Il giovane economista italiano sbugiarda i dati economici del Governo Meloni – Ecco la verità

Il governo Meloni festeggia i quattro anni a Palazzo Chigi rivendicando numeri considerati storici sul fronte dell’occupazione: oltre un milione di occupati in più, disoccupazione ai minimi e tasso di occupazione ai massimi. Ma dietro questi dati, secondo l’economista Andrea Roventini, direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna, il quadro sarebbe molto meno brillante di quanto raccontato dalla maggioranza.

In un’intervista a Fanpage.it, Roventini mette in fila salari reali ancora in difficoltà, produttività stagnante, crescita debole, mancato utilizzo strategico del Pnrr, energia cara, crisi industriale e una politica economica che definisce senza mezzi termini come “governo del galleggiamento” e “governo dell’immobilismo”.

Il punto centrale del suo ragionamento è semplice: l’occupazione è aumentata, ma questo non basta a dire che l’economia italiana stia meglio. Se i salari reali non recuperano il terreno perso con l’inflazione, se la produttività resta ferma e se il Paese continua a crescere poco, i record nominali del lavoro rischiano di raccontare soltanto una parte della realtà.

Roventini: “C’è poco da festeggiare”

L’economista parte proprio dalla celebrazione organizzata dal governo a Bari per il record di longevità.

Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti in questi quattro anni, soprattutto sul mercato del lavoro. Roventini, però, sostiene che il vero bilancio sia molto più problematico.

“Penso che ci sia poco da festeggiare”, afferma. Secondo lui, il governo si sarebbe trovato in eredità uno strumento eccezionale come il Pnrr, che avrebbe potuto trasformare profondamente l’economia italiana, ma non sarebbe stato utilizzato in modo adeguato.

Per l’economista, il problema non è dunque soltanto ciò che il governo ha fatto, ma soprattutto ciò che non ha fatto pur avendo a disposizione risorse e condizioni favorevoli.

Il Pnrr, da occasione storica a grande occasione mancata

Roventini considera il Pnrr una delle principali occasioni sprecate della legislatura.

Il piano europeo avrebbe potuto essere utilizzato per intervenire su alcune fragilità strutturali dell’Italia: energia, produttività, ricerca, innovazione, industria e transizione ecologica.

Invece, secondo l’economista, il governo avrebbe gestito il piano in modo troppo timido e poco trasformativo.

Il risultato, nella sua lettura, è che l’Italia si ritrova ancora oggi con gli stessi problemi di fondo di quattro anni fa: crescita bassa, produttività ferma e costi energetici elevati.

Energia, il confronto con Spagna e Germania

Uno dei punti più critici dell’intervista riguarda l’energia.

Roventini sostiene che l’Italia avrebbe potuto investire molto di più sulle fonti rinnovabili, seguendo la strada intrapresa da Paesi come Spagna e Germania.

A suo giudizio, invece, il Paese avrebbe continuato a puntare troppo sul gas, aumentando la propria vulnerabilità agli shock internazionali.

L’economista cita in particolare la crisi legata allo stretto di Hormuz come esempio di quanto la dipendenza energetica possa diventare un fattore di rischio per l’economia italiana.

“Il costo dell’energia è molto superiore alla media europea”

Roventini sottolinea anche un altro aspetto: il costo dell’energia elettrica in Italia sarebbe molto più alto rispetto alla media europea e, secondo la sua valutazione, addirittura doppio rispetto a quello spagnolo.

Il problema non riguarda soltanto le famiglie.

Bollette elevate significano infatti costi più alti per le imprese, minore competitività e maggiore difficoltà nel sostenere investimenti produttivi.

Per un Paese manifatturiero come l’Italia, il prezzo dell’energia rappresenta quindi un nodo centrale della politica industriale.

Più occupati, ma il vero problema sono i salari

Sul mercato del lavoro Roventini riconosce che i dati sull’occupazione sono positivi.

L’occupazione è aumentata e la disoccupazione è bassa. Il punto, però, è che questi numeri non raccontano da soli la qualità del lavoro né il potere d’acquisto di chi lavora.

Secondo l’economista, il problema più grave resta proprio quello dei salari reali.

L’Italia, sostiene, è ancora tra i Paesi che non hanno recuperato completamente il terreno perso durante la fiammata inflazionistica seguita alla pandemia.

Il nodo dei salari reali

Il governo ha più volte rivendicato un aumento dei salari maggiore rispetto ai dieci anni precedenti.

Roventini risponde definendo questo ragionamento un “gioco delle tre carte”.

Il punto, spiega, è distinguere tra salari nominali e salari reali. Se i prezzi aumentano molto, è normale che anche le retribuzioni nominali salgano. Ma ciò che conta davvero per il tenore di vita è capire se i salari crescono più o meno dell’inflazione.

Secondo Roventini, non sono cresciuti abbastanza.

“I lavoratori stanno peggio di prima”

L’economista arriva a una conclusione molto netta: “I lavoratori stanno peggio di prima”.

Non perché si lavori necessariamente meno, ma perché il potere d’acquisto sarebbe rimasto sotto pressione.

Roventini cita anche un dato sociale: oltre un terzo dei residenti non riuscirebbe a permettersi una settimana di vacanza.

Per lui è la dimostrazione che l’aumento dell’occupazione, da solo, non coincide automaticamente con un miglioramento reale delle condizioni di vita.

Contratti scaduti e rinnovi troppo lenti

Un altro problema, secondo Roventini, è quello dei contratti collettivi.

Molti contratti sarebbero rimasti scaduti troppo a lungo oppure sarebbero stati rinnovati con forte ritardo.

Questo meccanismo, in una fase di alta inflazione, produce un effetto particolarmente pesante: i lavoratori continuano a percepire salari legati a prezzi vecchi mentre il costo della vita aumenta rapidamente.

Roventini sostiene che il governo avrebbe potuto intervenire più incisivamente proprio su questo terreno.

Il salario minimo e lo scontro con il governo

Tra le occasioni perse, l’economista inserisce anche il salario minimo.

Roventini ricorda che il governo si è opposto all’introduzione di una soglia legale, mentre la ricerca economica più recente, a suo giudizio, dimostrerebbe che un salario minimo ben costruito può proteggere il potere d’acquisto senza necessariamente ridurre l’occupazione.

L’economista considera dunque la scelta del governo un errore strategico.

A suo giudizio, un intervento sui salari minimi e sui meccanismi della contrattazione avrebbe potuto contribuire a correggere una delle principali debolezze dell’economia italiana.

“Un modello che premia chi compete comprimendo i salari”

Roventini usa parole molto dure anche nei confronti di una parte del sistema produttivo italiano.

Secondo lui, la mancanza di interventi strutturali avrebbe favorito le imprese che puntano a essere competitive comprimendo i salari invece di investire in innovazione e produttività.

L’economista definisce questo modello con un’espressione particolarmente forte: “modo di fare impresa straccione”.

Il problema, nella sua lettura, è che bassi salari e bassa produttività finiscono per alimentarsi a vicenda.

Conti pubblici, la critica alla strategia del governo

Roventini si sofferma poi sul fronte dei conti pubblici.

Il governo ha rivendicato a lungo la possibilità di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo, ma secondo l’economista questo obiettivo non è stato ancora raggiunto.

Il miglioramento dei conti, inoltre, sarebbe stato ottenuto soprattutto attraverso tagli di spesa e aumento della pressione fiscale.

Anche qui Roventini parla di un risultato molto meno positivo di quello raccontato dal governo.

Fiscal drag e pressione fiscale

Uno dei meccanismi citati è il cosiddetto fiscal drag.

Quando gli scaglioni Irpef non vengono adeguati all’inflazione, gli aumenti nominali dei redditi possono spingere i contribuenti verso una tassazione effettiva più alta, anche senza un vero incremento del potere d’acquisto.

Roventini sostiene che una parte dell’aumento della pressione fiscale sia dipesa proprio da questo meccanismo, insieme all’incremento di alcune addizionali regionali e comunali.

Il taglio di alcune aliquote Irpef, nella sua lettura, avrebbe soltanto attenuato il problema.

Crescita debole nonostante il Pnrr

Il giudizio sulla crescita economica è altrettanto severo.

Roventini sottolinea che il Pil italiano è cresciuto poco, nonostante il contributo del Pnrr.

Per l’economista è questo uno dei segnali più evidenti della debolezza della politica economica degli ultimi anni.

Se un Paese riceve un programma di investimenti di dimensioni eccezionali e continua comunque a crescere molto poco, significa che la spinta non è riuscita a produrre un effetto strutturale sufficiente.

Produttività, il problema che nessuno ha risolto

Il vero nodo di fondo resta però la produttività.

Roventini ricorda che l’Italia soffre da decenni di una stagnazione della produttività.

Per affrontarla servirebbero investimenti in ricerca, innovazione, formazione e politica industriale.

Secondo lui, il governo Meloni non sarebbe intervenuto in modo adeguato su nessuno di questi fronti.

Ilva e automotive simboli della crisi industriale

Roventini cita due casi emblematici: l’Ilva e l’industria automobilistica.

Per l’economista, l’agonia dell’Ilva dimostrerebbe l’assenza di una vera strategia industriale.

Allo stesso modo, la crisi del settore automotive sarebbe ormai diventata quasi irreversibile in alcune aree e non sarebbe stata contrastata con una politica pubblica all’altezza.

Sono due esempi che, nella sua lettura, mostrano l’assenza di una visione complessiva sulla manifattura italiana.

Più spesa militare, meno risorse per altri settori

Un altro passaggio molto critico riguarda la spesa militare.

Roventini definisce l’aumento della spesa per la difesa una “spesa pubblica cattiva”, sostenendo che più della metà delle risorse destinate agli armamenti finirebbe in acquisti da produttori esteri.

Il problema, secondo lui, non è soltanto quantitativo.

Ogni euro speso in quel modo è un euro che non viene utilizzato per sanità, ricerca, scuola, innovazione o infrastrutture.

Sanità in difficoltà

Il confronto con la sanità è particolarmente duro.

Roventini sostiene che il sistema sanitario italiano sia in crisi e che il rapporto tra spesa sanitaria e Pil rimanga tra i più bassi dei Paesi sviluppati.

In un contesto del genere, aumentare la spesa militare diventa, nella sua visione, una scelta politica molto discutibile.

È un tema che tocca direttamente la qualità dei servizi pubblici e la vita quotidiana dei cittadini.

Giorgetti spera in una revisione al rialzo della crescita

L’intervista affronta anche le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha ipotizzato un possibile rialzo delle stime di crescita.

Un miglioramento del Pil potrebbe facilitare l’uscita dell’Italia dalla procedura europea.

Roventini risponde con prudenza: dice di augurarselo, ma ricorda che, fino a questo momento, il governo non sarebbe riuscito a raggiungere quello che considera il suo principale obiettivo economico.

L’ultima manovra sarà pre-elettorale?

Lo sguardo si sposta infine sulla prossima legge di bilancio.

Secondo Roventini, quella in arrivo rappresenta l’ultima occasione per il governo di introdurre interventi realmente strutturali.

Ma l’economista è pessimista.

Teme che la manovra venga costruita soprattutto in funzione delle elezioni, con misure rivolte ai diversi gruppi sociali e politici di riferimento della maggioranza.

“Bonus, mance e mancette”

Roventini usa parole molto nette anche sulla possibile impostazione della manovra.

Prevede “bonus, mance e mancette” distribuiti a vari gruppi di interesse, accompagnati da un indebolimento della lotta all’evasione fiscale e da una nuova stagione di condoni.

Si tratta, naturalmente, di una previsione politica dell’economista e non di misure già definite.

Ma il giudizio complessivo è chiarissimo: Roventini teme una legge di bilancio più elettorale che strutturale.

Il verdetto: “È stato il governo dell’immobilismo”

Alla fine, il giudizio dell’economista sui quattro anni di governo Meloni è estremamente severo.

Riconosce i numeri positivi sull’occupazione, ma sostiene che non bastino.

I salari reali non avrebbero recuperato, la produttività sarebbe ancora ferma, la crescita resterebbe debole, l’energia troppo cara e il Pnrr non avrebbe prodotto la trasformazione che avrebbe potuto garantire.

Per questo Roventini parla di “governo dell’immobilismo”.

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Roventini usa parole molto nette anche sulla possibile impostazione della manovra.

Prevede “bonus, mance e mancette” distribuiti a vari gruppi di interesse, accompagnati da un indebolimento della lotta all’evasione fiscale e da una nuova stagione di condoni.

Si tratta, naturalmente, di una previsione politica dell’economista e non di misure già definite.

Ma il giudizio complessivo è chiarissimo: Roventini teme una legge di bilancio più elettorale che strutturale.

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Alla fine, il giudizio dell’economista sui quattro anni di governo Meloni è estremamente severo.

Riconosce i numeri positivi sull’occupazione, ma sostiene che non bastino.

I salari reali non avrebbero recuperato, la produttività sarebbe ancora ferma, la crescita resterebbe debole, l’energia troppo cara e il Pnrr non avrebbe prodotto la trasformazione che avrebbe potuto garantire.

Per questo Roventini parla di “governo dell’immobilismo”.

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