Il ponte più annunciato della storia
Il Ponte sullo Stretto di Messina è diventato molto più di un’infrastruttura. È un mantra politico, una chimera ingegneristica, un’eterna promessa elettorale. Dalla prima “posa della prima pietra” nel 2002 al recente via libera del CIPESS nell’agosto 2025, il progetto ha attraversato decenni di annunci, smentite e rinvii, accumulando una mole di dichiarazioni ufficiali che sembrano scritte per un libro di satira più che per i verbali di governo.
Matteo Salvini, attuale ministro delle Infrastrutture e principale sponsor del progetto, ha rilanciato il ponte come un simbolo della “ripartenza del Sud”, accompagnandolo con una sfilza di numeri contraddittori: 120.000 posti di lavoro. Anzi, 100.000. O forse 50.000. O forse no. Saranno gli anni a chiarirlo, ammesso che qualcosa venga mai davvero costruito.
Posti di lavoro: la conta ballerina
Nel corso delle interviste e delle conferenze stampa, Salvini ha snocciolato più stime occupazionali che chilometri del ponte stesso. Prima ha parlato di 50.000 posti di lavoro, poi 100.000, infine 120.000. Nessuno di questi dati è stato accompagnato da analisi tecniche trasparenti o documenti verificabili.
Per avere un termine di paragone: il cantiere del tunnel sotto la Manica, una delle grandi opere più complesse d’Europa, impiegò circa 13.000 persone nei momenti di picco. Parlare di 120.000 lavoratori per il Ponte sullo Stretto suona più come una trovata di marketing che un dato plausibile.
Le date impossibili
Anche sul calendario, il balletto continua. Secondo l’ultimo aggiornamento del MIT, i lavori partiranno nell’ottobre 2025. Ma non era già partita una “posa della prima pietra” nel 2002, come annunciato da Silvio Berlusconi? E poi ancora nel 2009? E nel 2024?
Ora si promette che il ponte sarà percorribile dal 2033. Ma nel 2024 si diceva sarebbe pronto in cinque anni, cioè nel 2029. Il problema non è solo la difficoltà di prevedere il futuro: è la continua riscrittura del presente, come se ogni governo potesse ripartire da zero, ignorando le tappe precedenti.
Il guinness delle approvazioni
Il Ponte sullo Stretto è probabilmente il progetto più approvato della storia repubblicana. Approvato da Berlusconi, dismesso da Prodi, riesumato da Berlusconi, affossato da Monti, rilanciato da Conte I, accantonato da Conte II, riproposto da Draghi, rilanciato definitivamente (forse) da Meloni.
Eppure, ad oggi, non esiste un solo pilastro, una sola trave, un solo centimetro costruito.
La farsa ciclica della “prima pietra”
Ogni rilancio del Ponte porta con sé una liturgia ben nota: conferenze stampa, rendering 3D avveniristici, proclami trionfanti e “pose della prima pietra” più simboliche che reali. E puntualmente, ogni ciclo si dissolve nel nulla: mancano i fondi, cambiano i governi, emergono problemi tecnici, ambientali, giuridici.
È diventata una farsa ciclica che si ripete da più di quarant’anni, tra la credulità popolare e il cinismo della politica. Un rito utile a occupare il dibattito pubblico, creare aspettative, distogliere l’attenzione da problemi più concreti e urgenti.
Una questione politica, più che ingegneristica
La costruzione del Ponte sullo Stretto non è più (solo) una questione tecnica o logistica. È diventata una questione politica e simbolica, utilizzata per alimentare il consenso, costruire narrazioni di efficienza e sviluppo, spesso senza alcun contatto con la realtà.
Nessun serio dibattito pubblico è stato finora concesso su impatto ambientale, costi-benefici, alternative strategiche di mobilità tra Sicilia e Calabria, come ad esempio il potenziamento delle linee ferroviarie, dei traghetti o degli aeroporti regionali.
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Il Ponte sullo Stretto è il ponte delle illusioni. Non collega Messina a Villa San Giovanni, ma collega la propaganda al potere. È un’opera immaginaria che continua a esistere solo nelle slide ministeriali e nelle promesse elettorali. Ogni volta cambia forma, dati, tempi, obiettivi. Ma una cosa resta uguale: non esiste.
E finché la politica continuerà a vendere sogni irrealizzati come traguardi concreti, l’Italia continuerà ad affondare nella palude delle opere incompiute. Altro che ponte: qui manca persino la rampa di lancio.




















