Una notizia che, sul piano politico e diplomatico, pesa come un macigno: l’Italia è stata deferita all’Assemblea degli Stati parte dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (Cpi) per la vicenda del comandante libico Almasri. La decisione è stata presa dai giudici della Camera preliminare della Cpi e verrà discussa nella prossima riunione dell’Assemblea, in programma a dicembre.
Per il governo è una nuova tegola in un caso già carico di polemiche interne e imbarazzi internazionali. E, anche se l’esito avrebbe potuto essere persino più duro – era stata considerata anche l’ipotesi di un deferimento al Consiglio di Sicurezza dell’Onu – il passaggio all’organo politico-istituzionale della Corte dell’Aja rappresenta comunque un segnale severo: la Cpi contesta all’Italia il mancato rispetto degli obblighi di cooperazione previsti dal diritto internazionale.
Che cosa significa “deferita all’Assemblea degli Stati parte”
L’Assemblea degli Stati parte è l’organo che riunisce i rappresentanti dei Paesi che hanno ratificato o aderito allo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Corte penale internazionale. È, in sostanza, l’organo legislativo e di controllo gestionale della Cpi: non è un tribunale, ma è una sede politica-istituzionale nella quale i dossier possono diventare casi diplomatici, con conseguenze reputazionali e di pressione internazionale.
Il “deferimento” deciso dai giudici della Camera preliminare non è quindi un dettaglio tecnico: è l’atto con cui la Corte segnala formalmente che, nel caso specifico, uno Stato avrebbe violato obblighi di cooperazione e che la questione deve essere portata davanti alla comunità degli Stati aderenti.
Il cuore della contestazione: mancato arresto e mancata consegna
Secondo quanto riportato, i giudici dell’Aja contestano all’Italia di non avere rispettato gli obblighi internazionali perché non avrebbe proceduto alla richiesta di arresto e consegna del generale libico accusato di crimini contro l’umanità.
Il punto centrale, quindi, non è una disputa politica generica, ma un tema preciso: la cooperazione giudiziaria con la Cpi quando la Corte chiede l’arresto e la consegna di un soggetto ritenuto responsabile di gravi crimini internazionali.
La sequenza degli eventi: arresto a Torino, scarcerazione e rimpatrio su aereo di Stato
La vicenda ruota attorno a una sequenza di fatti che, proprio perché così ravvicinati, hanno alimentato fin dall’inizio interrogativi e polemiche:
19 gennaio: Almasri viene arrestato a Torino;
due giorni dopo: viene scarcerato;
subito dopo: viene rimpatriato in Libia a bordo di un aereo di Stato.
È esattamente questa concatenazione – arresto, rilascio e rimpatrio – che ha generato l’attenzione della Cpi e ha portato al giudizio di mancata cooperazione.
Decisione a maggioranza e un giudice dissenziente
La Camera preliminare della Cpi è composta da tre giudici. La decisione di deferire l’Italia è stata presa a maggioranza: uno dei tre magistrati ha espresso opinione dissenziente rispetto al deferimento all’Assemblea degli Stati parte.
Questo dettaglio è importante perché indica che, all’interno del collegio, la valutazione non è stata unanime. Ma, sul piano degli effetti, il risultato non cambia: il deferimento c’è e ora il dossier arriverà all’Assemblea.
Perché non è finita al Consiglio di Sicurezza Onu: l’ipotesi “più pesante” evitata
Nel quadro delineato, viene evidenziato che la decisione avrebbe potuto essere “ancora più pesante” per Roma: era stata valutata anche la possibilità di un deferimento al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, scenario che avrebbe aperto un confronto al Palazzo di vetro di New York con impatto internazionale e mediatico ancora più violento.
Il fatto che i giudici abbiano scelto l’Assemblea degli Stati parte e non il Consiglio di Sicurezza attenua il livello di deflagrazione immediata, ma non cancella la sostanza: l’Italia viene formalmente chiamata a rispondere in una sede internazionale per come ha gestito il caso.
La linea del governo: revisione delle regole e “sicurezza nazionale”
Nel documento inviato dal governo alla Cpi il 31 ottobre, viene riportato che l’esecutivo avrebbe assicurato una revisione delle norme che regolano la cooperazione con la Corte penale internazionale, con l’obiettivo dichiarato di evitare i “corto circuiti” emersi nella vicenda Almasri.
Nello stesso documento, il governo avrebbe ribadito che il rimpatrio del generale libico sarebbe avvenuto “per motivi di sicurezza nazionale”. È un punto politicamente sensibile, perché mette in tensione due piani: da una parte la cooperazione con un tribunale internazionale, dall’altra la rivendicazione di una scelta legata alla sicurezza.
Il “timing” della decisione: se fosse arrivata prima, se ne sarebbe occupata l’Assemblea di dicembre scorso
Un altro elemento indicato è il calendario: se la Camera preliminare avesse deciso qualche settimana prima, sarebbe stata l’Assemblea del dicembre scorso a occuparsi del caso. Invece, la scelta è arrivata dopo e dunque se ne parlerà a dicembre prossimo.
Questo slittamento viene letto come segnale che la vicenda avrebbe richiesto ai giudici un confronto più lungo, probabilmente per la complessità degli atti e degli incartamenti esaminati. Ma anche qui l’effetto pratico è chiaro: il governo avrà davanti mesi di attesa, in cui il dossier resterà sospeso e politicamente “aperto”.
Il fronte interno: stop della Camera, indagini ordinarie e conflitto di attribuzione
Parallelamente al piano internazionale, il caso Almasri continua a produrre attrito sul fronte interno. Viene riportato che:
la Camera ha negato la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e del sottosegretario Mantovano, archiviando il procedimento a loro carico;
resta invece all’attenzione della procura ordinaria la posizione della capo di Gabinetto di via Arenula, Giusi Bartolozzi, accusata di false dichiarazioni al pm.
Sul piano politico-istituzionale, inoltre, la maggioranza intenderebbe sollevare davanti alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione nei confronti del Tribunale dei ministri e della Procura di Roma. Anche questo elemento segnala che la vicenda non è affatto chiusa: si sta trasformando in una controversia su competenze e limiti tra poteri dello Stato, oltre che su responsabilità e catena decisionale.
Perché è una “notizia shock” per il governo
Il deferimento all’Assemblea degli Stati parte non è solo un passaggio procedurale. È, politicamente, una sorta di “bollino rosso” internazionale: la Cpi afferma che, nel caso Almasri, l’Italia non avrebbe rispettato gli obblighi di cooperazione. Anche se l’ipotesi Onu è stata evitata, resta il fatto che Roma viene messa sotto i riflettori davanti agli altri Stati aderenti allo Statuto di Roma.
Per un governo già esposto su dossier delicati – migrazioni, Libia, sicurezza, rapporti nel Mediterraneo – la vicenda rischia di diventare una ferita di immagine e credibilità: perché il tema non è un generico dissenso politico, ma la gestione di un soggetto accusato di crimini internazionali e la scelta, contestata, di rimpatriarlo.
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Conclusione: dicembre sarà il nuovo banco di prova
Ora il calendario segna una scadenza: dicembre, quando l’Assemblea degli Stati parte discuterà il dossier. Da qui ad allora, il governo dovrà tenere insieme tre linee di pressione:
1. la dimensione internazionale e diplomatica del deferimento;
2. la necessità di spiegare e difendere la scelta di scarcerazione e rimpatrio, anche richiamando la motivazione della “sicurezza nazionale”;
3. il contenzioso interno, tra indagini residue, posizioni ancora aperte e lo scontro istituzionale prospettato davanti alla Corte Costituzionale.
Il “caso Almasri”, dunque, non si chiude: cambia livello. E per l’esecutivo, la vera notizia shock è proprio questa: la partita non è più solo italiana. È ufficialmente diventata un dossier internazionale davanti alla Corte penale internazionale e agli Stati che la governano.


















