Gravissimo su Mattarella – Arriva la chiamata del Quirinale al Comitato Giustizia del Sì – L’hanno fatta grossa

Quando dal Quirinale arriva una telefonata, il messaggio è quasi sempre chiarissimo anche se non viene urlato. E questa volta il significato politico è stato immediato: Sergio Mattarella non può essere trascinato dentro la campagna referendaria, né da una parte né dall’altra. Per questo il Comitato Giustizia Sì promosso dal deputato Luigi Marattin è stato costretto a fare marcia indietro e a rimuovere il contenuto più controverso del post pubblicato il 21 febbraio, quello in cui il capo dello Stato veniva di fatto accostato alle ragioni del Sì.

La correzione è arrivata dopo un richiamo del Colle che ha il sapore di un vero e proprio cartellino giallo istituzionale. Il Quirinale ha fatto sapere, in sostanza, che nessuno può permettersi di associare il presidente della Repubblica a uno schieramento referendario, perché questo finirebbe per mettere in discussione la sua terzietà, cioè proprio la funzione di garanzia che il capo dello Stato esercita nei confronti di tutte le istituzioni e di tutti i cittadini.

È una vicenda che va oltre il singolo post rimosso. Perché racconta fino a che punto si è spinta la campagna sul referendum sulla giustizia e quanto sia diventata aggressiva la ricerca di legittimazioni simboliche forti. E racconta anche un altro dato politico: il fronte del Sì, pur di rafforzare la propria battaglia, ha cercato ancora una volta di “arruolare” Mattarella, trovandosi però di fronte al muro del Quirinale.

Il post del Comitato Giustizia Sì finito nel mirino

Il caso nasce da un contenuto pubblicato dal Comitato Giustizia Sì promosso da Luigi Marattin. L’operazione comunicativa era semplice e, proprio per questo, politicamente molto delicata: associare alla campagna referendaria alcune frasi pronunciate in passato da Sergio Mattarella, costruendo l’idea di una continuità tra quei passaggi istituzionali e le ragioni del Sì.

Nel post comparivano card che mettevano in relazione le parole del presidente della Repubblica con la battaglia sul referendum. Non solo. Era presente anche un utilizzo dell’immagine del capo dello Stato in connessione con il Sì, fino a farlo apparire, almeno sul piano visivo e comunicativo, come una figura che potesse essere accostata alla linea del comitato.

Il problema, evidentemente, non stava nella possibilità di discutere pubblicamente pensieri, discorsi o passaggi del passato di Mattarella. Il problema stava nel fatto che quel materiale veniva piegato a una campagna politica in corso, con l’effetto di suggerire che il presidente della Repubblica fosse, in qualche modo, vicino o coerente con la battaglia referendaria del Sì.

Ed è proprio questo il punto che ha fatto scattare l’intervento del Colle.

La telefonata del Quirinale e il cartellino giallo

Secondo la ricostruzione, è stata una telefonata del Quirinale a costringere il comitato a cambiare rotta. Il contenuto del richiamo era netto: nessuno può associare Mattarella alle ragioni del Sì o del No, perché farlo significa intaccare la neutralità istituzionale del presidente della Repubblica.

Non si tratta di una formalità, ma di un principio costituzionale e politico essenziale. Il capo dello Stato non può essere trascinato in uno scontro di parte, tanto più in una campagna referendaria così tesa e polarizzata come quella sulla giustizia. Il suo ruolo è esattamente l’opposto: essere garante dell’equilibrio istituzionale, non testimone di una fazione.

Da qui il richiamo, definito di fatto come un cartellino giallo. Un avvertimento forte, anche se espresso con il linguaggio sobrio che caratterizza tradizionalmente il Quirinale. Ma proprio per questo ancora più pesante sul piano politico.

La retromarcia del comitato

Dopo il richiamo del Colle, il Comitato Giustizia Sì ha rimosso le parti più compromettenti del post. Sono sparite le card in cui le frasi del presidente venivano accostate alla battaglia referendaria e sarebbe scomparsa anche l’immagine di Mattarella collegata al Sì all’interno del materiale comunicativo del comitato.

Al loro posto è rimasta una formula più neutra: “Siamo perfettamente d’accordo con Mattarella”. Una frase che, pur mantenendo il tentativo di richiamarsi ad alcuni contenuti istituzionali del presidente, non arriva più a suggerire un suo coinvolgimento diretto nello schieramento referendario.

Ma proprio questa correzione rende ancora più evidente la figuraccia politica. Perché se il Quirinale è costretto a intervenire e il comitato è costretto a cancellare in fretta la parte centrale della sua operazione comunicativa, significa che il limite era stato superato in modo piuttosto evidente.

Il principio della terzietà del capo dello Stato

Il cuore della vicenda sta tutto qui: la terzietà del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella non è una figura di parte, non è un leader politico in campo, non è un testimonial da spendere in una competizione referendaria. Il suo ruolo è quello di garante supremo delle istituzioni, e proprio per questo ogni tentativo di trascinarlo dentro uno schieramento viene considerato improprio.

È questo il senso del richiamo del Quirinale: non si può usare la figura del presidente per rafforzare le ragioni del Sì, così come non si potrebbe fare per il No. Farlo significherebbe alterare la percezione pubblica del suo ruolo e mettere in discussione l’equilibrio simbolico e istituzionale che il capo dello Stato rappresenta.

In un contesto politico già molto conflittuale, la difesa di questa terzietà diventa ancora più importante. Perché se anche la figura del presidente comincia a essere usata come argomento di propaganda, allora il livello dello scontro rischia di travolgere ogni confine istituzionale.

Non è la prima volta: il precedente Cangini

La vicenda, peraltro, non è isolata. Non è la prima volta che il Quirinale si trova costretto a intervenire per fermare tentativi di “arruolare” Mattarella sul terreno della riforma della giustizia e del referendum.

Già a gennaio, infatti, era emerso un altro caso simile. L’ex parlamentare di Forza Italia Andrea Cangini, oggi nel Comitato Sì Separa promosso dalla Fondazione Einaudi, aveva sostenuto che il presidente della Repubblica fosse favorevole alla riforma Nordio. Anche in quell’occasione il Colle era intervenuto per chiarire la questione, attraverso una nota inviata a HuffPost.

Il messaggio era stato già allora molto netto: nessuna volontà di impedire interpretazioni o ricostruzioni storiche, ma forte auspicio a evitare ogni tentativo, vano e improduttivo, di arruolare il presidente della Repubblica in uno schieramento o semplicemente in una posizione politica.

Quella formula pesa ancora oggi. E dimostra che il Quirinale considera questa materia estremamente sensibile.

Il Quirinale costretto a intervenire ancora

Il dato politico forse più significativo è proprio questo: il Quirinale è stato costretto a intervenire più volte. E ogni volta per fermare una forzatura proveniente dal fronte del Sì. Prima il caso Cangini, poi il riferimento al direttore del Foglio Claudio Cerasa, ora il post del comitato promosso da Marattin.

Questo accumulo di episodi racconta un problema politico preciso. Una parte del fronte favorevole al referendum sembra cercare continuamente una sponda simbolica nel capo dello Stato, come se il sostegno implicito o presunto di Mattarella potesse funzionare da legittimazione superiore alla normale battaglia politica.

Ma proprio questa insistenza finisce per produrre l’effetto opposto: non rafforza la campagna del Sì, la espone invece all’accusa di voler superare i limiti istituzionali pur di guadagnare forza nel confronto pubblico.

La campagna referendaria e la ricerca di autorevolezza

In controluce, questa vicenda dice molto anche sullo stato della campagna referendaria. Il referendum sulla giustizia è diventato un terreno di scontro così duro da spingere i diversi schieramenti a cercare simboli, figure e parole capaci di dare più peso alla propria posizione.

Nel caso del Sì, la tentazione di richiamare Mattarella mostra probabilmente una difficoltà più profonda: quella di costruire consenso politico e culturale senza dover ricorrere a figure super partes. Se si cerca di piegare alla propria campagna le parole del capo dello Stato, significa forse che non bastano più gli argomenti strettamente di parte o di governo.

Ma farlo ha un costo altissimo. Perché costringe il Quirinale a intervenire e trasforma un’operazione propagandistica in un boomerang politico.

Una figuraccia che pesa sul fronte del Sì

La rimozione del post non chiude il caso, anzi lo rende ancora più evidente. Perché quando una campagna è costretta a correggersi dopo una telefonata del Quirinale, il danno d’immagine è già fatto. Il comitato di Marattin non appare come vittima di un eccesso di zelo istituzionale, ma come il soggetto che ha oltrepassato una linea chiara e si è dovuto fermare.

E il problema non riguarda solo il singolo comitato. La figuraccia si riflette più in generale sul fronte del Sì, che già nelle ultime settimane è stato accusato di usare toni sempre più aggressivi e di spingere il confronto politico oltre il merito delle riforme.

Questo episodio rafforza quella critica: non solo lo scontro è duro, ma si tenta anche di coinvolgere impropriamente figure che, per ruolo costituzionale, dovrebbero restarne fuori.

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Il messaggio del Colle

Alla fine, il messaggio del Quirinale è limpido e vale per tutti: Mattarella non è arruolabile. Non per il Sì, non per il No, non per una riforma, non per una contro-riforma. Il presidente della Repubblica non può essere trascinato dentro le convenienze di una campagna politica.

È un richiamo che ha una portata immediata, ma anche più generale. In tempi di polarizzazione estrema, di campagne sempre più aggressive e di confini sempre più sfumati tra istituzioni e propaganda, il Colle ha voluto ricordare che ci sono ancora limiti che non possono essere superati.

E proprio per questo la vicenda del post rimosso non è un semplice incidente comunicativo. È il segnale di uno scontro politico che ha provato a spingersi troppo oltre e che, stavolta, si è trovato davanti il muro del Quirinale.

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