Si accende una nuova bufera intorno a Giorgia Meloni. A provocarla, le parole al vetriolo di Massimo Gramellini, giornalista e opinionista televisivo, che in diretta non ha risparmiato critiche alla premier, accusandola di confondere il ruolo istituzionale con quello del “capo di una curva”.
Un intervento che sta facendo il giro dei social e che tocca il nervo scoperto dello stile comunicativo della presidente del Consiglio, da tempo al centro di polemiche per i suoi toni giudicati eccessivi e poco consoni al suo incarico.
La stoccata in diretta
Gramellini ha preso spunto dalle dichiarazioni della premier, che aveva denunciato – senza fare nomi – presunte persone che l’avrebbero invitata a essere definita “assassina” sotto casa. Il giornalista ha replicato con fermezza:
“Signora Meloni, l’educazione e la gentilezza sono sempre gradite, soprattutto da chi guida un Paese. I giornalisti fanno il loro mestiere quando hanno la possibilità di farlo: rivolgere domande al Presidente del Consiglio non è un atto di lesa maestà, ma parte integrante della democrazia. Invece, negli ultimi anni, questa possibilità ci è stata spesso negata. Mi permetta di osservare che quando un capo di governo lancia accuse così gravi, ha il dovere di fare nomi precisi e di interessare l’autorità giudiziaria. Diversamente, evocando nemici vaghi e indistinti, rischia soltanto di alimentare un odio generico verso chiunque non la pensi come lei. Questo è il comportamento di un capo ultrà, non di un capo di governo”.
Parole durissime, che hanno suscitato applausi in studio e sono immediatamente rimbalzate in rete.
La critica sul ruolo dei giornalisti
Gramellini ha insistito anche sul tema della libertà di stampa, sottolineando che la funzione della stampa non è “parlare delle pastarelle della domenica” ma porre domande scomode a chi governa. Un compito che, a suo avviso, è stato reso sempre più difficile dal clima politico instaurato da Meloni e dalla sua maggioranza.
Reazioni e polemiche
La replica della maggioranza non si è fatta attendere. Da Fratelli d’Italia parlano di “attacco strumentale”, accusando Gramellini di voler “fare il maestro di bon ton” mentre Meloni “lavora con il consenso degli italiani”.
Dall’opposizione invece arrivano attestati di stima. Esponenti del Pd e del M5S hanno sottolineato che “la maleducazione istituzionale mina la credibilità del Paese”, mentre Conte ha ribadito: “Non è solo questione di stile, ma di rispetto per le istituzioni”.
La questione di fondo
Il caso Gramellini riapre un tema cruciale: lo stile politico e istituzionale della premier. La comunicazione diretta e senza filtri, che ha contribuito a rafforzare il consenso di Meloni, rischia di trasformarsi in un boomerang quando oltrepassa i confini dell’educazione istituzionale.
Gramellini, con le sue parole, ha messo a nudo la contraddizione: un premier può permettersi i toni da capo popolo, o deve rispettare un linguaggio consono al suo ruolo?
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In conclusione, il caso Gramellini non è un semplice scambio polemico: mette a nudo il punto debole della leadership di Meloni, cioè la sovrapposizione tra comunicazione identitaria e ruolo istituzionale. Evocare “nemici” senza nomi né denunce formali mobilita la tifoseria, ma logora credibilità e convivenza civile, delegittimando chi fa domande scomode—la stampa—che è parte dell’equilibrio democratico.
Il bivio è chiaro: continuare con una retorica da curva, rischiando di alimentare polarizzazione e sospetto, oppure adottare una postura da capo di governo—linguaggio sobrio, conferenze stampa regolari, nomi e atti quando si denunciano minacce—che trasformi consenso in autorevolezza. La contesa sul “tono” è in realtà una partita sulla qualità delle istituzioni.



















