Il Centrodestra si attiva a Chigi nei palazzi. Ecco il nome shock per sostituire il Presidente Matarella

Il “test” su Salvini e il ruolo di scudo per Meloni

Nel retroscena ricostruito da Il Foglio, la serata di martedì a Palazzo Chigi non è stata una riunione qualunque. Per la maggioranza è stata l’occasione per “testare” l’affidabilità di Matteo Salvini sul dossier più sensibile per Giorgia Meloni e per l’Occidente: il sostegno militare all’Ucraina.

Sul tavolo c’era il decreto che rinnova gli aiuti a Kyiv. Un provvedimento che il leader della Lega continua a vivere in modo ambivalente: da un lato lealtà formale al governo, dall’altro la tentazione di intercettare l’elettorato più scettico sulla guerra e più indulgente verso la narrazione di Vladimir Putin. Il racconto del quotidiano descrive un Salvini che “scambia la pace di Putin per la pace perpetua”, in contrasto con la linea atlantista dell’esecutivo.

In questo schema, Crosetto diventa il vero baluardo della premier. È lui, ministro della Difesa, a rappresentare la garanzia che l’Italia resterà saldamente agganciata all’asse Nato–Ue, anche quando i mal di pancia interni alla maggioranza minacciano di rallentare o annacquare i provvedimenti.

C’è solo un generale (e non è Vannacci)

Da tempo il centrodestra convive con una figura ingombrante: il generale Roberto Vannacci, diventato simbolo di una destra sovranista, identitaria e spesso fuori asse rispetto all’equilibrio istituzionale. Il Foglio, con una formula che è già un titolo, scrive: “C’è solo un generale e non è Vannacci. Ora Crosetto è il generale Occidente”.

Il messaggio è chiaro: nel racconto di questo retroscena, Crosetto viene accreditato come il vero punto di riferimento militare e strategico non solo del governo, ma dell’intero fronte occidentale in Italia. È lui che parla la lingua di Washington e di Bruxelles, lui che conosce i dossier Nato, lui che ha rapporti stabili con i vertici alleati.

Persino una parte dell’opposizione, a cominciare dal responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano, viene descritta come consapevole di questa “differenza di pasta”: in Aula, quando il ministro interviene, non scatta lo scontro frontale ma quasi un riconoscimento del fatto che “conosce la grammatica” della politica internazionale. Un modo per dire che, piaccia o meno, Crosetto è percepito come interlocutore affidabile anche da chi gli sta di fronte.

Crosetto contro la “pace di Putin”: lo scontro sotterraneo con Salvini

Un altro passaggio chiave del retroscena riguarda la lettura che Crosetto dà della guerra in Ucraina. Il ministro non crede nella “pace” proposta da Mosca: teme che Putin usi i negoziati come strumento per guadagnare tempo, riarmarsi e avanzare ancora.

Nel racconto de Il Foglio, Crosetto è convinto che, se l’Ucraina dovesse cadere, le prossime tappe dell’espansionismo russo sarebbero i territori russofoni in Paesi come Lituania ed Estonia, entrambi membri della Nato. Da qui la domanda cruciale: cosa accadrebbe se la Russia aprisse un fronte contro due Stati dell’Alleanza atlantica?

Questa visione lo colloca all’opposto di Salvini, che viene dipinto come il politico più incline a credere alle aperture di Mosca e più restio a firmare nuovi invii di armamenti. Ecco perché ogni rinvio, ogni rallentamento sull’approvazione degli aiuti a Kyiv finisce per rafforzare proprio Crosetto: al confronto, il ministro della Difesa appare come il garante della serietà italiana sulla scena internazionale, mentre il leader leghista viene raccontato come elemento di incertezza.

L’ex democristiano che parla con Mattarella

Un’altra tessera fondamentale del puzzle è il rapporto tra Crosetto e il presidente della Repubblica. Il Foglio ricorda che il ministro è un ex democristiano, cresciuto in quella cultura politica che ha nel Colle il suo perno istituzionale e nella collocazione euro-atlantica dell’Italia un dogma intoccabile.

Da qui l’idea di un “rapporto speciale” con Sergio Mattarella: non una vicinanza di parte, ma un’intesa sulla cornice di fondo. Difesa della Costituzione, rispetto dei vincoli internazionali, attenzione alla stabilità delle istituzioni. Il ministro della Difesa, in questa lettura, si muoverebbe dentro un perimetro che il Quirinale considera affidabile, soprattutto quando si tratta di scelte delicatissime come invii di armi, missioni all’estero, gestione di crisi internazionali.

È questo legame – culturale prima che personale – a rendere Crosetto, agli occhi di molti osservatori, sempre più “quirinalabile”.

“Quirinalabile”: cosa significa davvero

La parola usata dal Foglio – “Crosetto è sempre più quirinalabile” – è tutt’altro che neutra. Significa che, nel gioco delle grandi cariche dello Stato, il nome del ministro della Difesa comincia a circolare come opzione possibile per il dopo-Mattarella.

Il suo profilo racchiude alcuni elementi classici del candidato al Colle:

Radici democristiane e quindi percezione di moderazione, affidabilità, familiarità con la liturgia istituzionale.

Solida rete internazionale, grazie al ruolo di ministro della Difesa in una fase di guerra in Europa e di aumento degli impegni Nato.

Rapporto non ostile con parti dell’opposizione, che ne riconoscono competenza e serietà sui dossier strategici.

Immagine di uomo delle istituzioni più che di partito, nonostante la sua lunga militanza nella destra di governo.


In un sistema in cui l’elezione del presidente della Repubblica richiede voti trasversali, un profilo del genere diventa naturalmente appetibile.

Il paradosso Salvini: come rallentare gli aiuti a Kyiv rafforza Crosetto

C’è però un elemento paradossale, messo in evidenza dal retroscena: proprio la scelta di Salvini di frenare sugli aiuti all’Ucraina finisce per spianare la strada a Crosetto.

Ogni volta che il governo rischia di apparire diviso sul fronte internazionale, il ministro della Difesa entra in scena come figura che ricompone, rassicura, ribadisce la collocazione dell’Italia. Il contrasto interno alla maggioranza, invece di indebolirlo, lo rende ancora più centrale: senza Crosetto – suggerisce la narrazione – l’esecutivo perderebbe credibilità a Washington e nelle capitali europee.

Così, mentre il leader della Lega cerca consenso tra i contrari alla guerra, si trova a giocare, involontariamente, il ruolo di “costruttore di statura istituzionale” per un potenziale futuro avversario nella grande partita del Colle.

Meloni tra due fuochi: bilanciare le ambizioni

In questo quadro Giorgia Meloni si muove su un equilibrio delicatissimo. Da un lato ha bisogno di Crosetto come scudo politico e tecnico sul fronte ucraino: è la carta che le permette di presentarsi, all’estero, come premier pienamente affidabile. Dall’altro non può rompere con Salvini, alleato necessario per la tenuta del governo e per il controllo della maggioranza parlamentare.

Il “test” raccontato dal Foglio non riguarda solo la fedeltà del leader leghista, ma anche la capacità della premier di gestire le ambizioni e le differenze dei suoi alleati. Crosetto cresce di peso politico man mano che la guerra si prolunga e i dossier Nato si moltiplicano; Salvini cerca spazio contestando proprio quella linea che rende il ministro della Difesa indispensabile.

Meloni, per ora, sembra coprire il suo ministro e al tempo stesso evitare lo strappo con il vicepremier: una strategia che tiene in equilibrio il presente, ma che prepara inevitabilmente future tensioni.

Crosetto tra guerra, leva volontaria e futuro del Colle

Sul fondo resta un altro tema che negli ultimi giorni ha riportato Crosetto al centro del dibattito: la discussione sulla “leva volontaria” e sull’idea di ampliare la “parte combat” delle Forze armate, aumentando le missioni all’estero. Dichiarazioni che hanno scatenato polemiche, proteste e timori di una deriva verso una maggiore militarizzazione del Paese.

Se da un lato queste uscite rafforzano la sua immagine di “generale d’Occidente”, dall’altro aprono interrogativi sulla compatibilità tra un profilo così fortemente schierato sul versante militare e il ruolo di arbitro super partes che la Costituzione affida al Capo dello Stato.

È forse questa la vera partita che si apre con il retroscena del Foglio: capire se l’Italia del dopo-Mattarella vorrà un presidente dalla forte impronta geopolitica, nato nel cuore dell’industria della difesa e della Nato, o se cercherà un profilo più neutro e distante dai dossier bellici.

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Conclusione: un nome che entra (ufficialmente) nel gioco

Il retroscena su Crosetto non è solo un esercizio di stile giornalistico. È il segnale che, nella grande partita del Quirinale, alcuni nomi cominciano a posizionarsi con anni di anticipo.

Crosetto, ex democristiano diventato “generale d’Occidente”, uomo di fiducia di Meloni ma anche interlocutore rispettato al Quirinale e in parte dell’opposizione, vede crescere il proprio peso politico ogni volta che la guerra in Ucraina torna al centro della scena. Salvini, rallentando il decreto sugli aiuti, finisce col confermare questa centralità.

Resta da capire se, quando arriverà davvero il momento di scegliere il successore di Mattarella, il Parlamento vorrà affidare il Colle a un ministro della Difesa che ha fatto della linea dura contro Putin e del rilancio dell’apparato militare il suo marchio politico. Per ora una cosa è certa: il nome di Guido Crosetto, da oggi, è ufficialmente entrato nel novero dei candidati “quirinalabili”. E questo, in Italia, è già di per sé uno spartiacque.

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