Gramellini smonta la propaganda di Meloni e Salvini sul caso dei “bambini nel bosco” – VIDEO

Il caso dei cosiddetti “bambini nel bosco” è diventato in pochi giorni il terreno perfetto per la propaganda politica: da una parte il governo Meloni che parla di “giudici che strappano i figli ai genitori”, dall’altra l’opposizione che oscilla tra silenzi e indignazioni a intermittenza. In mezzo, una decisione delicatissima del Tribunale per i minorenni de L’Aquila e tre bambini che nessuno dovrebbe trasformare in arma di scontro.

In questo clima avvelenato, Massimo Gramellini – ospite nei talk di La7 e rilanciato sui social – fa una cosa apparentemente semplice ma oggi rivoluzionaria: rimette i fatti al loro posto e ricorda chi ha davvero scritto le norme che oggi il governo finge di subire. Risultato: la narrazione meloniana va in pezzi.

Il rovesciamento della realtà: “giudici cattivi” e governo innocente

La linea comunicativa di Palazzo Chigi è chiara: usare il caso dei bambini per colpire la magistratura, descrivendo i giudici come un potere che si accanisce contro una famiglia “non allineata” e trasformando l’allontanamento dei minori in una sorta di sequestro di Stato.

Gramellini, citato e rilanciato dalla pagina “Meme dalla Terza Repubblica”, ribalta il frame. Ricorda che non è stata la magistratura a inventarsi nuove punizioni per i genitori che non mandano i figli a scuola, ma il governo Meloni, con il cosiddetto decreto Caivano che ha introdotto nel Codice penale l’articolo 570-ter: inosservanza dell’obbligo di istruzione dei minori.

Prima, la sanzione per chi violava l’obbligo scolastico era un’ammenda simbolica. Oggi, per effetto di quella legge, il genitore che non assicura la frequenza alla scuola dell’obbligo rischia la reclusione fino a due anni: la contravvenzione è diventata delitto, con pene molto più dure.

Non solo: la stessa normativa ha previsto che un nucleo familiare possa essere escluso dall’Assegno di inclusione se non dimostra che i figli minori frequentano regolarmente la scuola. In altre parole, è stato lo stesso esecutivo a trasformare l’obbligo scolastico in un terreno di responsabilità penale e di condizionamento del welfare.

Di fronte a questi fatti, la retorica governativa secondo cui “i giudici tolgono i figli alle famiglie” appare, nelle parole di Gramellini, una gigantesca operazione di scaricabarile: si attacca la magistratura per non ammettere che le regole sono state scritte proprio dalla maggioranza che oggi grida allo scandalo.

Cosa ha deciso (davvero) il Tribunale per i minorenni

Gramellini – e il post che rilancia il suo ragionamento – aiutano anche a fare chiarezza su un punto centrale: perché il Tribunale per i minorenni ha sospeso la responsabilità genitoriale?

L’ordinanza si fonda sul rischio di lesione del diritto dei minori alla vita di relazione, diritto tutelato dall’articolo 2 della Costituzione. Non è una sentenza definitiva, ma una misura temporanea e revocabile, adottata di fronte a una serie di comportamenti preoccupanti attribuiti ai genitori:

hanno impedito gli incontri con gli assistenti sociali, ostacolando chi era chiamato a verificare le condizioni di vita dei bambini;

hanno rifiutato gli accertamenti sanitari e, secondo gli atti, avrebbero chiesto persino somme di denaro per consentire le visite pediatriche;

non hanno fornito documenti sulla sicurezza dell’abitazione dove vivevano;

non hanno presentato la dichiarazione del dirigente scolastico necessaria a verificare che esistessero i requisiti per l’istruzione parentale (homeschooling).

Il 13 novembre 2025, di fronte a questo quadro, il Tribunale per i minorenni de L’Aquila dispone l’inserimento dei bambini in una casa famiglia. Una scelta grave, certo, ma motivata dalla necessità di verificare che i minori ricevessero un’istruzione adeguata e vivessero in condizioni di sicurezza, non dalla volontà astratta di “punire uno stile di vita alternativo”.

In questo contesto, dice Gramellini, trasformare tutto in un processo alla magistratura è una semplificazione pericolosa: la vicenda è delicata, tocca diritti e paure profonde, e non può diventare il pretesto per alimentare lo scontro politico.

Populismo penale contro populismo mediatico

Un altro passaggio chiave del ragionamento di Gramellini è il rifiuto del “populismo penale”. Da un lato c’è un governo che, sull’onda dell’emotività, continua a introdurre nuovi reati e a inasprire le pene – come nel caso del 570-ter – presentando il diritto penale come soluzione magica a problemi complessi: dispersione scolastica, povertà educativa, disagio sociale.

Dall’altro lato c’è la stessa politica che, quando quelle norme vengono applicate, accusa i giudici di eccesso di zelo e si commuove per le famiglie colpite dalle stesse leggi che ha approvato.

Gramellini mette il dito nella piaga: “Non serve a nulla continuare a inventare reati o aumentare le pene. Non si risolve tutto con il diritto penale. Il populismo porta solo altro populismo”. Il messaggio è semplice: se trasformi ogni problema sociale in un nuovo delitto, poi devi accettare che lo Stato intervenga. Non puoi applaudire alle manette il giorno in cui voti la legge e gridare allo scandalo il giorno in cui quella legge tocca un caso mediaticamente sensibile.

Difendere i bambini, non usare la loro storia come clava

Dietro la disamina giuridica, c’è un tema più profondo che attraversa tutto il commento di Gramellini: la tutela dei minori e il ruolo dello Stato.

La domanda che si fa – e che invita a farsi – non è se ci piaccia o meno lo stile di vita “off grid” dei genitori, ma fino a che punto lo Stato può e deve intervenire quando ci sono dubbi su salute, istruzione e socialità dei bambini. Una domanda che non ha risposte facili, e proprio per questo non dovrebbe essere usata come carburante per le campagne di consenso.

Il giornalista contesta sia la destra che urla al “rapimento di Stato”, sia la sinistra che – secondo lui – non ha trovato il coraggio di difendere con chiarezza la scelta dei giudici, magari spiegando che proteggere i bambini non significa per forza criminalizzare i genitori, ma verificare che alcuni diritti fondamentali vengano rispettati.

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In un Paese dove la discussione pubblica si accende e si esaurisce nel giro di poche ore sui social, l’intervento di Gramellini sul caso dei “bambini nel bosco” ha il merito di riportare la politica con i piedi per terra.

Da un lato mostra l’ipocrisia di un governo che strumentalizza una storia familiare per attaccare i giudici, dimenticando di essere il primo responsabile dell’inasprimento delle norme sull’obbligo scolastico. Dall’altro ricorda che la tutela dei minori e il rapporto tra libertà individuale e regole collettive non possono essere ridotti a slogan da talk show.

Se c’è una lezione in questa vicenda, è proprio quella che Gramellini…

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