La destra di governo si muove su due fronti: da un lato approvare definitivamente la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistrati e pubblici ministeri, dall’altro costruire una strategia comunicativa capace di reggere l’urto politico e mediatico che si annuncia dopo il voto.
Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, il centrodestra starebbe già organizzando la campagna per il referendum confermativo che si terrà in primavera, puntando su figure note dell’universo giudiziario e mediatico per legittimare la propria posizione.
L’obiettivo? Contrastare l’influenza e la popolarità di Nicola Gratteri, il procuratore di Napoli che da settimane critica con durezza la riforma voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.
La riforma verso l’approvazione definitiva
Domani, in Senato, la maggioranza approverà in via definitiva la riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, un cavallo di battaglia della destra fin dagli anni di Silvio Berlusconi.
Il provvedimento, fortemente voluto da Fratelli d’Italia e Forza Italia, viene presentato come una misura “di garanzia” e di “trasparenza”, ma per magistrati e opposizioni rappresenta un passo verso la politicizzazione della giustizia.
L’Associazione Nazionale Magistrati ha già annunciato battaglia, definendo la riforma “pericolosa per l’indipendenza del pubblico ministero” e “un primo passo verso la subordinazione della magistratura all’esecutivo”.
La stessa linea è stata ribadita da Nicola Gratteri, che a Otto e Mezzo su La7 ha accusato il governo di “demolire il codice di procedura penale pur di non far arrivare le indagini ai colletti bianchi”.
Il piano della destra: testimonial per la campagna referendaria
Consapevole che la partita non finirà in Parlamento, la destra ha iniziato a preparare il fronte mediatico per il referendum confermativo che, con ogni probabilità, si terrà nella prossima primavera.
Nelle riunioni interne a Fratelli d’Italia e a Palazzo Chigi, si discute di una strategia che preveda il coinvolgimento di testimonal noti nel mondo della magistratura, della politica e della televisione.
Tra i nomi circolati, spicca quello di Antonio Di Pietro, ex magistrato di Mani Pulite e simbolo di un’epoca in cui la giustizia era percepita come baluardo morale.
Un’operazione dal forte valore simbolico: utilizzare l’ex pm che fece tremare il sistema politico negli anni ’90 come volto di una riforma che – secondo la narrazione del governo – servirebbe proprio a “ripulire la magistratura dalle distorsioni ideologiche”.
Accanto a Di Pietro, nei colloqui informali di partito, sarebbero stati menzionati anche Luca Palamara, ex presidente dell’Anm radiato dalla magistratura, e Mario Mori, generale dei carabinieri assolto dopo lunghi processi legati alla trattativa Stato-mafia.
Tre figure diversissime, accomunate però – nella visione della maggioranza – dall’idea di dare alla giustizia un “volto alternativo” rispetto a quello di Gratteri e dei magistrati critici con la riforma.
La Russa: “Forse non valeva la pena”
Mentre a Palazzo Chigi si studia la strategia comunicativa, il presidente del Senato Ignazio La Russa avrebbe commentato con toni ironici la campagna di mobilitazione dell’opposizione e dei magistrati.
Secondo Il Fatto Quotidiano, La Russa avrebbe dichiarato:
“Forse non valeva la pena di sollevare tutto questo polverone. Ma ormai la sinistra ha deciso di fare del referendum una battaglia ideologica.”
Una frase che lascia intendere quanto la destra voglia trasformare il voto referendario in uno scontro identitario, contrapposto non solo ai magistrati, ma anche a chi – come Gratteri – rappresenta oggi una delle voci più autorevoli contro la deriva politica della riforma.
Opposizioni e magistrati: “Riforma pericolosa, PM sotto il controllo dell’esecutivo”
Sul fronte opposto, le opposizioni si preparano a una campagna referendaria di segno opposto, puntando sull’autonomia della magistratura come valore costituzionale da difendere.
Il Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra hanno già espresso la volontà di mobilitare la società civile contro quella che definiscono “una svolta autoritaria”.
La vicepresidente M5S del Senato, Alessandra Maiorino, ha dichiarato:
“Separare le carriere significa separare la giustizia dal cittadino. Il pubblico ministero rischia di diventare un funzionario dell’esecutivo.”
Anche l’ANM si prepara alla battaglia: in una nota diffusa nei giorni scorsi ha parlato di “una riforma che riduce la magistratura a un corpo amministrativo controllabile dal governo”, aggiungendo che “il referendum sarà l’occasione per spiegare ai cittadini cosa si sta mettendo a rischio”.
La posta in gioco: un referendum dal sapore politico
Il referendum confermativo sulla separazione delle carriere si preannuncia come un voto ad alta tensione politica, molto più che un semplice passaggio tecnico.
La destra vuole trasformarlo in una prova di forza contro le toghe, mentre le opposizioni puntano a farne una battaglia di civiltà e di equilibrio democratico.
Nel mezzo, la figura di Nicola Gratteri si staglia come simbolo della magistratura indipendente, ma anche come bersaglio politico di un governo deciso a depotenziare la sua influenza pubblica.
E proprio per questo, nei corridoi del potere si ragiona su come controbilanciare la forza comunicativa del procuratore di Napoli, scegliendo testimonial capaci di parlare “al grande pubblico” in modo più rassicurante.
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Conclusione: la guerra della giustizia
Quella che si sta aprendo non è solo una battaglia giuridica, ma una guerra di narrazione e di consenso.
Da un lato, chi accusa la magistratura di aver travalicato i propri confini, dall’altro chi denuncia la volontà del governo di asservire la giustizia al potere politico.
Nel mezzo, un Paese spaccato e un referendum che rischia di diventare l’ennesima resa dei conti tra politica e magistratura, con Nicola Gratteri nel ruolo scomodo di simbolo dell’indipendenza giudiziaria e Antonio Di Pietro, paradossalmente, come volto di chi vuole separarla.



















