione: Fratelli d’Italia.
È il nodo politico più evidente. Meloni ha bisogno di una legge elettorale che consolidi il primato della destra e renda più semplice la governabilità. Salvini e Tajani, però, non vogliono trasformarsi in soci minori destinati a subire il peso crescente di FdI. Per questo, pur avendo depositato un testo inizialmente presentato come condiviso, i partiti della maggioranza hanno cominciato ad avanzare modifiche, dubbi e obiezioni.
Il governo ha provato anche a coinvolgere le opposizioni, lanciando un appello al centrosinistra. Ma Elly Schlein e gli altri leader dell’opposizione non sembrano intenzionati a soccorrere la maggioranza proprio mentre la destra si divide. Per il centrosinistra, restare alla finestra può essere politicamente più conveniente: più passa il tempo, più emergono le crepe interne alla coalizione.
Fine vita, Forza Italia alza la voce: la destra si divide sui diritti
Un altro terreno di scontro è il fine vita. Forza Italia sta chiedendo di riaprire la discussione sul disegno di legge che dovrebbe regolare il suicidio assistito, colmando un vuoto normativo che dura da anni e sul quale la Corte costituzionale è intervenuta più volte.
Il tema è delicatissimo perché tocca questioni etiche, religiose, giuridiche e personali. Forza Italia, anche nel solco delle sollecitazioni di Marina Berlusconi a rivendicare con più forza un’identità liberale, vorrebbe trovare un compromesso anche con le opposizioni. Ma Lega e Fratelli d’Italia reagiscono con fastidio.
A pesare è soprattutto la linea del governo, influenzata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, figura molto vicina a Meloni e portatore di una visione fortemente conservatrice sui temi bioetici. La discussione è stata quindi rallentata e rinviata.
Per evitare uno scontro frontale, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha preso tempo, fissando l’inizio della discussione in aula al 3 giugno. Ma il rinvio non risolve il problema. Lo sposta soltanto più avanti. Forza Italia vuole dimostrare di non essere appiattita sulle posizioni più identitarie della destra, mentre Fratelli d’Italia e Lega non vogliono aprire varchi su un tema che potrebbe spaccare il proprio elettorato.
Il caso Biennale: Giuli, Buttafuoco e Salvini nello scontro sulla Russia
Anche la cultura è diventata un terreno di battaglia. La vicenda della Biennale di Venezia ha aperto una frattura inattesa dentro la stessa area di destra. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il direttore della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco, entrambi provenienti da un mondo culturale vicino alla destra, si sono trovati su posizioni opposte.
Il punto più controverso riguarda la partecipazione della Russia alla Biennale. Buttafuoco ha difeso il diritto della Russia a essere presente, mentre Giuli si è mostrato contrario. La questione si è presto allargata, coinvolgendo anche Matteo Salvini, che ha elogiato la scelta di riaprire il padiglione russo.
Da lì lo scontro è diventato politico e personale. Giuli e Salvini si sono scambiati critiche pubbliche. Il leader della Lega ha persino rilanciato nella chat WhatsApp dei ministri una notizia relativa agli attacchi ricevuti dal collega, accompagnandola con un secco “Mah”. Un dettaglio che racconta bene il clima interno: non solo divergenze pubbliche, ma irritazioni che filtrano anche nei canali riservati dell’esecutivo.
A complicare ulteriormente la situazione è arrivata la decisione di Giuli di rimuovere improvvisamente due dirigenti importanti del suo gabinetto, entrambi considerati vicini ad ambienti di Fratelli d’Italia legati a Meloni. La premier ha poi ricevuto Giuli a Palazzo Chigi, facendo filtrare una nota in cui si parlava della gratitudine del ministro e del suo sostegno al programma della coalizione. Ma proprio comunicazioni di questo tipo, spesso, servono a mascherare una tensione molto più profonda.
Politica estera ed Europa: tre partiti, tre linee diverse
Le divisioni non si fermano alla politica interna. Anche sui rapporti con l’Unione Europea e sulla gestione dei vincoli di bilancio la maggioranza procede in ordine sparso.
La crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente impone nuove spese e nuove misure di sostegno. Ma per finanziarle bisogna capire come muoversi rispetto alle regole europee. La Lega, soprattutto nelle sue componenti più euroscettiche, ha evocato l’ipotesi di una rottura con il Patto di stabilità, arrivando a ipotizzare una sorta di uscita unilaterale dalle regole di bilancio. Una prospettiva difficilmente praticabile, ma utile politicamente per marcare una linea di scontro con Bruxelles.
Forza Italia, invece, ha indicato un’altra strada: utilizzare le risorse del MES. Anche questa, però, appare una soluzione poco realistica nel breve periodo, oltre che politicamente complicata per una maggioranza che negli anni ha fatto del rifiuto del MES una bandiera identitaria.
Meloni e Giorgetti hanno scelto una terza via, più prudente: negoziare con la Commissione Europea modifiche specifiche e puntuali alle regole in vigore, provando a rendere meno pesanti per il bilancio italiano le nuove spese legate alla crisi energetica. Una linea meno rumorosa, ma più compatibile con la necessità di non aprire uno scontro frontale con Bruxelles.
Crosetto contro Giorgetti: lo scontro sulle spese militari
La linea del ministro dell’Economia, però, ha aperto un altro fronte interno. Il ministro della Difesa Guido Crosetto teme che Giorgetti voglia rallentare o ridimensionare i finanziamenti destinati alle spese militari, compromettendo i piani di ammodernamento delle Forze armate.
È una divergenza pesante perché riguarda uno dei dossier più sensibili dell’attuale fase internazionale: la difesa, il riarmo, gli impegni europei e atlantici. Crosetto chiede risorse, Giorgetti deve tenere i conti sotto controllo. Meloni deve provare a tenere insieme entrambe le esigenze, evitando che il contrasto tra ministeri diventi uno scontro politico aperto.
Anche il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha avuto motivi di irritazione nei confronti del ministero dell’Economia. Giorgetti avrebbe imposto modifiche sostanziali a un decreto pensato per incentivare il settore industriale. Lo scontro ha prodotto un effetto insolito: Urso ha chiesto al Parlamento di sospendere l’approvazione del provvedimento che lui stesso aveva emanato, perché il testo era stato modificato in modo significativo dalla Ragioneria.
Gas russo, Salvini spinge e Meloni frena
La crisi energetica ha aperto anche il dossier del gas russo. L’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, durante un evento organizzato dalla Lega, ha suggerito l’ipotesi di ridurre dal 2027 le restrizioni all’acquisto di gas dalla Russia. Matteo Salvini si è detto subito favorevole.
Meloni, invece, ha espresso una netta contrarietà. La premier sa che un’apertura sul gas russo avrebbe conseguenze politiche enormi, soprattutto nei rapporti con l’Unione Europea, con gli alleati occidentali e con la linea finora sostenuta dall’Italia nel quadro della guerra e delle sanzioni.
Anche qui la distanza tra Lega e Fratelli d’Italia è evidente. Salvini prova a parlare a un elettorato più insofferente verso Bruxelles e più sensibile al tema dei costi dell’energia. Meloni, invece, vuole evitare di apparire ambigua sulla collocazione internazionale dell’Italia.
Una coalizione ancora in piedi, ma sempre più litigiosa
Il punto politico è che nessuno, almeno per ora, sembra voler davvero rompere. La maggioranza resta in piedi perché tutti i partiti hanno interesse a restare al governo. Fratelli d’Italia conserva la leadership, la Lega ha ministeri importanti e può condizionare molte scelte, Forza Italia può rivendicare il ruolo di componente moderata e liberale.
Ma governare insieme non significa essere uniti. La coalizione appare sempre più segnata da una competizione interna permanente. Ogni dossier diventa occasione per misurare rapporti di forza, ottenere compensazioni, bloccare l’avversario interno o lanciare segnali al proprio elettorato.
Le nomine diventano terreno di scambio. La legge elettorale diventa una partita di sopravvivenza futura. Il fine vita diventa una sfida identitaria. La Biennale diventa un caso politico sulla Russia. L’Europa e l’energia diventano il campo in cui si misurano europeismo, sovranismo e pragmatismo di governo.
Il problema di Meloni: comandare senza rompere
Per Giorgia Meloni la sfida è sempre più complessa. La premier deve continuare a presentarsi come garante della stabilità, ma allo stesso tempo deve gestire alleati che non vogliono essere schiacciati dal peso di Fratelli d’Italia. Più FdI resta dominante nei sondaggi e nella coalizione, più Lega e Forza Italia sentono il bisogno di differenziarsi.
Il rischio per Meloni non è necessariamente una caduta immediata del governo. Il rischio è un logoramento progressivo. Una maggioranza che litiga su tutto può arrivare comunque a fine legislatura, ma può farlo consumando energie, rallentando riforme e mostrando all’opinione pubblica un’immagine di instabilità.
Dopo la sconfitta referendaria, la premier avrebbe avuto bisogno di una fase ordinata, capace di rilanciare l’iniziativa politica. Invece si ritrova a mediare tra ministri, partiti, correnti e dossier sempre più divisivi.
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Il governo Meloni non è formalmente in crisi, ma la maggioranza vive una fase di forte nervosismo interno. Le tensioni non riguardano un solo tema, ma una lunga serie di questioni decisive: potere, riforme, diritti, cultura, Europa, energia, difesa e rapporti internazionali.
La destra continua a governare, ma appare meno compatta di quanto vorrebbe mostrare. Ogni partito cerca di difendere il proprio spazio e di evitare che il predominio di Fratelli d’Italia trasformi gli alleati in semplici comprimari. Meloni resta al centro del sistema, ma proprio per questo è costretta a intervenire continuamente per evitare che i conflitti diventino incontrollabili.
La coalizione non cade oggi. Ma il dato politico è chiaro: dopo il referendum, il governo non ha ritrovato slancio. Ha trovato nuove fratture. E la vera domanda, ormai, non è se la maggioranza litighi. È quanto a lungo potrà continuare a farlo senza pagare un prezzo politico più alto.



















