La diretta da Crans-Montana e la frase che ha colpito gli spettatori
Durante un collegamento dall’edizione delle 20 del TgLa7, l’inviato Guy Chiappaventi si è interrotto visibilmente commosso mentre raccontava la tragedia di Crans-Montana, definita una “strage di Capodanno” di ragazzi tra i 16 e i 20 anni. Dopo la voce spezzata e una pausa, ha ripreso con una frase semplice, diventata subito il centro dell’attenzione: “Vi prego di scusarmi, adesso riprendo”.
La scena è stata ripresa e rilanciata sui canali web di La7 e da diverse testate, diventando virale anche sui social, dove il frammento di diretta è stato ricondiviso con commenti sulla “umanità” del cronista in un momento in cui la cronaca, specie quella nera, tende spesso a irrigidirsi in formule e numeri.
Il contesto della tragedia: indagini e domande sulla sicurezza
Nelle stesse ore, attorno alla strage si è aperto anche un secondo fronte: quello delle responsabilità e delle condizioni di sicurezza del locale (o della struttura) in cui si è verificata la tragedia. Le ricostruzioni giornalistiche hanno messo in evidenza problemi legati alla possibilità di fuga e alle uscite, mentre l’attenzione pubblica si concentrava sul bilancio drammatico e sui feriti.
È dentro questa cornice — dolore collettivo, notizie in aggiornamento, ricostruzioni ancora in movimento — che avviene la diretta di Chiappaventi: un collegamento “di servizio”, ma con un impatto emotivo che ha spostato il focus per qualche minuto dalla dinamica dell’evento a un’altra questione: come si racconta l’indicibile.
“Scusa” in tv: fragilità o professionalità?
L’episodio ha riaperto un tema antico quanto il giornalismo: la separazione tra il dovere di raccontare e la reazione umana davanti alla morte, soprattutto quando riguarda giovanissimi. Nella cultura professionale del cronista, il controllo della voce e del gesto è spesso letto come segno di solidità. Ma quella diretta mostra l’altra faccia: l’emozione non come “cedimento”, bensì come prova che ciò che si racconta non è routine.
Il punto non è l’emozione in sé — inevitabile, talvolta — ma il modo in cui entra nel racconto: Chiappaventi non trasforma la commozione in spettacolo, non aggiunge frasi ad effetto; chiede scusa, riprende e continua il lavoro. È questa sequenza, asciutta e immediata, ad aver colpito molti spettatori, perché mostra un confine raramente visibile: l’istante in cui il cronista torna a fare il cronista, senza negare però quello che ha provato.
Chi è Guy Chiappaventi: un inviato di lungo corso
Il rilancio dell’episodio ha portato molte persone a riscoprire (o a ricordare) il profilo dell’inviato. Chiappaventi è un giornalista e autore di reportage legato a La7, indicato in più biografie come inviato speciale e autore di documentari.
C’è poi un dato spesso citato quando si ricostruisce il suo percorso: la vittoria del Premio Ilaria Alpi nel 1998 (sezione TG, primo premio). È un riconoscimento nato per valorizzare il reportage e l’inchiesta televisiva e legato alla memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
In altre parole: non parliamo di un giornalista “alle prime armi” travolto da un evento più grande di lui, ma di un professionista abituato a contesti difficili e a cronache pesanti. Ed è proprio questo — il fatto che l’emozione arrivi nonostante l’esperienza — a rendere la scena più significativa per il pubblico.
Il racconto de Il Fatto Quotidiano e la reazione social: “Altro che scusa”
L’articolo pubblicato su FQMagazine (Il Fatto Quotidiano) ricostruisce l’episodio sottolineando la commozione in diretta e riportando il passaggio in cui l’inviato, dopo la voce spezzata, chiede scusa e riprende.
Parallelamente, sui social è circolato un post molto condiviso (ripreso e commentato) che insiste su un’idea: in tempi “spaventosi” ci sarebbe bisogno di cronisti capaci non solo di riferire, ma anche di sentire il peso di ciò che raccontano; e che quella “scusa” sia, semmai, la prova di una dignità professionale rara.
Qui si apre una frattura interessante: da una parte chi difende l’idea di un giornalista “neutro”, dall’altra chi vede nel distacco assoluto il rischio di una cronaca disumanizzata. L’episodio Chiappaventi diventa un simbolo proprio perché non sta tutto da una parte o dall’altra: mostra emozione, ma resta dentro un registro sobrio.
Empatia e responsabilità: cosa cambia davvero nel modo di raccontare
La discussione non è solo “morale”, ma anche pratica. Quando un inviato si commuove, accade almeno una di queste cose:
Si ricorda al pubblico che dietro i numeri ci sono vite: nomi, età, famiglie.
Si rompe il linguaggio automatico della cronaca (“bilancio”, “vittime”, “feriti”) per un istante di verità.
Si alza l’asticella della responsabilità: perché la tragedia non è intrattenimento e non può essere trattata come tale.
Allo stesso tempo, resta vero che l’emozione non può sostituire la verifica: il giornalismo non è (e non deve diventare) solo testimonianza emotiva. Ma in una tragedia di questo tipo, la sobrietà può convivere con l’empatia: ed è esattamente la combinazione che molti hanno letto in quei pochi secondi di diretta.
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La commozione di Guy Chiappaventi non aggiunge nuovi elementi investigativi sulla tragedia di Crans-Montana. Non cambia i fatti. Però cambia il modo in cui quei fatti vengono percepiti: perché mette al centro un dettaglio spesso dimenticato, cioè che anche chi racconta l’orrore — per mestiere, per anni, per esperienza — resta una persona.
E forse è questo il punto che ha reso virale la frase “Vi prego di scusarmi, adesso riprendo”: non la “scusa” in sé, ma l’idea che si possa essere professionali senza diventare impermeabili. In un tempo in cui la cronaca rischia di scivolare nel cinismo o nello spettacolo, quell’interruzione e quel ritorno alla parola somigliano, per molti, a una lezione non dichiarata di giornalismo.



















