Marco Travaglio interviene senza mezzi termini sul nuovo scontro che si sta aprendo attorno al Movimento 5 Stelle e sulle indiscrezioni relative a un possibile ritorno politico di Beppe Grillo. Ospite di Otto e Mezzo, il direttore del Fatto Quotidiano respinge innanzitutto la ricostruzione secondo cui sarebbe stato Giuseppe Conte a estromettere il fondatore dalla creatura politica che lui stesso aveva contribuito a costruire. Per Travaglio, la storia recente del Movimento racconta esattamente il contrario: Grillo avrebbe progressivamente perso il rapporto con la propria base attraverso una serie di scelte politiche culminate nell’appoggio al governo Draghi, mentre Conte sarebbe successivamente riuscito a recuperare una parte consistente del consenso perduto.
Il ragionamento arriva proprio mentre si moltiplicano le indiscrezioni su una possibile nuova iniziativa politica di Grillo. Travaglio, però, si mostra fortemente scettico sulla possibilità che l’ex garante possa costruire una forza capace di sottrarre uno spazio significativo al M5S di Conte. E pone tre domande molto concrete: con quali elettori, con quali candidati e soprattutto con quali risorse potrebbe nascere un nuovo progetto?
“Non so dove Grillo creda di andare”
Travaglio parte dalle voci su un possibile nuovo partito o movimento politico promosso dal fondatore del M5S.
“Non lo so io se Grillo vuole fondare un partito nuovo o un movimento nuovo. Non capisco bene dove crede di andare, se davvero ci sta pensando”, afferma.
Non è soltanto una valutazione sulle possibilità elettorali di un’eventuale nuova lista. Il punto centrale del ragionamento di Travaglio riguarda la responsabilità della crisi vissuta dal Movimento durante la precedente legislatura.
Secondo il giornalista, sarebbe sbagliato rappresentare Grillo come la vittima di un’operazione condotta da Conte per impadronirsi del Movimento. Al contrario, Travaglio individua nella decisione di sostenere Mario Draghi uno dei momenti di maggiore rottura tra Grillo, una parte degli iscritti e l’elettorato originario del M5S.
L’accusa più pesante: “Grillo aveva distrutto il Movimento portandolo nel governo Draghi”
È qui che Travaglio pronuncia uno dei passaggi più duri dell’intervento. Secondo la sua ricostruzione, Conte si sarebbe trovato a guidare un Movimento già fortemente indebolito dalle scelte precedenti.
“Conte ha guidato il Movimento Cinque Stelle che lui aveva distrutto portandolo nel governo Draghi”, sostiene riferendosi a Grillo.
Il riferimento è al 2021, quando il Movimento decise di sostenere l’esecutivo di unità nazionale guidato dall’ex presidente della Banca centrale europea. Una scelta che produsse fortissime tensioni interne e che culminò anche nell’uscita di Alessandro Di Battista dal M5S.
Travaglio ricorda inoltre le parole utilizzate allora da Grillo per sostenere quella svolta, citando le definizioni di Draghi come “grillino” e di Roberto Cingolani come “turbogrillino”.
È proprio su questo passaggio che il direttore del Fatto costruisce la sua tesi: la distanza tra una parte dell’elettorato pentastellato e Grillo non sarebbe nata con Conte, ma molto prima.
Travaglio: “Le ammucchiate portano male e alimentano gli estremismi”
L’analisi si allarga poi al quadro europeo. Travaglio utilizza il caso del Movimento per sostenere una tesi più generale: quando partiti tradizionalmente contrapposti finiscono per governare insieme, una parte dell’elettorato può cercare altrove una rappresentanza dell’opposizione.
“Una delle ragioni per cui in Europa si vota così è che l’Europa è governata in questo momento dai Popolari, dai Socialisti, dai Liberali e da un pezzo dei Conservatori, cioè da un’ammucchiata”, afferma.
Travaglio cita anche la Germania e la collaborazione tra CDU e socialdemocratici, sostenendo che quando le principali forze politiche finiscono nello stesso perimetro di governo si apre uno spazio per movimenti alternativi, anche radicali.
“Le ammucchiate portano male, portano estremismo perché se non c’è l’opposizione tradizionale ne nasce un’altra”, sintetizza.
Da qui la domanda: potrebbe essere proprio Grillo a occupare oggi quello spazio di protesta?
La risposta di Travaglio è negativa.
“Grillo può incarnare una nuova opposizione? Non credo”
“Grillo è in grado di incarnare un’opposizione nuova? Non credo”, afferma Travaglio.
Il motivo è ancora una volta legato alla scelta di sostenere Draghi. Secondo il giornalista, sarebbe difficile per il fondatore del Movimento presentarsi oggi come il protagonista di una nuova forza antisistema dopo essere stato uno dei principali sostenitori dell’ingresso del M5S nell’esecutivo di unità nazionale.
È una critica che tocca direttamente l’identità politica di Grillo. Il comico genovese era stato per anni il simbolo della contestazione radicale del sistema dei partiti, delle larghe intese e delle alleanze tradizionali. Per Travaglio, proprio l’appoggio a Draghi avrebbe incrinato quella credibilità presso una parte rilevante della base pentastellata.
Il passaggio su Di Battista: “Avrebbe forse potuto fondare un movimento, ma è lontanissimo da Grillo”
Nel ragionamento entra anche Alessandro Di Battista.
Travaglio sostiene che l’ex deputato, prima dei recenti problemi di salute, avrebbe potuto avere caratteristiche politiche più adatte alla costruzione di una nuova forza di opposizione. Ma precisa immediatamente che sarebbe sbagliato immaginare una convergenza naturale tra Di Battista e Grillo.
“Di Battista, se non gli fosse capitata quella malattia, avrebbe potuto forse fondare un movimento o un partito, ma non c’è nessuno di più distante da Grillo rispetto a Di Battista”, afferma.
Il riferimento è ancora una volta alla nascita del governo Draghi.
Di Battista lasciò il Movimento proprio dopo la decisione degli iscritti di sostenere il nuovo esecutivo. Travaglio sottolinea quindi il paradosso di immaginare oggi un progetto comune tra l’ex parlamentare e colui che, nella sua ricostruzione, fu tra i principali promotori di quella scelta.
“Di Battista è scappato dai Cinque Stelle quando Grillo li ha portati” nell’esperienza Draghi, ricorda Travaglio.
La ricostruzione di Travaglio: “Grillo li ha distrutti, poi ha chiesto a Conte di rimetterli in piedi”
È probabilmente questo il passaggio politicamente più pesante dell’intero intervento.
Travaglio ribalta completamente la narrazione di Conte come leader che avrebbe progressivamente sottratto il Movimento al suo fondatore.
La sua versione è opposta: sarebbe stato Grillo, dopo la crisi di consenso del M5S, a chiedere proprio all’ex presidente del Consiglio di assumere un ruolo centrale e tentare di rilanciare il Movimento.
“Grillo, dopo averli distrutti, ha chiesto a Conte di rimetterli in piedi e Conte li ha rimessi in piedi”, sostiene.
Travaglio richiama quindi l’andamento dei consensi in quella fase, ricordando il forte calo registrato dal Movimento durante l’esperienza Draghi e il successivo recupero in occasione delle elezioni politiche del 2022.
Secondo il direttore del Fatto, il M5S sarebbe precipitato attorno all’8% nei sondaggi durante il governo Draghi per poi raggiungere circa il 15,5% alle elezioni politiche.
Il dato elettorale definitivo del 2022 fu in effetti vicino a quella cifra: il Movimento ottenne poco più del 15% alla Camera. Per Travaglio, quel recupero dimostrerebbe che Conte non ricevette un Movimento politicamente florido per poi marginalizzarne il fondatore, ma prese in mano una forza in grave difficoltà riuscendo successivamente a recuperare consenso.
“Non è Conte che ha fatto fuori Grillo”
La conclusione di Travaglio è categorica.
“Non è Conte che ha fatto fuori Grillo, Grillo si è fatto fuori da solo”.
È una frase destinata inevitabilmente a pesare nel nuovo confronto interno alla storia pentastellata, perché attribuisce la rottura non a una guerra personale tra due leader, ma alla progressiva perdita di consenso di Grillo all’interno della stessa comunità politica che aveva fondato.
E Travaglio porta a sostegno della propria interpretazione proprio le votazioni degli iscritti che hanno accompagnato la trasformazione del Movimento.
Il voto degli iscritti e la fine del ruolo di garante
Travaglio ricorda infatti le consultazioni con cui la base pentastellata si è espressa sul superamento del ruolo di garante ricoperto da Grillo.
“Sono gli iscritti al Movimento che un anno fa lo hanno cacciato”, afferma.
Poi cita i risultati delle consultazioni: “Alla prima votazione il voto per cacciarlo da garante è il 63%. Lui chiese di rifarla, alla seconda volta votò l’80% degli iscritti per farlo fuori”.
Al netto del linguaggio volutamente netto utilizzato da Travaglio, il riferimento è alla lunga battaglia statutaria tra Conte e Grillo e alla successiva consultazione degli iscritti, ripetuta dopo le contestazioni sul quorum e sulle procedure.
Per il direttore del Fatto Quotidiano, proprio quelle votazioni rappresentano la risposta più forte alla tesi dell’estromissione personale compiuta da Conte: a decidere il superamento del ruolo di Grillo sarebbe stata direttamente la base.
Travaglio attacca anche il contratto economico di Grillo con il Movimento
C’è poi un altro passaggio particolarmente duro.
Travaglio collega la rottura tra Grillo e gli iscritti anche al rapporto economico che l’ex garante aveva con il Movimento per attività di comunicazione.
“Perché si faceva dare dei soldi, tanti, dal Movimento per parlare male del Movimento”, afferma.
Si tratta della lettura fortemente critica di Travaglio della vicenda relativa al contratto di consulenza/comunicazione che aveva legato Grillo al M5S. Il rapporto economico era stato uno degli elementi della durissima resa dei conti tra Conte e il fondatore e aveva contribuito a trasformare una divergenza politica in una rottura ormai sostanzialmente irreversibile.
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Il possibile nuovo partito e le tre incognite: “Elettori, candidati e soldi”
È proprio per questo che Travaglio appare molto scettico davanti alle indiscrezioni sulla possibile nascita di un nuovo progetto grillino.
Il direttore del Fatto individua tre problemi fondamentali: consenso, classe dirigente e risorse.
“Grillo non si sa bene con quali elettori, con quali candidati e soprattutto con quali soldi”, osserva.
Il punto è politico prima ancora che organizzativo. Il Movimento del 2009 nacque da una rete di meetup, attivisti, liste civiche, battaglie territoriali e da una capacità di mobilitazione personale di Grillo allora straordinaria. Oggi, quasi vent’anni dopo le prime esperienze che portarono alla nascita del M5S, il contesto è completamente diverso.
La struttura del Movimento è rimasta con Conte, così come il simbolo utilizzato dalla forza parlamentare, gli eletti, una parte consistente degli iscritti e l’organizzazione nazionale. Ricostruire da zero un soggetto competitivo significherebbe quindi affrontare un’impresa profondamente diversa da quella originaria.
Per Travaglio la vera eredità del M5S oggi è nelle mani di Conte
Il senso complessivo dell’intervento è dunque molto chiaro. Travaglio non nega che Grillo possa tentare una nuova iniziativa politica, ma mette fortemente in dubbio che possieda oggi le condizioni necessarie per replicare ciò che riuscì a costruire negli anni della nascita del Movimento 5 Stelle.
Soprattutto, respinge l’immagine di un fondatore semplicemente spodestato da Giuseppe Conte.
Nella ricostruzione del direttore del Fatto, la sequenza è esattamente opposta: Grillo sostenne l’ingresso nel governo Draghi, il Movimento precipitò nei consensi, Conte fu chiamato a rilanciarlo, il M5S recuperò alle Politiche del 2022 e infine furono gli stessi iscritti a sancire il superamento del ruolo del fondatore.
È per questo che la frase pronunciata a Otto e Mezzo diventa la sintesi di tutto il ragionamento: “Non è Conte che ha fatto fuori Grillo. Grillo si è fatto fuori da solo”.
E se davvero il fondatore dovesse preparare un ritorno sulla scena con una nuova lista, per Travaglio la sfida più difficile non sarebbe quella di vendicarsi di Conte. Sarebbe dimostrare di avere ancora dietro di sé quella base politica che, nelle ultime consultazioni interne, ha scelto invece di voltare pagina.




















