Grazia a Roggero? Travaglio mette tutto in chiaro tra il gioielliere e il Quirinale – Il messaggio epico!

La grazia per Mario Roggero non dovrebbe essere concessa ora, ma potrebbe essere valutata soltanto tra alcuni anni, dopo l’espiazione di una parte significativa della pena e davanti a un autentico percorso di ravvedimento. È la posizione espressa da Marco Travaglio nell’editoriale intitolato Una grazia tira l’altra, pubblicato il 18 luglio 2026 sul Fatto Quotidiano.

Il direttore affronta il caso del gioielliere condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo il colpo avvenuto il 28 aprile 2021 nella sua attività di Grinzane Cavour.

Secondo Travaglio, la discussione politica esplosa attorno alla possibile clemenza rischia di confondere piani diversi: il giudizio umano sulla paura provata da una persona durante una rapina, la valutazione giuridica della condotta successiva e il potere eccezionale di grazia attribuito dalla Costituzione al presidente della Repubblica.

Il confronto tra il caso Roggero e la grazia a Nicole Minetti

L’editoriale prende le mosse dal confronto tra due vicende molto differenti: la grazia parziale concessa dal presidente Sergio Mattarella a Nicole Minetti e l’iniziativa del ministro della Giustizia Carlo Nordio sul caso Roggero.

Travaglio parla provocatoriamente di un “derby della clemenza”, sostenendo che la grazia concessa a Minetti avrebbe creato un precedente politicamente e istituzionalmente problematico.

Secondo il giornalista, il potere di clemenza non dovrebbe essere esercitato nei confronti di chi non abbia ancora scontato una parte rilevante della pena, non abbia dimostrato di aver cambiato vita e non abbia riconosciuto pienamente la responsabilità per i fatti commessi.

Il riferimento alla vicenda Minetti serve quindi a formulare una critica più generale all’uso della grazia, non soltanto a prendere posizione sul caso Roggero.

“Il caso potrà essere valutato tra quattro o cinque anni”

La tesi centrale dell’editoriale è che una richiesta di grazia per Roggero non debba essere esclusa per sempre, ma sia oggi prematura.

Secondo Travaglio, il dossier potrebbe essere valutato nuovamente tra quattro o cinque anni, quando il condannato avrà eventualmente scontato almeno un terzo della pena e sarà possibile verificare il suo comportamento durante la detenzione.

Per il direttore del Fatto Quotidiano, dovrebbero inoltre emergere un riconoscimento della gravità di quanto accaduto e delle scuse rivolte ai familiari delle persone uccise.

Travaglio sottolinea che i rapinatori meritavano di essere arrestati e condannati per il reato commesso, ma non di essere uccisi quando, secondo la ricostruzione giudiziaria, erano già in fuga e non costituivano più una minaccia immediata.

La ricostruzione accolta nei tre gradi di giudizio

L’editoriale richiama gli elementi che hanno portato alla condanna definitiva.

Secondo le sentenze, Roggero inseguì i tre rapinatori dopo che erano usciti dalla gioielleria e sparò quando il pericolo immediato era cessato. Due morirono e uno rimase ferito.

Travaglio insiste sul fatto che non si trattò, secondo quanto stabilito dai giudici, di colpi esplosi durante la fase più concitata della rapina all’interno del negozio, ma di una reazione successiva.

È questa distinzione temporale e giuridica a separare la legittima difesa dalla vendetta o dalla ritorsione privata.

Il giornalista utilizza toni molto duri per descrivere la condotta contestata, ma il punto sostanziale del suo ragionamento è che la grazia non possa servire a cancellare una ricostruzione confermata in tutti i gradi di giudizio.

La grazia non è un nuovo processo

Per Travaglio, il provvedimento di clemenza non può trasformarsi in un “quarto grado di giudizio” attraverso il quale il potere politico ribalta una sentenza definitiva perché considerata impopolare o sgradita.

La grazia, ricorda l’editoriale, non stabilisce che il condannato fosse innocente e non annulla la responsabilità accertata dai tribunali. È invece un atto eccezionale, motivato da considerazioni umanitarie, con cui si attenuano o si interrompono gli effetti di una pena ritenuta ormai eccessivamente gravosa.

In questa prospettiva, la clemenza può avere senso soltanto se resta ferma la validità della condanna.

Utilizzarla immediatamente dopo il verdetto, prima ancora del deposito delle motivazioni della Cassazione, rischierebbe invece di assumere il significato di una smentita politica del lavoro della magistratura.

Le motivazioni della Cassazione non sono ancora disponibili

Travaglio evidenzia un altro elemento: le motivazioni della sentenza definitiva non sarebbero ancora state depositate.

Di conseguenza, osserva, molti esponenti politici stanno criticando una decisione senza poterne conoscere integralmente il ragionamento giuridico.

Per il giornalista, questo dimostra quanto la polemica si stia sviluppando prevalentemente sul piano emotivo e propagandistico.

La discussione pubblica si concentra sulla figura del commerciante rapinato, sulla sua età e sulla paura provata, ma tende a trascurare la dinamica concreta degli spari e le ragioni che hanno portato i giudici a escludere la legittima difesa.

Un atto umanitario riservato al capo dello Stato

L’editoriale richiama anche il conflitto istituzionale nato dopo l’iniziativa del ministero della Giustizia.

La grazia, sottolinea Travaglio, è un potere attribuito esclusivamente al presidente della Repubblica. Il ministro può svolgere l’istruttoria e fornire gli elementi necessari, ma non può trasformarsi nel titolare politico della decisione.

La questione era stata chiarita dalla Corte costituzionale con la sentenza numero 200 del 2006, richiamata anche dal Quirinale nel confronto tra Sergio Mattarella e Carlo Nordio.

Travaglio critica la discontinuità di alcune reazioni politiche: chi difendeva la prerogativa presidenziale nel caso Minetti tenderebbe a dimenticarla nel caso Roggero, mentre chi contestava la grazia a Minetti ora invoca un intervento immediato per il gioielliere.

La pena minima per il duplice omicidio volontario

Il direttore riconosce che una pena di quasi quindici anni può apparire particolarmente pesante per un uomo di 72 anni che ha agito dopo aver subito una rapina.

Sottolinea però che i 14 anni e 9 mesi rappresentano già una pena collocata nella fascia più bassa prevista per una condanna per duplice omicidio volontario, considerando il riconoscimento delle attenuanti e il bilanciamento delle circostanze.

La discussione non può quindi partire dall’idea che i giudici abbiano applicato una sanzione eccezionalmente elevata rispetto al reato contestato.

Il problema, per Travaglio, è semmai capire se, dopo alcuni anni di detenzione e in presenza di un reale ravvedimento, l’età e le condizioni personali del condannato possano giustificare un atto umanitario.

L’età e l’eventualità dei domiciliari

L’editoriale non esclude che l’età avanzata possa incidere sul futuro percorso penitenziario di Roggero.

Il giornalista osserva che il condannato potrebbe ottenere forme di detenzione domiciliare o altre misure previste dall’ordinamento, qualora ne ricorrano le condizioni.

Soltanto se Roggero dovesse restare in carcere per diversi anni, dimostrare un comportamento corretto e sviluppare una piena consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, la grazia potrebbe assumere un significato umanitario coerente.

In quel momento, sostiene Travaglio, un intervento del Quirinale potrebbe non suscitare particolare scandalo, purché non venga presentato come la cancellazione della sentenza.

Il rischio di un messaggio sbagliato

Uno dei timori espressi nell’editoriale riguarda il precedente culturale che una grazia immediata potrebbe produrre.

Secondo Travaglio, un provvedimento concesso sull’onda della pressione politica rischierebbe di essere interpretato come un lasciapassare per chiunque decida di inseguire e sparare a un ladro in fuga.

Il messaggio sarebbe quello secondo cui chi ha subito un reato può sostituirsi alle forze dell’ordine e amministrare direttamente la pena.

Il giornalista ricorre a un’immagine ironica e provocatoria, evocando il pericolo di trasformare negozi e strade in scenari da film western, con cittadini armati che sparano senza poter controllare le conseguenze dei propri colpi.

Il precedente del 2005 ricordato da Travaglio

Nell’editoriale viene riportato anche un episodio risalente al 2005 che avrebbe coinvolto Roggero.

Secondo la ricostruzione citata da Travaglio, il gioielliere avrebbe fatto irruzione nell’abitazione del fidanzato della figlia, accusato di averla maltrattata, lo avrebbe aggredito e avrebbe minacciato lui e i familiari con una pistola.

La vicenda si sarebbe conclusa con un patteggiamento a due mesi di reclusione, senza ingresso in carcere, e con il divieto di portare l’arma fuori dalla gioielleria.

Travaglio utilizza questo precedente per contestare la rappresentazione di Roggero come una persona priva di precedenti episodi violenti e per interrogarsi sull’opportunità che l’arma non gli fosse stata definitivamente ritirata.

Si tratta, naturalmente, della ricostruzione contenuta nell’editoriale, che viene impiegata dal giornalista per sostenere la propria tesi.

La critica al centrodestra sulla sicurezza

L’articolo si trasforma poi in un attacco politico al governo e alla maggioranza.

Travaglio accusa il centrodestra di voler utilizzare il caso Roggero per rilanciare una nuova modifica della normativa sulla legittima difesa, dopo anni di promesse sulla sicurezza che, a suo giudizio, non avrebbero prodotto i risultati annunciati.

Il giornalista contesta l’idea che il problema possa essere risolto ampliando ulteriormente la possibilità di utilizzare armi contro chi commette un reato.

In nessun ordinamento democratico, sostiene, dovrebbe essere riconosciuto un diritto generale a sparare contro chiunque abbia compiuto un torto o stia fuggendo dopo un furto.

Il confine tra difesa e giustizia privata

Travaglio difende il principio secondo cui lo Stato debba mantenere il monopolio della forza e della punizione.

La legittima difesa consente di proteggere se stessi o altre persone da un pericolo attuale. Non attribuisce invece il potere di infliggere una pena a chi ha commesso un reato.

Quando il pericolo finisce, il compito di inseguire, fermare e processare i responsabili spetta alle forze dell’ordine e alla magistratura.

Spostare questo confine significherebbe legittimare la giustizia privata e indebolire proprio quelle istituzioni che la maggioranza afferma di voler sostenere.

La riforma del 2019 e le aspettative create

L’editoriale critica in particolare Matteo Salvini e la riforma della legittima difesa approvata nel 2019.

Secondo Travaglio, quella legge fu raccontata politicamente come se avesse introdotto un principio molto più ampio rispetto al suo contenuto effettivo: la possibilità di reagire sempre e comunque contro chi entra in casa o in un’attività commerciale.

In realtà, anche dopo la riforma, devono continuare a esistere un pericolo attuale, la necessità della reazione e un collegamento concreto tra l’offesa e la difesa.

Travaglio sostiene che questa comunicazione abbia creato false aspettative nei cittadini, convincendo alcuni che qualsiasi reazione armata sarebbe stata automaticamente giustificata.

“Roggero ha creduto alla propaganda”

Secondo il direttore del Fatto Quotidiano, Roggero potrebbe essere stato condizionato proprio da quella narrazione politica.

Ma la legge non ha mai previsto una simile autorizzazione.

Per Travaglio, il caso dimostra la distanza tra gli slogan utilizzati durante le campagne elettorali e le norme realmente approvate dal Parlamento.

L’idea del “sempre legittima difesa” avrebbe indotto molti cittadini a credere che, dopo una rapina, fosse consentito inseguire i responsabili e sparare.

La provocazione finale contro i politici

L’editoriale si chiude con una battuta volutamente polemica.

Travaglio sostiene che, anziché modificare ancora la legittima difesa, si dovrebbe immaginare un’attenuante per chi ha creduto alle promesse dei politici che raccontavano la riforma come una licenza generalizzata di sparare.

È una provocazione indirizzata soprattutto agli esponenti del centrodestra che oggi difendono Roggero e attribuiscono alla magistratura la responsabilità della sua condanna.

Secondo il giornalista, furono proprio quegli esponenti a creare l’equivoco, promettendo una libertà di reazione che la Costituzione e il diritto penale non avrebbero potuto riconoscere.

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La conclusione dell’editoriale non è un rifiuto assoluto della grazia.

Travaglio ritiene che Roggero possa un giorno essere destinatario di un provvedimento di clemenza, soprattutto considerando l’età e la possibilità che una lunga detenzione assuma conseguenze particolarmente dure.

Ma quel momento non è ancora arrivato.

Prima devono trascorrere alcuni anni, deve essere espiata una parte significativa della pena e deve emergere un ravvedimento autentico. La grazia dovrà essere motivata da ragioni umanitarie e non dalla volontà politica di contestare la magistratura.

Soltanto rispettando queste condizioni, secondo Travaglio, la clemenza potrà restare un atto eccezionale di umanità, senza trasformarsi in una smentita delle sentenze o in un incoraggiamento alla giustizia privata.

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