Gratteri e la verità shock sul Referendum – Ecco cosa rivela in diretta TV e non solo – IL VIDEO

Durante la sua ospitata a DiMartedì su La7, intervistato da Giovanni Floris, Nicola Gratteri ha costruito un ragionamento articolato a sostegno della necessità di votare No al referendum. Il filo conduttore dei suoi interventi è netto: l’idea che il problema non si risolva con scorciatoie, slogan o “casi simbolo”, e che dietro alcune narrazioni mediatiche ci sia una semplificazione che non regge alla prova dei fatti, dei numeri e delle garanzie istituzionali.

Gratteri insiste su un punto di impostazione: le accuse più diffuse contro la magistratura non si fermano al singolo episodio, ma puntano a descrivere un’intera categoria come un corpo unico, mosso da una “cultura comune” e da logiche di appartenenza. Ed è proprio qui che, nel suo ragionamento, scatta la contestazione: se si vuole sostenere che giudici e pubblici ministeri agiscano sistematicamente in accordo, bisogna spiegare come questo possa convivere con un dato che lui porta a riprova del contrario.

Il nodo della “cultura comune” e l’obiezione dei numeri: “E allora come si spiega il 50% di assoluzioni?”

Nella discussione emerge l’idea, attribuita ai sostenitori del Sì, che il problema non sia “uno che passa”, ma un sistema: un ambiente in cui magistrati, pubblici ministeri, avvocati e rapporti personali finirebbero per produrre convergenze e automatismi. Gratteri ribalta il punto con una domanda che torna più volte nella sua argomentazione: se davvero esistesse un meccanismo di accordo tra giudici e pubblici ministeri, come si spiega che una quota molto rilevante dei processi si chiude con assoluzioni?

Per lui, quel dato rende implausibile la tesi di un automatismo: non c’è una linea unica che si impone sempre e comunque, non c’è una saldatura inevitabile tra accusa e giudizio che porti al risultato “scritto” in partenza. E lo dice mettendo a confronto la retorica del “si mettono d’accordo” con l’esito concreto di molti procedimenti.

I casi citati in trasmissione: Salvini assolto nonostante la richiesta di condanna, Delmastro condannato nonostante la richiesta di assoluzione

Per rafforzare l’idea che non esista un copione fisso, Gratteri richiama due esempi ravvicinati e politicamente rilevanti. Da un lato, a Palermo, un procedimento in cui il pubblico ministero aveva chiesto la condanna per Matteo Salvini, ma l’esito è stato l’assoluzione. Dall’altro, a Roma, il caso del sottosegretario Andrea Delmastro, dove il pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione, ma in primo grado è arrivata una condanna.

Il senso della contrapposizione non è “spiegare tutto” attraverso i casi singoli – e infatti Gratteri osserva che sui casi isolati si riesce sempre a trovare una lettura specifica – ma mostrare come, persino in vicende altamente esposte, non si verifichi quel presunto allineamento automatico tra accusa e decisione del giudice. Se l’idea è che il sistema funzioni “in blocco”, allora anche i casi più visibili dovrebbero seguire regole prevedibili. Nel suo racconto, non succede.

“Ognuno faccia il suo lavoro”: la percezione pubblica e il tema delle frequentazioni

A quel punto la discussione tocca una dimensione più istituzionale e, soprattutto, più delicata: non solo ciò che accade nei tribunali, ma ciò che i cittadini percepiscono. Gratteri richiama gli esempi che ricorrono nel dibattito pubblico: il pubblico ministero che viaggia nella stessa auto del giudice, amicizie e rapporti tra avvocati e magistrati, cene, frequentazioni private. La domanda implicita che emerge è: se il problema è la fiducia, se il problema è l’immagine di imparzialità e distanza, con quale referendum si risolvono questi comportamenti?

Nel passaggio più diretto, Gratteri allarga il tema: la gente può arrivare a pensare che “tutti abbiano un prezzo”, che “le persone si possono comprare”. E qui riconosce che “ogni tanto sì”, che episodi di corruzione o abuso possono esistere. Ma proprio per questo, nel suo schema, la risposta non è demolire l’impianto di garanzie: è semmai far funzionare i controlli.

Controlli anche sui magistrati: “Facciamo indagini sui magistrati”

Nel ragionamento di Gratteri la via non è l’impunità di categoria: anzi, lui porta l’argomento nella direzione opposta. Se esistono sospetti o reati, allora si facciano indagini anche sui magistrati, da parte delle procure competenti (richiamando l’idea della procura della Corte d’Appello “più vicina e competente” per il magistrato che commette un reato).

È un punto centrale, perché serve a disinnescare la narrazione “corporativa”: votare No, nella sua impostazione, non significa difendere privilegi o zone franche, ma difendere un quadro di regole che – se necessario – deve valere anche per chi amministra la giustizia.

Il tema dei soldi: quota da 20 euro, fondazioni e il problema etico dei finanziamenti pubblici

Il confronto si sposta poi sul terreno economico e mediatico: l’accusa, rilanciata da “giornali di destra” secondo quanto viene ricordato in studio, riguarda i finanziamenti di chi sostiene il No. Gratteri risponde descrivendo un meccanismo concreto: una quota di 20 euro a testa per la campagna.

Aggiunge però un distinguo importante: non sa dire “per altri” e apre la questione dell’eventuale presenza di fondazioni che facciano propaganda referendaria. Ed è qui che porta la discussione sul piano etico: se fondazioni impegnate nella propaganda ricevono soldi dai ministeri, allora – al di là delle definizioni – si tratta comunque di denaro pubblico, “tasse della gente”. In quella cornice, l’idea che possano essere semplicemente “fondazioni culturali” diventa, nel suo ragionamento, discutibile.

Il punto non è lanciare accuse generalizzate, ma porre un criterio: la trasparenza dei finanziamenti deve essere verificabile, e se ci sono dubbi si possono affrontare in modo ordinato, istituzionale.

“Non è una battaglia politica”: la risposta all’obiezione sull’ANM

Nel dibattito arriva anche una critica tipica dei sostenitori del Sì: l’Associazione Nazionale Magistrati, si dice, ha uno statuto che non le attribuisce carattere politico; allora perché si espone in un confronto che appare politico?

Gratteri risponde separando i piani: per lui non è una “battaglia politica”, ma la presa di parola di persone “addette ai lavori”, che ritengono di vedere rischi concreti. La parola che torna è “preoccupazione”: non la preoccupazione per la carriera dei magistrati, ma per ciò che – a suo avviso – potrebbe ricadere sui cittadini.

“Tra due anni e mezzo vado in pensione”: l’argomento personale come prova di assenza di interesse

In uno dei passaggi più personali, Gratteri introduce un elemento biografico per chiarire che non sta difendendo un tornaconto: dice che tra due anni e mezzo andrà in pensione e che avrebbe potuto “stare tranquillamente zitto”, non esporsi, non entrare in una controversia, “essere simpatico a tutti”.

L’argomento è semplice: se la posta in gioco fosse solo interna alla categoria, allora lui avrebbe potuto evitare. Il fatto che scelga di intervenire pubblicamente viene presentato come una responsabilità, non come una convenienza.

E aggiunge una precisazione: non si sta parlando di ’ndrangheta, massoneria deviata o centri di potere, ma di persone “normali”, sul piano ideologico e politico. Anche qui la linea è coerente: il punto non è evocare complotti, ma ragionare su dinamiche culturali e istituzionali che possono esistere e che non si risolvono con formule semplici.

Il confronto internazionale: Stati Uniti, Svizzera e la critica alle nomine politiche

Un’altra parte del ragionamento di Gratteri passa dal paragone con l’estero. Cita gli Stati Uniti e chiede se, per come li si vede “in questi giorni”, appaiano davvero come un modello di democrazia serena; collega la questione al modo in cui viene concepita la figura del pubblico ministero.

Nel suo racconto, negli USA il pubblico ministero non è un magistrato di carriera: resta in carica per un periodo (vengono citati “8 anni, 10 anni”) e poi può entrare nel privato, fino ad approdare in una multinazionale. Inoltre, viene ricordato che in America il pubblico accusatore può essere eletto.

Anche la Svizzera viene richiamata: il pubblico ministero non sarebbe “di professione” né selezionato tramite concorso, come avviene invece in Italia. Ma il riferimento, nel discorso di Gratteri, serve a ribadire il punto di fondo: quando la figura dell’accusa o della giurisdizione dipende da nomine o da dinamiche politiche, il rischio è che l’indipendenza venga percepita come più fragile.

Su questo insiste anche quando richiama il tema delle nomine e delle scelte operate nel contesto statunitense, collegandole all’idea che un magistrato nominato dal potere politico non abbia la stessa posizione di chi arriva per concorso. È qui che Gratteri prova a saldare il confronto estero con la posta in gioco del referendum: ciò che teme non è un dettaglio tecnico, ma uno slittamento culturale in cui il controllo sul potere diventa più debole.

Il punto finale: il potere non vuole essere controllato

La chiusura del suo ragionamento è più ampia della contingenza italiana. Gratteri dice che il potere, in generale, “non vuole essere controllato”, non vuole essere disturbato, non vuole indagini. E specifica: non è un discorso su “questo governo di destra” in quanto tale, ma una dinamica generale. Chi governa tende a provare fastidio verso chi può esercitare controllo e verifica.

Ed è in questa cornice che colloca l’invito a votare No: non come difesa corporativa, ma come difesa di un equilibrio in cui la magistratura, con tutte le sue responsabilità e con la necessità di controlli, resta un elemento che può “disturbare” il potere quando serve. E, soprattutto, in cui le conseguenze delle scelte istituzionali non ricadono su chi sta già per andare in pensione, ma su chi continuerà a vivere gli effetti della riforma: i cittadini.

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Nella sua ospitata da Floris, Gratteri non costruisce un discorso emotivo, ma una sequenza di obiezioni: ai luoghi comuni, alle generalizzazioni, alle accuse di “battaglia politica”, e ai modelli esteri indicati spesso come soluzioni. La sua tesi resta costante: il referendum, così come viene discusso, rischia di trasformarsi in una risposta simbolica a problemi complessi. E, se si sbaglia diagnosi, il costo – dice – non lo pagano i magistrati, ma la società.

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