Il giovane studente umilia la Ministra Bernini dopo lo scontro ad Atereju – IL VIDEO SUPER

Un video girato con il cellulare, poche frasi secche e un’accusa pesantissima: “Ministra, se per lei siamo inutili, allora che ci sta a fare lì?”.
A parlare è Leonardo Dimola, studente di Medicina e iscritto al semestre filtro, diventato in poche ore il volto della protesta contro la riforma voluta dalla ministra dell’Università Anna Maria Bernini.

Tutto parte da Atreju, la festa della destra organizzata da Fratelli d’Italia. Dal palco, Bernini reagisce alla contestazione di un gruppo di studenti definendoli prima “poveri comunisti”, poi “inutili”. Parole che scatenano l’indignazione del mondo universitario, dell’opposizione e di migliaia di studenti già esasperati da una riforma percepita come confusa, ingiusta e dannosa.

Da lì la miccia è accesa: interviste, appelli, ricorsi annunciati. E una domanda che rimbalza sui social e nei media: chi è davvero “inutile” in questa storia, gli studenti o un sistema che sembra ignorare le loro vite concrete?

Che cos’è il semestre filtro e perché gli studenti lo contestano

Il semestre filtro è il nuovo meccanismo di accesso a Medicina:

gli studenti si iscrivono a un semestre “propedeutico”;

in poche settimane devono sostenere una serie di esami universitari veri e propri;

solo chi raggiunge una certa soglia di voto accede al corso di laurea a numero programmato.


Sulla carta doveva essere la risposta alle critiche storiche al test d’ingresso tradizionale. Nella pratica, raccontano gli studenti a Fanpage.it, si è trasformato in un percorso caotico e iper-selettivo.

Le criticità principali che emergono dalle testimonianze:

il “semestre” in molti atenei è durato un mese e mezzo;

in quel breve periodo sono stati concentrati tre esami di livello molto più alto rispetto al vecchio primo semestre di Medicina;

il carico didattico è stato giudicato “semplicemente impossibile” da gestire in modo serio.


Il risultato è che migliaia di ragazzi hanno vissuto il semestre non come un’occasione formativa, ma come una corsa ad ostacoli quasi ingestibile.

Lezioni a distanza, aule sovraffollate e docenti spaesati

Sul piano organizzativo, il racconto degli studenti è quello di una università improvvisata:

nelle sedi grandi, metà lezioni in presenza e metà online;

nelle sedi piccole, spesso quasi tutto a distanza;

“presenze” fittizie in aule collegate in streaming a una sola aula principale, con un solo docente per centinaia di persone;

impossibilità di fare domande, interagire, chiarire dubbi.


Perfino molti professori – riferiscono gli studenti – ammettono di non sapere che tipo di esame aspettarsi, a conferma dell’improvvisazione con cui la riforma è stata calata sugli atenei.

Il paradosso, per chi racconta dall’interno, è evidente: si pretende il massimo dagli studenti, ma senza garantire un ambiente didattico minimamente stabile e strutturato.

I test tra errori, domande copiate e correzioni tardive

La parte più esplosiva della vicenda riguarda i test e le prove scritte:

circolazione anticipata di tracce in alcuni casi, con sospetto di favoritismi;

molte domande copiate dai quiz degli anni passati, in contrasto con la promessa di un esame “universitario” e non a crocette;

errori oggettivi: nella seconda prova di Fisica, due quesiti sbagliati, come la stessa Bernini ha dovuto ammettere proprio dal palco di Atreju.


La ministra ha promesso correttivi e ha riconosciuto la necessità di ricalibrare il sistema, ma solo dopo settimane di denunce da parte di studenti, docenti e legali.

Su un punto delicato – la collaborazione con l’app thefaculty per le simulazioni – è arrivata anche una rettifica ufficiale: la piattaforma ha chiarito che le simulazioni sono sempre state gratuite e accessibili a tutti, e che il suo ruolo rientra nel progetto pubblico di orientamento MOOD, non in una delega diretta del Ministero.
Resta però la sensazione, per molti ragazzi, di un accesso a Medicina che sconfina in una giungla di quiz, piattaforme, graduatorie, punteggi, in cui la trasparenza non è affatto scontata.

Il rischio di perdere un anno (e il posto a Medicina)

Uno dei nodi più contestati è la graduatoria: senza un punteggio minimo (18 negli esami, 318 nel punteggio complessivo) non solo si resta fuori da Medicina, ma anche dai corsi “affini” come Biologia o Chimica.

Tradotto: c’è il rischio reale che migliaia di studenti, dopo mesi di studio e tasse pagate, a gennaio si ritrovino senza nessun corso di laurea in cui essere inseriti.
È il motivo per cui, ad Atreju, gli studenti urlavano “ci fate perdere un anno”.

La ministra ha lasciato intendere che quel punto potrebbe essere modificato, ma finché le norme non cambiano, la spada di Damocle resta.

Salute mentale e competizione estrema: “un suicidio assistito legalizzato”

Accanto ai problemi didattici e burocratici, c’è il tema della salute mentale.
Nei gruppi WhatsApp dei corsi, racconta Dimola, circolano messaggi come:

“mi voglio ammazzare”;

“non dormo più”;

“mi cadono i capelli”;

“non riesco a mangiare”;

“il semestre filtro è un suicidio assistito legalizzato”.


Non è solo lo stress dell’esame, ma la competizione strutturale: nel semestre filtro non sei “collega”, sei potenziale rivale.
Passare appunti, condividere schemi, aiutare un compagno può significare – è la percezione diffusa – regalare il proprio posto a qualcun altro.

È un ambiente che finisce per frantumare ogni senso di comunità, in un corso di laurea che pure dovrebbe formare futuri medici abituati al lavoro di squadra.

Atreju, “poveri comunisti” e “inutili”: quando il confronto salta

In questo clima di tensione si inserisce l’episodio di Atreju.
Gli studenti del semestre filtro si presentano al dibattito con la ministra per portare le loro istanze.
Non fanno in tempo a parlare che Bernini, dal palco, li bolla come:

“poveri comunisti”, citando un repertorio berlusconiano d’altri tempi;

“inutili”, liquidando di fatto la loro protesta.


La ministra lascia la sedia, impugna il microfono e trasforma quello che avrebbe potuto essere un confronto in un monologo. Solo in un secondo momento ammette gli errori nei test e accenna ai possibili correttivi.

Per gli studenti è uno schiaffo: chi dovrebbe rappresentarli celebra un grande evento di partito e, di fronte a una protesta pacifica, risponde con l’insulto.

La replica degli studenti: “Dimissioni e rispetto”

Da qui parte la controffensiva.
Nel video rilanciato da Repubblica e da altri media, Leonardo Dimola chiede apertamente le dimissioni di Bernini, accusandola di:

insultare chi protesta, invece di affrontare il nodo del semestre filtro che coinvolge circa 60mila persone;

usare espressioni sprezzanti (“poveri comunisti”, “inutili”) verso gli studenti dell’Udu e di altre realtà universitarie;

ignorare la protesta invece di aprire un tavolo vero di discussione.


“Se noi siamo inutili – conclude Dimola – lei allora che ci sta a fare lì?”.

L’opposizione parlamentare parla di mancanza di rispetto verso una rivendicazione legittima e chiede chiarimenti politici sulla gestione dell’accesso a Medicina.
Le associazioni studentesche, intanto, preparano diffide, ricorsi collettivi, segnalazioni al Comitato Europeo dei Diritti Sociali.

Rappresentanza negata: il Cnsu mai convocato

Il caso Bernini non riguarda solo il semestre filtro, ma anche il modo in cui il Ministero gestisce il rapporto istituzionale con gli studenti.

Dimola ricorda un dato significativo:

il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (Cnsu), dove le liste studentesche di sinistra e di movimento sono oggi maggioranza, è stato eletto a maggio;

da allora, denuncia lo studente, non è mai stato convocato dalla ministra.


Se il principale organo di rappresentanza degli studenti non viene ricevuto perché non è allineato politicamente, è la critica che arriva dal movimento studentesco, siamo davanti a un problema democratico: la voce degli studenti sarebbe di fatto esclusa dai luoghi in cui si decidono le politiche universitarie.

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IL VIDEO VIRALE:

Il caso del semestre filtro e lo scontro ad Atreju raccontano molto più di una riforma mal congegnata.
Mostrano una frattura profonda tra il governo e una generazione che vive l’università come un investimento totale – economico, emotivo, esistenziale – ma si sente trattata come “intralcio”, non come interlocutore.

Quando una ministra definisce “inutili” gli studenti che protestano, non sta solo sbagliando tono: sta dicendo, di fatto, che la loro sofferenza non conta.
E quando quegli stessi studenti rispondono: “Se noi siamo inutili, lei cosa ci sta a fare al governo?”, non è solo un atto di rabbia, ma la richiesta di una politica che torni ad ascoltare prima di decidere.

La battaglia sul semestre filtro proseguirà nei tribunali, nelle università, nelle piazze.
Ma c’è un punto che nessun ricorso potrà sanare da solo: senza un cambio di approccio – più trasparenza, più partecipazione, più rispetto – il rischio è che migliaia di giovani crescano con l’idea che le istituzioni non siano casa loro, ma un muro ostile contro cui sbattere.

Ed è forse questo il vero fallimento di cui la ministra e il governo dovrebbero preoccuparsi, più ancora dei numeri di una graduatoria: la perdita di fiducia di un’intera generazione.

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