Mentre le cancellerie più influenti prendono posizione, alzano la voce, condannano o rivendicano, l’Italia — secondo la lettura più feroce dell’opposizione e di una parte del commento giornalistico — resta inchiodata a un ruolo secondario: osservare, rincorrere, spiegare a posteriori. È da qui che parte la critica di Andrea Scanzi, che nel suo attacco al governo Meloni descrive un Paese ridotto a spettatore internazionale, incapace di incidere e perfino di essere informato in tempo reale dagli alleati che Roma sostiene con maggior zelo.
La cornice è l’escalation in Medio Oriente, la morte della Guida iraniana Ali Khamenei e le reazioni che si susseguono sui tavoli diplomatici. In Russia, Vladimir Putin invia un messaggio di condoglianze al presidente iraniano Massud Pezeshkian e definisce l’uccisione di Khamenei una “cinica violazione” della morale e del diritto internazionale; il ministero degli Esteri russo, a sua volta, condanna con forza la pratica degli “omicidi politici” e della “caccia” ai leader di Stati sovrani, definendola incompatibile con i principi fondamentali delle relazioni tra Stati e una grave violazione del diritto internazionale. In mezzo a prese di posizione così nette, la domanda che Scanzi rovescia sul governo italiano è brutale: che cosa ha fatto Meloni, davvero?
La “pontiera” che non viene avvisata: la critica al rapporto con Trump. Meloni ennesima figuraccia internazionale.
La critica del giornalista Andrea Scanzi
Scanzi punta il dito contro un’idea politica ripetuta negli ultimi mesi: Giorgia Meloni come “pontiera” tra Stati Uniti ed Europa, capace di tenere insieme due sponde e di trasformare la vicinanza a Washington in influenza reale. Ma, nella sua ricostruzione sarcastica, quel ruolo si rovescia nel suo opposto: non mediazione, bensì subalternità.
Il ritornello è martellante: “obbedisci, obbedisci, obbedisci”. E il bilancio, nella sua lettura, è impietoso: in cambio non ottieni nulla. Né peso politico, né canali privilegiati, né considerazione. Anzi: quando accade lo strappo più grave — l’attacco contro l’Iran — l’Italia sarebbe stata trattata come un soggetto marginale, “senza neanche avvertirti di striscio”.
Qui il punto non è solo l’offesa diplomatica. È la sostanza politica: se il governo rivendica un rapporto speciale, ma poi gli eventi cruciali vengono decisi altrove e comunicati a cose fatte (o quando sono già in corso), allora quel “rapporto” diventa, per chi critica, una narrazione propagandistica senza prove.
L’episodio Kuwait e la fragilità dell’esposizione italiana
Nella critica di Scanzi entra anche un altro elemento ad alto impatto: l’attacco che raggiunge la base italiana in Kuwait, per fortuna senza vittime. È il tipo di episodio che trasforma una crisi “esterna” in un problema immediatamente nazionale: perché non riguarda più soltanto diplomazia e dichiarazioni, ma personale, infrastrutture, sicurezza.
Ed è qui che il sarcasmo si fa più politico che personale: se l’Italia è esposta, se le sue strutture e i suoi militari possono finire dentro l’onda d’urto della crisi, allora la richiesta implicita è una sola: contare, avere informazioni tempestive, essere consultati, partecipare alle scelte e ai coordinamenti.
Invece, nella narrazione di Scanzi, accade il contrario: l’Italia scopre, rincorre, gestisce gli effetti. E lo fa — sostiene — con la postura di chi “non pesa”.
Il “caso Crosetto”: Dubai, voli bloccati e la figuraccia che diventa simbolo
Il bersaglio più immediato diventa Guido Crosetto. Non solo perché ministro della Difesa in un passaggio delicatissimo, ma perché — sempre nella ricostruzione sarcastica proposta — si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato: a Dubai, con voli bloccati, proprio mentre esplode la crisi.
Scanzi la mette giù senza attenuanti e la trasforma in una sequenza di “genio!” ripetuti: il ministro che parte poche ore prima dell’attacco, il caos aeroportuale, l’impossibilità di rientrare, l’effetto mediatico di una presenza che appare grottesca per tempi e contesto. Non è solo la cronaca di uno spostamento: è il simbolo di un governo che, nella lettura del giornalista, non controlla il quadro e viene travolto dagli eventi.
E soprattutto: il “caso Crosetto” serve a rafforzare l’accusa principale. Se davvero gli alleati più forti non hanno avvertito l’Italia in tempo utile (o non l’hanno fatta partecipare al livello informativo necessario), allora la vicenda personale diventa “prova” — agli occhi dei critici — di una marginalità politica strutturale.
Putin e Mosca prendono posizione, Roma resta in ombra: il confronto che brucia
Scanzi non sta facendo un’analisi diplomatica classica. Sta facendo un’operazione narrativa: mettere in fila chi “parla” e chi “subisce”. Ed è per questo che le dichiarazioni russe — Putin che parla di “assassinio” e di violazione del diritto internazionale, e la condanna della “caccia ai leader” — diventano, in questo discorso, un contrappunto utile.
Non perché la Russia sia modello o arbitro morale (Scanzi non lo dice e non serve attribuirglielo), ma perché in questa fase Mosca appare come attore che scrive una linea e rivendica principi, mentre l’Italia appare come attore che commenta e si accoda.
Il risultato, nel racconto, è un’Italia senza postura: né deterrenza, né autonomia, né influenza. Solo esposizione ai rischi e una comunicazione che arriva dopo.
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La stoccata finale: “trionfo” al contrario e l’ironia come condanna politica
La chiusura del testo di Scanzi è volutamente feroce: parla di “trionfo su tutta la linea”, di “tripudio”, di “leggenda”, ma è un trionfo rovesciato, una condanna mascherata da applauso. L’ironia qui non è una battuta: è l’arma per dire che la figuraccia — se così la si vuole chiamare — non è un incidente, ma il risultato coerente di una strategia sbagliata: puntare tutto sulla fedeltà senza ottenere influenza.
Ed è questo il cuore dell’attacco: la retorica della centralità e del “ponte” si schianta contro la realtà di una crisi dove contano i canali, le informazioni, la consultazione preventiva, la capacità di proteggere interessi e persone. Se mancano questi elementi, la “leadership” diventa posa. E la posa, sotto la pressione degli eventi, diventa ridicolo.



















