Il giovane attivista affonda il centrodestra in TV sulle chat secretato di Delmastro – VIDEO

Torna ad accendersi lo scontro politico sul caso delle chat tra Andrea Delmastro e Francesca Caroccia. A rilanciare la polemica è un giovane attivista che, attraverso un video e un lungo intervento pubblicato sui social, punta il dito contro la maggioranza di governo e pone una serie di domande sulla decisione della Camera di non autorizzare l’utilizzo della corrispondenza richiesta nell’ambito dell’inchiesta.

Un intervento dai toni durissimi, costruito soprattutto attorno a una domanda politica: se quelle conversazioni non contengono nulla di rilevante o compromettente, perché impedirne l’acquisizione da parte della magistratura?

Nel suo intervento l’attivista precisa anche un elemento fondamentale della vicenda: Andrea Delmastro non è indagato. La polemica riguarda infatti l’utilizzo delle sue comunicazioni nell’ambito delle indagini che coinvolgono Francesca Caroccia.

«La vicenda della corrispondenza è vergognosa»

L’attacco parte senza mezzi termini.

«La vicenda della corrispondenza tra Delmastro e Caroccia è vergognosa», sostiene il giovane attivista.

La sua contestazione è indirizzata principalmente alla maggioranza parlamentare, accusata di aver impedito alla magistratura di acquisire le conversazioni che gli investigatori ritenevano utili ai fini dell’inchiesta.

Nel post si parla esplicitamente di uno «scudo del governo Meloni».

Una definizione politica molto pesante, con la quale l’autore interpreta il voto parlamentare non come una semplice questione procedurale o di tutela delle prerogative parlamentari, ma come una scelta della maggioranza per impedire l’accesso alle comunicazioni.

Il punto centrale: le chat

Al centro dell’intera vicenda ci sono dunque le conversazioni tra Delmastro e Caroccia.

Secondo quanto sostiene l’attivista, la magistratura aveva manifestato interesse per quelle comunicazioni nell’ambito degli accertamenti sui rapporti tra Caroccia e il clan Senese.

Il giovane sottolinea però immediatamente un elemento necessario per evitare equivoci: «Delmastro non è indagato».

La distinzione è importante.

La richiesta di acquisizione delle comunicazioni non equivale infatti a un’accusa nei confronti dell’esponente politico, né dimostra di per sé l’esistenza di comportamenti illeciti.

Ed è proprio per questo che il confronto si sposta dal piano giudiziario a quello politico e istituzionale.

La prima domanda al governo Meloni

È qui che arriva la prima delle due domande lanciate pubblicamente dall’attivista.

«Se il governo Meloni non ha nulla da nascondere, perché la sua maggioranza ha votato contro l’autorizzazione al sequestro delle chat da parte della magistratura?».

È l’interrogativo attorno al quale ruota l’intero intervento.

Secondo la ricostruzione proposta nel post, quelle conversazioni sarebbero state considerate importanti dagli inquirenti ai fini degli accertamenti.

L’attivista richiama a questo proposito anche le dichiarazioni attribuite al procuratore Francesco Lo Voi, sostenendo che la magistratura considerasse le chat rilevanti per le indagini.

Da qui l’attacco politico: perché impedirne l’acquisizione?

Il nodo delle prerogative parlamentari

La vicenda, tuttavia, coinvolge una questione istituzionale delicata: quella della tutela della corrispondenza dei parlamentari.

La Costituzione prevede specifiche garanzie per le comunicazioni dei membri del Parlamento e l’utilizzazione di determinate conversazioni può quindi richiedere un passaggio attraverso gli organi della Camera competente.

È proprio su questo terreno che si è sviluppato il braccio di ferro.

Da una parte c’è l’esigenza investigativa rivendicata dalla magistratura.

Dall’altra ci sono le prerogative costituzionali riconosciute ai parlamentari.

Ma per l’attivista la decisione assunta dalla maggioranza lascia aperto un problema politico che non può essere liquidato semplicemente richiamando le procedure.

L’accusa alla maggioranza

L’affondo nei confronti del centrodestra è netto.

Secondo il giovane, la maggioranza avrebbe di fatto impedito alla magistratura di svolgere pienamente gli accertamenti che riteneva necessari.

È un’accusa politica, non una conclusione giudiziaria.

Ed è una distinzione essenziale, perché al momento il punto della polemica non consiste nell’affermare che il contenuto delle chat dimostri qualcosa: proprio il fatto che quelle comunicazioni non siano state utilizzate è al centro dello scontro.

Il ragionamento dell’attivista è diverso: se il contenuto non presenta problemi, sostiene, consentire alla magistratura di procedere avrebbe eliminato ogni sospetto.

L’affondo contro Lorenzo Fontana

Ma l’attivista non si ferma alla maggioranza.

Nel mirino finisce anche il presidente della Camera Lorenzo Fontana.

Ed è proprio qui che arriva la seconda domanda.

Secondo quanto sostenuto nel post, Fontana avrebbe impedito alla Giunta per le autorizzazioni di visionare il contenuto delle chat prima della decisione.

L’attivista domanda quindi:

«Se queste chat non le ha lette nessuno, su quali basi la Camera si è espressa?».

Un interrogativo che sposta ulteriormente il confronto sul terreno delle procedure parlamentari.

La domanda che infiamma il caso

È probabilmente questo il passaggio politicamente più incisivo dell’intervento.

Perché il giovane attivista non si limita a contestare l’esito della votazione.

Contesta il percorso che avrebbe portato a quella decisione.

La domanda diventa quindi: quanto potevano conoscere i parlamentari del materiale sul quale erano chiamati a esprimersi?

È un punto sul quale maggioranza e opposizioni hanno fornito interpretazioni profondamente differenti.

E che rende ancora più acceso il confronto.

Un attacco durissimo al governo Meloni

L’intervento social rappresenta in definitiva un attacco frontale alla gestione della vicenda da parte del centrodestra.

Non dimostra il contenuto delle conversazioni e non attribuisce responsabilità penali a Delmastro, ma solleva interrogativi politici e istituzionali precisi.

Perché la maggioranza ha detto no?

Quanto conoscevano i parlamentari del materiale?

Perché la Giunta non avrebbe potuto visionarlo?

E soprattutto: come può il Parlamento valutare correttamente una richiesta dell’autorità giudiziaria senza conoscere integralmente gli elementi sui quali essa si fonda?

Sono queste le domande con cui il giovane attivista mette sotto pressione il governo Meloni.

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Il caso è tutt’altro che chiuso

La partita, dunque, continua.

Dietro alle chat c’è ormai un confronto molto più grande sul rapporto tra Parlamento e magistratura, sulle immunità costituzionali e sulla trasparenza delle istituzioni.

Il giovane attivista ha scelto di entrare nello scontro con un intervento durissimo e due domande apparentemente semplici, ma politicamente esplosive.

Ora toccherà alla maggioranza spiegare fino in fondo le proprie ragioni.

Perché, al di là degli slogan e delle contrapposizioni, è proprio questo il punto sul quale i cittadini hanno diritto di ricevere una risposta chiara: perché quelle chat non potevano essere acquisite dalla magistratura e sulla base di quali elementi il Parlamento ha deciso di impedirlo?

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