All’interno del governo Meloni si apre un nuovo fronte di tensione. Protagonista, ancora una volta, è Matteo Salvini, che dopo il successo della Lega nelle Regionali – soprattutto in Veneto, dove il partito ha doppiato FdI – sceglie di marcare il territorio e di prendere pubblicamente le distanze dalla linea di Giorgia Meloni su due dossier sensibili: la norma sul consenso e la nuova legge elettorale.
L’articolo di Aldo Rosati sul Riformista ricostruisce la giornata in cui il “fragoroso dissenso” del vicepremier diventa “la notizia del giorno”, mettendo in imbarazzo Palazzo Chigi e oscurando perfino il vertice sulla manovra economica.
Dal Papeete al “Capitano redivivo”: il contesto politico
Il pezzo del Riformista parte da un’immagine simbolica: il ritorno del “Capitano”, soprannome con cui Salvini veniva celebrato ai tempi del Papeete e dei sondaggi al 30%.
A ridargli fiato è la vittoria in Veneto, “ottenuta per interposta persona” – Luca Zaia – che ha permesso alla Lega di presentarsi come il vero partito egemone nella regione, ridimensionando Fratelli d’Italia. Un risultato che, scrive Rosati, ha “ringalluzzito” Salvini e lo ha spinto a cogliere l’occasione per differenziarsi dalla premier e tornare al centro della scena politica.
In questo clima, il leader leghista sceglie un terreno particolarmente delicato: la legge sul consenso nei rapporti sessuali, frutto di un’intesa bipartisan tra Meloni ed Elly Schlein, e già approvata in prima lettura alla Camera.
Il caso “consenso”: Salvini spara sulla legge voluta da Meloni e Schlein
La “materia del contendere”, spiega il Riformista, è proprio la norma sul consenso. Dopo il via libera di Montecitorio, il testo arriva al Senato, dove la presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno (Lega), ne rinvia l’approvazione per “questioni tecniche”. Prima avvisaglia di un malumore che in poche ore diventa esplosione politica.
A margine di una conferenza stampa sui risultati elettorali, Salvini rompe gli indugi e boccia pubblicamente il testo:
“Il consenso è assolutamente condivisibile come principio, ma un testo che lascia troppo spazio alla libera interpretazione del singolo è una legge che rischia di intasare i tribunali e alimentare lo scontro invece di ridurre le violenze”.
E rincara:
“Così come è scritto, lascia lo spazio a vendette personali, da parte di donne e uomini, che senza nessun abuso userebbero una norma vaga per vendette personali”.
Parole che colpiscono al cuore un provvedimento voluto da Meloni per dare un segnale politico forte dopo i casi di femminicidio e violenza di genere. Il messaggio è chiaro: la Lega non intende concedere alla premier e alla segretaria del Pd il monopolio del tema “sicurezza delle donne”, e giudica il testo troppo vicino – nelle parole di molti esponenti leghisti – alla “filosofia woke”.
Il risultato è duplice:
le opposizioni colgono l’occasione per parlare di “maggioranza spaccata” su un tema simbolico;
a Palazzo Chigi cresce l’imbarazzo: la norma è stata presentata come frutto di un equilibrio faticoso tra garantismo e tutela delle vittime, e ora viene demolita da un alleato di governo.
“Legge elettorale? Mi interessa men che meno”
Come se non bastasse, Salvini decide di intervenire anche sul secondo grande tema del giorno: la nuova legge elettorale, entrata ufficialmente in agenda dopo il voto regionale.
Alla domanda dei cronisti, il vicepremier liquida così il dibattito:
“La legge elettorale? Mi interessa men che meno”.
Una frase solo in apparenza buttata lì. In realtà, mentre Fratelli d’Italia spinge per una riforma che rafforzi il bipolarismo e consolidi il ruolo del “premier scelto dagli elettori”, la Lega guarda con sospetto a qualsiasi intervento che possa tradursi in un sistema ancora più maggioritario – e dunque penalizzante per i partiti secondi o terzi.
Il Riformista nota come, su questo terreno, il fronte sia tutt’altro che compatto:
FdI si intesta la modifica del sistema, con l’obiettivo di uscire dalla gabbia del Rosatellum, accusato di produrre “maggioranze risicate e instabili”;
Forza Italia si dice disponibile, ma frena sull’idea di un capo del governo indicato direttamente sulla scheda;
la Lega “fa prove di ammutinamento”, consapevole che una legge troppo cucita su FdI rischierebbe di cristallizzare il suo ruolo di alleato minoritario;
nel “campo largo”, il Pd appare contrario, il M5S tentato da un sistema che valorizzi la forza personale del proprio leader.
Insomma, mentre Meloni prova a disegnare un nuovo assetto istituzionale, Salvini manda a dire che le sue priorità sono altre – sicurezza, tasse, infrastrutture – e che non intende farsi intrappolare in una discussione percepita come vantaggiosa soprattutto per la premier.
Una giornata di imbarazzo per il governo
Nel giro di poche ore, il “fragoroso dissenso” del leader leghista diventa, come scrive il quotidiano, “la notizia del giorno”:
le minoranze parlamentari si lanciano all’attacco, parlando di alleati “che si tirano fendenti a vicenda”;
il vertice a Palazzo Chigi sulla manovra economica, convocato per fare il punto prima dell’arrivo in aula (15–20 dicembre), finisce in secondo piano;
gli stessi equilibri interni sulla legge di Bilancio vengono messi alla prova dalla scure della commissione Bilancio del Senato, che dichiara inammissibili oltre cento emendamenti, colpendo anche proposte di Lega e Forza Italia.
In questo contesto, le parole di Salvini appaiono come una mossa di posizionamento: da un lato rivendicare la propria autonomia rispetto alla premier, dall’altro parlare direttamente al proprio elettorato, sensibile alle critiche sulla “vaghezza” della norma sul consenso e diffidente verso riforme elettorali percepite come fatte su misura per FdI.
Un dissenso che racconta molto più di una polemica
Al di là della cronaca, lo scontro Meloni–Salvini dice qualcosa di più profondo sulla natura del governo:
Equilibrio di potere instabile
Dopo due anni di esecutivo, il rapporto di forza interno al centrodestra è cambiato: Fratelli d’Italia domina, la Lega è in difficoltà ma trova nella vittoria veneta una boccata d’ossigeno. Il dissenso pubblico sul consenso e sulla legge elettorale è il modo con cui Salvini lancia un messaggio: non sono un semplice comprimario.Agenda valoriale divisa
Meloni punta a un profilo che unisce conservatorismo e “ordine istituzionale”, cercando sponde perfino con il Pd su alcuni temi simbolici (come la violenza contro le donne). Salvini preferisce parlare a un pezzo di destra più ruvida, che teme derive “ideologiche” e vuole misure drastiche su sicurezza e immigrazione.Riforme istituzionali come campo di battaglia
Premierato, legge elettorale, giustizia: sono tutti terreni in cui l’alleanza di governo appare meno compatta di quanto si racconti. La frase “mi interessa men che meno” è il segnale che la Lega non intende dare un via libera automatico a un sistema che potrebbe rafforzare ulteriormente la leadership di Meloni.
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Conclusione: crepe nel fronte, in vista del 2027
L’episodio raccontato dal Riformista non è un semplice incidente di percorso. È il sintomo di un rapporto complesso tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, fatto di collaborazione al governo ma anche di concorrenza permanente in vista delle prossime politiche del 2027.
La legge sul consenso e la riforma elettorale diventano così specchi di una tensione più ampia: da una parte la premier che prova a mostrarsi affidabile per partner europei e mercati, dall’altra il leader leghista che cerca di recuperare identità e voti marcando differenze su temi simbolici.
Quanto questo dissenso resterà sotto controllo e quanto, invece, finirà per condizionare davvero l’azione di governo, lo diranno i prossimi mesi. Di certo, la giornata in cui Salvini ha scelto di “fare il pieno” polemizzando con Meloni ci consegna un dato politico chiaro: il fronte del centrodestra è molto meno monolitico di come appare nelle foto di rito di Palazzo Chigi.



















