Il caso Galvagno scuote Fratelli d’Italia: rischio processo per fondi regionali agli amici
Il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana indagato per corruzione e peculato. Tra i destinatari dei fondi fondazioni e società vicine a imprenditori e collaboratori personali. Coinvolta anche l’ex portavoce Sabrina De Capitani.
PALERMO – Potrebbe presto arrivare il rinvio a giudizio per Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana e figura di primo piano di Fratelli d’Italia in Sicilia. La Procura di Palermo ha infatti chiuso un’inchiesta che lo vede indagato per corruzione e peculato, in un’indagine che rischia di diventare un terremoto politico per il partito della premier Giorgia Meloni. Galvagno è considerato da molti l’erede del governatore Renato Schifani e un fedelissimo di Ignazio La Russa, presidente del Senato, al punto da essere definito “il suo delfino”.
Secondo i magistrati coordinati dal procuratore Maurizio De Lucia, Galvagno avrebbe diretto un sistema di gestione opaca dei fondi pubblici regionali, dirottandoli sistematicamente verso amici e imprenditori compiacenti. In cambio, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto “una serie di utilità per sé e per altri soggetti”.
Fondi pubblici, eventi privati
Nel mirino della Procura sono finiti numerosi eventi organizzati tra il 2023 e il 2024. In particolare, si contesta a Galvagno l’uso disinvolto di denaro pubblico per iniziative che avrebbero favorito persone a lui vicine. Tra i beneficiari figurano la Fondazione Tommaso Dragotto e la Fondazione Marisa Bellisario, entrambe coinvolte in eventi co-finanziati dalla Regione Sicilia.
Ad esempio, solo per l’evento “Donna, economia e potere”, Galvagno avrebbe fatto assegnare 11.000 euro per un’apericena e 27.000 euro per l’organizzazione generale. Altri 200.000 euro sono stati stanziati per l’evento “La Sicilia per le donne”, e 198.000 euro per le edizioni 2023 e 2024 del format natalizio “Un magico Natale”.
Il caso Catania: Capodanno, fondi e incarichi
Ma è il capitolo riguardante il Capodanno 2023 nel Comune di Catania — amministrato dal centrodestra e vicino a Fratelli d’Italia — a destare ulteriore clamore. In quell’occasione, 240.000 euro sono stati assegnati al Comune per i festeggiamenti, poi affidati alla società Puntoeacapo Srl di Nuccio La Ferlita. L’imprenditore è attualmente indagato per corruzione.
Secondo la ricostruzione della Procura, in cambio dell’affidamento, La Ferlita avrebbe fatto ottenere un incarico professionale da 20.400 euro a Sabrina De Capitani, ex portavoce di Galvagno. Anche De Capitani risulta ora indagata per corruzione.
Galvagno al centro del sistema
Dalle indagini emerge un quadro preoccupante: un sistema organizzato e strutturato, in cui fondi pubblici sarebbero stati piegati a logiche clientelari e utilizzati come strumento di potere personale. Secondo gli inquirenti, Galvagno avrebbe operato da vertice di questo meccanismo, rendendosi promotore e beneficiario delle operazioni contestate.
Una situazione che mette in grave imbarazzo Fratelli d’Italia, soprattutto alla luce del forte legame personale e politico tra Galvagno e Ignazio La Russa, e del ruolo centrale che il presidente dell’ARS ricopre nell’area siciliana del partito. Se il rinvio a giudizio sarà confermato, il caso rischia di travolgere non solo la carriera di Galvagno, ma anche l’equilibrio interno della coalizione di governo in Sicilia.
L’appartenenza politica di Galvagno – considerato il delfino siciliano di Ignazio La Russa – spiega almeno in parte il silenzio imbarazzante che circonda le accuse. Mentre la minoranza parlamentare sollecita chiarimenti e invoca una “questione morale” (e poco altro, per non fare troppo scrusciu, che non si sa mai), le fila del partito chiudono compatte attorno all’indagato, minimizzando le implicazioni sistemiche. Galvagno ha respinto ogni accusa durante l’interrogatorio, mentre la sua portavoce Sabrina De Capitani – figura chiave nello scandalo dei 4 milioni per l’evento “Sicily women and cinema” a Cannes – si è avvalsa della facoltà di non rispondere.
Un danno d’immagine per FdI
In attesa della decisione del giudice sull’eventuale rinvio a giudizio, la vicenda si preannuncia come un boomerang per Fratelli d’Italia, che negli ultimi mesi ha basato parte della sua narrazione pubblica sul rigore morale e la lotta agli sprechi. Il partito tace per ora, ma l’imbarazzo è palpabile, soprattutto tra le file siciliane, dove Galvagno è stato spesso indicato come figura di continuità generazionale del centrodestra isolano.
Mentre l’inchiesta prende forma, resta da vedere se il partito di Giorgia Meloni prenderà le distanze da uno dei suoi uomini simbolo o deciderà, almeno per ora, di fare quadrato.
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Conclusione – Un banco di prova per la credibilità del partito
Il caso Galvagno rappresenta molto più di una grana giudiziaria locale: è un test cruciale per la tenuta etica e politica di Fratelli d’Italia. Le accuse, se confermate, delineano un sistema clientelare radicato, in netto contrasto con la narrativa dell’onestà e del rigore istituzionale promossa da Giorgia Meloni. E colpiscono un uomo che non solo ricopre una carica di vertice nell’Assemblea Regionale Siciliana, ma che incarna anche le nuove leve del partito nel Mezzogiorno.
Di fronte a questo scenario, il silenzio della leadership rischia di trasformarsi in complicità politica. La scelta è ora tra il garantismo prudente e la necessità di dare un segnale chiaro all’opinione pubblica, sempre più sensibile alla trasparenza nella gestione dei fondi pubblici. Se Fratelli d’Italia intende difendere la propria immagine e credibilità, dovrà dimostrare che la legalità vale più dell’appartenenza. Anche quando a finire sotto inchiesta è uno dei suoi volti più noti.




















