Governo Meloni, soldi finiti, ora sono guai per la Presidente del Consiglio, italiani senza…

Il problema, adesso, non è soltanto politico. È contabile, finanziario, quasi chirurgico. E proprio per questo rischia di essere ancora più insidioso per Giorgia Meloni. Perché mentre il governo prova a rilanciare la propria immagine in Parlamento e a difendersi dalle opposizioni, il cuore della partita si sta giocando altrove: nei decimali del deficit, nelle nuove stime di crescita, nelle regole europee e nella quantità sempre più ridotta di margine fiscale a disposizione. È da qui che parte l’analisi firmata da Francesco Cancellato su Fanpage, che sostiene una tesi precisa: il vero problema del governo non è la polemica quotidiana, ma il fatto che i conti stiano diventando troppo stretti per sostenere una nuova fase politica.

Il dato più concreto, e più pesante, è quello ricordato da Giancarlo Giorgetti al Senato. Il ministro dell’Economia ha detto che i conti Istat indicano per il 2025 un rapporto deficit-Pil del 3,1%, “in realtà 3,07”, e che alla fine di aprile si attendono le valutazioni di Eurostat per capire se esistano le condizioni per uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo. Per rientrare davvero sotto la soglia del 3% richiesta dall’Unione europea, il governo avrebbe bisogno di ridurre ulteriormente quel rapporto. Fanpage traduce questo scarto in un valore politico molto concreto: 678 milioni di euro. È attorno a questa cifra che Cancellato costruisce il cuore del suo ragionamento.

Fin qui, però, siamo ancora nei fatti. E i fatti raccontano che l’economia italiana si sta muovendo in un quadro più difficile del previsto. Reuters riferisce che il governo si prepara a tagliare le stime di crescita per il 2026, portandole dallo 0,7% a una forchetta compresa tra 0,5% e 0,6%, proprio a causa dell’impatto della crisi energetica. Lo stesso Giorgetti ha parlato di revisioni al ribasso dovute a fattori esterni e temporanei, ma il punto politico non cambia: se la crescita rallenta, diventa più complicato anche riportare il deficit sotto la soglia europea e, di conseguenza, si restringe ulteriormente lo spazio per nuove misure espansive.

Ed è qui che l’analisi di Fanpage fa un salto interpretativo. Cancellato sostiene che il destino della legislatura dipenda adesso dalla capacità del governo di trovare quel margine finanziario necessario per liberarsi dalla procedura d’infrazione e recuperare spazio d’azione. In questa lettura, Meloni avrebbe bisogno di soldi non solo per tenere in ordine i conti, ma per rilanciare davvero l’iniziativa politica del governo. Se quei margini non si materializzano, il rischio non sarebbe un crollo immediato, bensì una “lenta agonia” fino al voto: un governo che resta in piedi ma senza risorse vere per invertire la traiettoria. Questa è una valutazione politica di Cancellato, non un fatto accertato.

La sua tesi si appoggia anche a un altro elemento: nelle informative di Giorgia Meloni alle Camere, la premier ha rivendicato molto l’azione già svolta e parlato relativamente poco del futuro. Cancellato interpreta questo squilibrio come il segnale di una consapevolezza precisa: promettere nuove svolte politiche, economiche o sociali richiederebbe oggi una disponibilità di risorse che Palazzo Chigi, almeno per ora, non ha. Anche questo è un giudizio politico, ma si innesta su un quadro oggettivo di maggiore prudenza fiscale e di crescita più debole.

C’è poi il capitolo più delicato, quello che collega i numeri dei conti pubblici alle scelte strategiche del governo. Fanpage scrive che, se l’Italia riuscisse a uscire dalla procedura d’infrazione, potrebbe avere più flessibilità per sostenere nuove spese, inclusi gli impegni sulla difesa. Reuters conferma che l’essere ancora sotto procedura limita il margine per adottare ulteriori misure di sostegno e che il governo, finora, ha escluso di ricorrere alla clausola di salvaguardia nazionale finché resta formalmente dentro l’Excessive Deficit Procedure. In altre parole, il vincolo europeo non è astratto: ha effetti diretti sulle scelte che il governo può o non può fare.

Su questo punto entra in gioco anche il tema della guerra e della crisi energetica. Già il 3 aprile Giorgetti aveva detto che, se il conflitto e i suoi effetti economici fossero proseguiti, sarebbe diventata “inevitabile” una riflessione europea sul limite del 3% del deficit. Il 9 aprile Reuters ha aggiunto che il ministro ritiene che, in caso di nuova recrudescenza della crisi in Iran, l’Unione europea dovrebbe valutare una sospensione temporanea delle regole di bilancio, come avvenuto durante la pandemia. Questo coincide con uno dei pochi passaggi apertamente prospettici del discorso di Meloni in Parlamento: la possibilità di ragionare su una sospensione del Patto di stabilità se la crisi dovesse aggravarsi.

Ed è proprio qui che l’analisi di Fanpage diventa più tagliente. Cancellato osserva che il paradosso del governo sarebbe questo: per riaprire davvero spazi di manovra, Meloni avrebbe quasi bisogno che il quadro europeo cambiasse per via di una crisi più grave, cioè di uno shock esterno capace di far saltare temporaneamente i vincoli. In questa lettura, il futuro del governo dipenderebbe non solo dai ragionieri del MEF o dagli statistici di Eurostat, ma anche dall’andamento dei negoziati internazionali sul Medio Oriente. È una conclusione fortemente interpretativa, ma coerente con i dati citati su deficit, crescita e regole europee.

L’articolo di Cancellato inserisce anche una critica politica più ampia alla gestione del governo, sostenendo che le risorse siano state sprecate o impiegate male, e cita in particolare il progetto dei centri per migranti in Albania come esempio di spesa senza ritorno strategico. Questo è un giudizio editoriale dell’autore, non una valutazione neutrale. Ma il suo obiettivo è chiaro: sostenere che Meloni non sia arrivata in affanno solo per colpa della congiuntura internazionale, bensì anche per una scelta sbagliata delle priorità.

Il punto politico finale, allora, è tutto qui: il governo può ancora reggere, ma la sua capacità di iniziativa dipende sempre di più da margini che si stanno restringendo. Non basta più dire che si andrà avanti fino a fine legislatura. Bisogna dimostrare di avere ancora spazio per fare qualcosa di nuovo, di incisivo, di riconoscibile. E per farlo servono risorse, non solo narrazione. Fanpage sostiene che Meloni abbia “fatto male i conti”; i dati verificati dicono almeno questo: il deficit resta sopra il 3%, la crescita attesa viene rivista al ribasso e l’uscita dalla procedura d’infrazione è ancora incerta. Da lì in poi, il giudizio sul futuro del governo entra nel terreno dell’analisi politica.

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L’articolo di Francesco Cancellato è un pezzo d’opinione, ma poggia su un nucleo di fatti molto solidi: l’Italia ha chiuso il 2025 con un deficit del 3,07% del Pil, la crescita prevista per il 2026 viene corretta al ribasso, e il governo è ancora in attesa del verdetto di Eurostat per capire se potrà uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo. Tutto il resto — l’idea di una “lenta agonia”, il giudizio sulle colpe del governo, la tesi di un esecutivo inchiodato dai propri errori — appartiene al terreno dell’interpretazione politica. Ma è proprio questo intreccio tra numeri duri e lettura politica a rendere la sua analisi così tagliente: perché oggi, per Meloni, il problema non è soltanto convincere il Parlamento o rispondere alle opposizioni. È trovare nei conti pubblici lo spazio che le serve per dimostrare che il suo governo ha ancora un futuro da spendere.

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