Nel corso del suo intervento a Tagadà, Giacomo Salvini, giornalista de Il Fatto Quotidiano, ha ribadito con chiarezza la propria posizione sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio e approvata dalla maggioranza che sostiene il governo Giorgia Meloni. Il punto centrale del suo ragionamento è netto: la riforma viene presentata come necessaria, ma non incide sui problemi reali della giustizia e quindi non produce benefici concreti per i cittadini.
La domanda chiave: cosa cambia davvero per chi aspetta giustizia
Salvini imposta il suo intervento partendo da una domanda semplice ma dirimente: in cosa migliorerà la vita dei cittadini?. Secondo il giornalista, la riforma non affronta i nodi che più pesano sulla percezione della giustizia nel Paese, come la durata eccessiva dei processi e l’inefficienza strutturale degli uffici giudiziari. Cambiare le regole di sistema, sottolinea, non equivale automaticamente a rendere la giustizia più rapida o più accessibile.
Nodo centrale: il giudice non è “subalterno” al pm
Questi esempi mettono in crisi uno dei pilastri della retorica referendaria: l’idea che il giudice sia condizionato dal pubblico ministero perché provengono dalla stessa carriera. In realtà, già oggi il giudice può e spesso decide di non seguire le richieste dell’accusa, sia quando il pm chiede una condanna sia quando chiede un’assoluzione.
Ed è qui che il ragionamento diventa dirimente:
se il pubblico ministero valuta che esistono prove sufficienti per condannare un imputato, il giudice può comunque stabilire che quelle prove non siano sufficienti. E lo fa già ora, senza bisogno di riforme costituzionali.
Il dato che pesa più di ogni slogan: il 64% dei casi
A rafforzare questa evidenza non ci sono solo singoli episodi, ma anche i numeri. Secondo i dati richiamati nel dibattito, nel 64% dei casi i giudici “sconfessano” — tra virgolette — le richieste dei pubblici ministeri. Un dato che fotografa un sistema in cui il giudizio non è affatto una ratifica dell’accusa, ma un vaglio autonomo delle prove e delle responsabilità.
Questo significa che, nella maggioranza dei processi, il giudice non segue pedissequamente la linea del pm, ma esercita fino in fondo il proprio ruolo di terzietà.
Perché la separazione delle carriere non risolve il problema
Alla luce di questi elementi, l’assunto secondo cui la separazione delle carriere sarebbe la soluzione a una presunta mancanza di indipendenza appare fragile. I casi Mastropietro e Stantini dimostrano che:
il pm può essere smentito in senso più duro (condanna non richiesta);
il pm può essere smentito in senso più garantista (assoluzione confermata fino in Cassazione).
La separazione delle carriere, dunque, non cambierebbe questo meccanismo, perché il problema che si dice di voler risolvere — l’autonomia del giudice — in realtà non esiste nei termini descritti dalla propaganda.
Una riforma che non accorcia i processi
Nel suo intervento, Salvini evidenzia come la riforma non abbia un impatto diretto sui tempi della giustizia. È questo, a suo giudizio, l’aspetto più problematico: se una riforma non accorcia i processi, non riduce l’arretrato e non migliora l’organizzazione quotidiana dei tribunali, allora difficilmente può essere percepita come utile da chi subisce sulla propria pelle le lungaggini giudiziarie.
Il rischio di un intervento più simbolico che funzionale
Un altro passaggio centrale riguarda il carattere della riforma. Salvini la descrive come un intervento più simbolico che funzionale, pensato per ridefinire equilibri istituzionali e mandare segnali politici, piuttosto che per risolvere problemi concreti. In questa lettura, la riforma finisce per parlare soprattutto alla politica e meno ai cittadini.
Giustizia come servizio, non come terreno ideologico
Nel ragionamento del giornalista emerge una distinzione netta: la giustizia che interessa ai cittadini è quella che funziona come servizio, non quella che diventa terreno di scontro ideologico. Per chi aspetta una sentenza o un risarcimento, le questioni di assetto istituzionale restano astratte se non producono effetti tangibili nella realtà quotidiana.
Il senso complessivo dell’intervento di Giacomo Salvini a Tagadà è chiaro: la riforma Nordio, così com’è stata concepita e approvata, rischia di modificare il quadro istituzionale senza rispondere alle vere priorità della giustizia italiana. Ed è proprio per questo che, secondo il giornalista, può essere definita “inutile”: perché non risolve i problemi che cittadini e operatori della giustizia incontrano ogni giorno. Continua con il VIDEO
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VIDEO:
Una riforma che cambia la Costituzione senza cambiare la realtà
Il punto politico diventa allora inevitabile: ha senso modificare la Costituzione per intervenire su un problema che i fatti e i numeri mostrano come già risolto dall’attuale assetto? Se i giudici oggi possono già decidere contro le richieste dell’accusa — e lo fanno nella maggioranza dei casi — la separazione delle carriere rischia di essere una risposta ideologica, non una riforma necessaria.
Conclusione
I due casi emblematici e il dato del 54% smontano l’idea di una giustizia schiacciata sulle procure. Il sistema attuale consente già al giudice di essere indipendente, autonomo e libero di valutare le prove. La separazione delle carriere, più che correggere una distorsione reale, sembra allora rispondere a una narrazione politica, che fatica a reggere davanti ai fatti.


















