Guai per Giorgia Meloni? Fratelli d’Italia si spacca – Ecco cosa sta succedendo… LA RIVELAZIONE

La nuova legge elettorale torna a scuotere il centrodestra e questa volta le tensioni sembrano attraversare direttamente Fratelli d’Italia. Al centro del caso c’è Ignazio La Russa, presidente del Senato e tra i fondatori del partito di Giorgia Meloni, che secondo la ricostruzione riportata nel testo sarebbe stato escluso dalle principali riunioni politiche nelle quali la maggioranza sta definendo l’architettura del cosiddetto “Melonellum”.

La vicenda assume un peso particolare perché La Russa avrebbe cercato di partecipare attivamente al confronto sulla riforma, chiedendo informazioni sugli incontri e sui tempi parlamentari e sostenendo alcune modifiche, a partire dal ritorno delle preferenze fino all’ipotesi di introdurre un ballottaggio.

Proprio quest’ultima proposta, però, sarebbe stata respinta dai vertici del centrodestra. E mentre dentro Fratelli d’Italia prende forma il caso La Russa, nella maggioranza si apre anche un secondo fronte: quello della rappresentanza femminile nelle liste e dell’alternanza di genere.

La Russa vuole incidere sulla nuova legge elettorale

Secondo la ricostruzione giornalistica, il presidente del Senato starebbe seguendo con grande attenzione il dossier della riforma elettorale.

La Russa considera il ritorno delle preferenze una battaglia portata avanti da tempo e avrebbe rivendicato la necessità di essere informato sugli sviluppi della trattativa anche perché una parte decisiva dell’iter parlamentare dovrebbe passare proprio da Palazzo Madama.

Il ragionamento sarebbe semplice: se il Senato sarà chiamato a esaminare e votare il provvedimento, il suo presidente ritiene opportuno conoscere almeno tempi e contenuti del confronto politico.

Ma la linea scelta dai vertici di Fratelli d’Italia sarebbe stata differente.

Fuori dalla riunione degli sherpa

Il primo episodio che avrebbe provocato irritazione riguarda una riunione degli sherpa del centrodestra dedicata alla riforma.

Al tavolo, secondo quanto riportato, avrebbero partecipato per Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli e Angelo Rossi, per Forza Italia Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio e per la Lega Andrea Paganella e Roberto Calderoli.

La Russa non sarebbe stato invitato.

Durante il vertice avrebbe cercato di mettersi in contatto con gli esponenti di FdI presenti alla riunione, ricevendo però rassicurazioni sul fatto che il confronto stesse procedendo senza particolari problemi e che non fosse necessario un suo intervento.

Un episodio che mostra quanto il dossier della legge elettorale sia diventato delicato anche nei rapporti interni al partito della premier.

Escluso anche dal vertice con Giorgia Meloni

Il passaggio politicamente ancora più significativo sarebbe arrivato successivamente.

La Russa sarebbe rimasto fuori anche dal confronto tra i leader del centrodestra svoltosi nella casa romana di Giorgia Meloni, al Torrino. Sarebbe stato proprio in quella sede che la maggioranza avrebbe definito l’intesa politica di massima sulla nuova legge elettorale.

L’assenza del presidente del Senato assume inevitabilmente un significato particolare.

La Russa non è infatti un semplice parlamentare di Fratelli d’Italia: è uno dei fondatori del partito, una delle personalità storicamente più vicine a Meloni ed è soprattutto la seconda carica dello Stato.

La spiegazione istituzionale

Dietro la scelta di tenerlo lontano dai tavoli politici ci sarebbe anche una valutazione di opportunità istituzionale.

Fratelli d’Italia non vorrebbe infatti che il presidente del Senato partecipasse direttamente a negoziati tra partiti su una legge destinata poi a essere esaminata dal Parlamento.

Una motivazione che presenta una sua logica sotto il profilo istituzionale.

Ma il retroscena evidenzia anche un altro aspetto: La Russa non si sarebbe limitato a chiedere informazioni sull’iter della riforma, ma avrebbe avanzato proposte proprie sulla struttura della nuova legge.

Ed è proprio su quelle proposte che sarebbe maturata una differenza politica con i vertici della coalizione.

Bocciata l’idea del ballottaggio

La Russa avrebbe sostenuto l’introduzione di un secondo turno.

L’ipotesi avrebbe consentito alle diverse forze del centrodestra di presentarsi separatamente al primo turno e di costruire eventualmente un’alleanza soltanto in vista del ballottaggio.

Una soluzione che avrebbe avuto una conseguenza politica molto precisa: rinviare la decisione su un eventuale accordo con Roberto Vannacci.

In questo schema, Meloni e gli alleati avrebbero potuto misurare inizialmente il proprio peso elettorale separatamente da Futuro Nazionale e valutare soltanto successivamente la possibilità di un’intesa.

Ma questa impostazione non avrebbe convinto gli altri leader della maggioranza.

Il nodo Vannacci pesa sulla strategia del centrodestra

Il peso elettorale di Roberto Vannacci rappresenta ormai uno dei problemi strategici più importanti per la coalizione.

Secondo quanto riportato nel documento, Futuro Nazionale avrebbe raggiunto percentuali significative nei sondaggi, sottraendo consensi soprattutto alla Lega e più in generale all’area del centrodestra.

Un eventuale ballottaggio permetterebbe teoricamente ai partiti di rimandare ogni accordo.

Ma il rischio sarebbe altrettanto evidente: lasciare Vannacci libero di correre al primo turno potrebbe consentirgli di consolidare ulteriormente la propria forza, sottraendo voti agli alleati tradizionali.

E soprattutto non ci sarebbe alcuna certezza che, dopo il primo turno, si riesca effettivamente a costruire un’intesa.

Perché il ballottaggio non convince Meloni

Le ragioni della contrarietà sarebbero sia tecniche sia politiche.

Dal punto di vista tecnico, Camera e Senato vengono eletti su basi territoriali differenti e costruire un sistema nazionale a doppio turno valido contemporaneamente per entrambe le Camere presenterebbe difficoltà non marginali.

Ma a pesare sarebbe soprattutto la valutazione politica.

Un primo turno senza accordo con Vannacci potrebbe rafforzare proprio il concorrente che Lega e Fratelli d’Italia cercano di contenere.

Per questo l’ipotesi del ballottaggio sarebbe stata sostanzialmente accantonata.

L’emendamento La Russa-Pera sarebbe stato stralciato

La proposta avrebbe dovuto prendere forma attraverso un emendamento formalmente presentato dal senatore Marcello Pera, che aveva già sostenuto pubblicamente l’ipotesi del ballottaggio durante i lavori della Commissione Affari costituzionali del Senato.

Ma la linea sarebbe stata fermata.

Secondo la ricostruzione, il cosiddetto emendamento La Russa-Pera sarebbe stato stralciato perché incompatibile con l’accordo raggiunto dai vertici della maggioranza.

Un passaggio che confermerebbe il ridimensionamento dell’influenza del presidente del Senato nella definizione della riforma.

Il compromesso: preferenze e capilista bloccati

La maggioranza starebbe invece lavorando a una modifica più circoscritta da portare avanti al Senato.

Uno dei punti centrali sarebbe il ritorno delle preferenze, affiancato però dalla permanenza dei capilista bloccati.

Gli elettori potrebbero quindi scegliere direttamente una parte dei candidati, mentre un’altra quota continuerebbe a dipendere dalle decisioni delle segreterie dei partiti.

Si tratterebbe di una soluzione intermedia tra un sistema interamente fondato sulle preferenze e uno basato esclusivamente su liste bloccate.

Ma proprio questo compromesso ha aperto un’altra battaglia dentro la maggioranza.

Scoppia il caso dell’alternanza di genere

Il nuovo fronte riguarda la rappresentanza femminile.

Secondo quanto riportato, la maggioranza sarebbe orientata a prevedere l’alternanza di genere tra i candidati sottoposti alle preferenze, ma non necessariamente tra i capilista bloccati.

Ed è proprio qui che nasce il problema.

Per i partiti con percentuali più basse potrebbe infatti accadere che vengano eletti quasi esclusivamente i capilista. Se queste posizioni fossero occupate prevalentemente da uomini, l’alternanza prevista tra gli altri candidati avrebbe effetti molto limitati sulla composizione effettiva del Parlamento.

Per questo alcune parlamentari chiedono che le garanzie sulla presenza femminile vengano applicate anche alle posizioni considerate più sicure.

Le tensioni dentro Forza Italia

Le perplessità non riguarderebbero soltanto l’opposizione.

Anche all’interno di Forza Italia si sarebbe aperto un confronto.

La deputata Isabella De Monte avrebbe sostenuto la necessità di garantire una quota di genere anche tra i capilista, posizione condivisa da Catia Polidori.

A porre formalmente il tema ad Antonio Tajani sarebbe stata anche la vicesegretaria del partito Deborah Bergamini.

Il ragionamento delle parlamentari è chiaro: se l’obiettivo è garantire davvero una rappresentanza equilibrata, le regole non possono riguardare soltanto i candidati che devono conquistare le preferenze, ma devono incidere anche sulle posizioni maggiormente garantite.

Tajani avrebbe assicurato attenzione alla presenza femminile nelle liste, ma il meccanismo definitivo deve ancora essere definito.

Perché FdI insiste sulle preferenze

Fratelli d’Italia starebbe invece spingendo con decisione sul ritorno delle preferenze.

Secondo la ricostruzione richiamata nell’articolo, dietro questa scelta non ci sarebbe soltanto la volontà di restituire agli elettori un maggiore potere nella selezione dei propri rappresentanti.

Nel partito peserebbe anche l’intenzione di evitare nuove “imboscate” parlamentari come quelle registrate in occasione di alcuni voti alla Camera.

Il sistema delle preferenze modificherebbe infatti il rapporto tra eletti, territori e partiti, incidendo inevitabilmente anche sugli equilibri interni.

Tre grandi problemi ancora aperti

Nonostante l’intesa politica di massima, il “Melonellum” appare quindi ancora lontano dalla sua configurazione definitiva.

Restano almeno tre grandi questioni aperte.

La prima riguarda il peso dei capilista bloccati e il rapporto tra candidati scelti dagli elettori e candidati indicati dalle segreterie.

La seconda riguarda le quote di genere e le garanzie da introdurre per evitare squilibri nella rappresentanza parlamentare.

La terza riguarda il futuro rapporto con Roberto Vannacci e la decisione se costruire o meno un’intesa prima delle prossime elezioni.

A tutto questo si aggiunge ora il caso politico rappresentato da Ignazio La Russa.

Meloni mantiene il controllo della trattativa

La regia della riforma sembra comunque restare saldamente nelle mani della presidente del Consiglio.

Meloni deve tenere insieme interessi molto differenti.

Fratelli d’Italia punta a consolidare il proprio primato. Forza Italia vuole evitare che il nuovo sistema penalizzi la propria rappresentanza. La Lega deve affrontare la concorrenza di Vannacci. E l’intera coalizione deve trovare una formula capace di mantenerla competitiva senza trasformare la legge elettorale in un vantaggio per gli avversari.

Il “Melonellum”, dunque, rimane un cantiere aperto.

Una legge che può cambiare gli equilibri del prossimo voto

Dietro ogni dettaglio tecnico della riforma esiste una precisa conseguenza politica.

Una legge elettorale non stabilisce soltanto come viene espresso il voto: determina gli incentivi alla formazione delle coalizioni, il peso dei leader, il rapporto tra candidati e partiti e il margine di scelta lasciato agli elettori.

Per questo la battaglia è così intensa.

La maggioranza sa che le regole definite nei prossimi mesi potrebbero incidere direttamente sugli equilibri delle prossime elezioni politiche.

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Conclusione

Il caso La Russa mostra come dietro l’apparente compattezza del centrodestra sulla riforma elettorale restino differenze politiche tutt’altro che secondarie.

L’esclusione del presidente del Senato dai principali tavoli, la bocciatura della sua proposta sul ballottaggio e il confronto aperto sulla rappresentanza femminile raccontano una trattativa ancora in pieno movimento. A complicare ulteriormente il quadro c’è poi il fattore Vannacci, capace di condizionare le strategie di Lega e Fratelli d’Italia e, di conseguenza, le scelte sull’intero impianto della futura legge.

Giorgia Meloni appare determinata a mantenere il controllo politico della riforma, ma prima di arrivare al voto definitivo dovrà trovare un equilibrio tra esigenze molto diverse: garantire governabilità, preservare il peso dei singoli partiti, gestire le richieste sulla parità di genere e soprattutto stabilire quale rapporto costruire con Vannacci.

La nuova legge elettorale deve ancora arrivare al traguardo. Ma una cosa appare già evidente: la battaglia sulle regole con cui gli italiani torneranno alle urne è cominciata molto prima dell’avvio ufficiale della prossima campagna elettorale.

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