C’è un punto che Alfonso Sabella mette davanti a tutto, con la nettezza di chi la giustizia l’ha praticata sul campo – da pm antimafia prima, da giudice a Roma oggi – e che rende la sua posizione politicamente esplosiva: questa riforma non risolve i problemi reali dei tribunali, ma rischia di aprire una porta enorme sul terreno più delicato, quello dell’equilibrio tra poteri dello Stato.
Nel ragionamento di Sabella, la riforma venduta dal governo come “modernizzazione” finisce per essere una partita simbolica: un referendum che sposta l’attenzione su architetture istituzionali, mentre i veri guai – infrastrutture, tecnologia, carichi di lavoro, ipertrofia del codice penale – restano lì, irrisolti, a bloccare ogni giorno uffici e processi.
E soprattutto: dietro lo slogan della “separazione delle carriere”, Sabella vede un rischio che ribalta completamente la narrazione ufficiale. Non “magistrati più controllati”, non “giustizia più efficiente”, ma la possibilità che, alla fine della catena, il pubblico ministero venga messo sotto l’esecutivo.
Il punto di partenza: “Voterò No, e vi spiego perché”
Sabella non si presenta come un militante di corrente. Anzi, marca subito la distanza: dice di non essere iscritto alle correnti e neppure all’ANM, l’Associazione nazionale magistrati, che definisce lontana dal suo modo di vedere la magistratura. È un dettaglio chiave, perché serve a disinnescare l’accusa più facile: “parla perché difende corporazioni”.
Poi però arriva la frase che fa da titolo politico alla sua presa di posizione: “Voterò No”. E lo fa, sottolinea, non per una difesa identitaria dei magistrati, ma per un motivo che riguarda i cittadini.
In questa impostazione c’è già una strategia precisa: spostare la questione dal “conflitto tra politica e toghe” al tema più alto: chi controlla chi in una democrazia, e come si evita che la giustizia diventi un terreno di subordinazione.
“Separazione delle carriere? Di fatto è già effettiva”
Uno dei passaggi più duri è questo: Sabella definisce la separazione delle carriere “inutile”, perché – sostiene – nella pratica la separazione sarebbe già sostanzialmente reale. Il motivo? I passaggi da una funzione all’altra sarebbero rarissimi e, con le regole e le prassi attuali, diventati quasi impossibili.
Tradotto: secondo Sabella il governo starebbe proponendo una riforma come se stesse risolvendo un problema strutturale, ma in realtà si starebbe limitando a formalizzare qualcosa che, nei fatti, già accade.
E se una riforma “costituzionale” nasce per consolidare un assetto già vigente, la domanda diventa inevitabile: perché farla? Cosa c’è davvero sotto?
Il vero rischio: un “corpo autonomo” di pm fuori dalla cultura della giurisdizione
Qui Sabella accelera e cambia livello. Perché, dice, la questione non è la separazione in sé. La questione è l’effetto collaterale: la creazione di un corpo autonomo di pubblici ministeri, “sganciato” dalla cultura della giurisdizione.
È un punto tecnico ma politicamente enorme.
Oggi il pm è un magistrato.
Domani, con un corpo autonomo, rischia di diventare un soggetto separato, con logiche e carriera proprie.
In quella separazione, sostiene Sabella, c’è un pericolo: il pm potrebbe smettere di essere “dentro” lo stesso orizzonte culturale del giudice, quello che tiene insieme garanzie, limiti, proporzione, controllo.
Questo non significa – nel suo ragionamento – che il pm diventi automaticamente un “mostro”. Significa che cambia il suo baricentro istituzionale. E quando cambia il baricentro, cambia anche l’equilibrio dei poteri.
“Se vince il Sì, dopo dovranno intervenire sull’indipendenza: altrimenti il pm diventa acefalo”
Il punto più tagliente, quello che suona come una “accusa” diretta all’impianto Nordio, arriva quando Sabella risponde alla tesi dei sostenitori del Sì: “Non tocchiamo l’indipendenza della magistratura, l’articolo 104 resta lì”.
Sabella ribalta: secondo lui, dopo un’eventuale vittoria del Sì, un intervento ulteriore diventerebbe quasi obbligato. Perché?
Perché un corpo autonomo di pm, se davvero autonomo e non sottoposto a un potere di controllo, diventerebbe – nelle sue parole – un corpo “acefalo”: senza un perimetro culturale condiviso e senza un equilibrio chiaro. E a quel punto, sostiene, per “arginare” quel potere l’unica strada politica sarebbe metterlo sotto l’esecutivo.
È il paradosso che Sabella mette al centro:
1. separi il pm dal resto della magistratura
2. crei un soggetto istituzionale nuovo e potentissimo
3. poi, per non lasciarlo “fuori controllo”, lo riporti dentro un controllo esterno
4. e quel controllo, nel suo scenario, finisce inevitabilmente nell’area dell’esecutivo
In altre parole: il passaggio che si promette di non fare (“nessun pm sotto il governo”) diventa, nella prospettiva di Sabella, la conseguenza quasi naturale della riforma stessa.
La riforma “che non cambia la giustizia”: gli altri problemi veri
Il colpo politico di Sabella, però, non si ferma alla teoria costituzionale. C’è un altro livello: la denuncia di un sistema che affonda nei problemi quotidiani e che una riforma come questa non tocca.
L’elenco è un atto d’accusa contro l’idea che basti cambiare l’architettura per far funzionare la macchina:
mancanze infrastrutturali negli uffici giudiziari
ritardi tecnologici che rallentano procedure e atti
un codice penale “ingolfato” di reati e aggravanti
norme “schizofreniche” che, invece di risolvere, appesantiscono e ingessano
Qui il messaggio politico diventa ancora più chiaro: la riforma Nordio – nella lettura di Sabella – è una scorciatoia narrativa, un modo di “fare politica” con la giustizia senza entrare nelle sue condizioni materiali.
Perché questa presa di posizione pesa più di altre
Sabella non è un opinionista da talk: viene da un percorso che, nell’immaginario collettivo, coincide con la parola più pesante di tutte: antimafia. Quando un magistrato con quel profilo dice che il referendum riguarda “i cittadini” e non “le toghe”, e quando pronuncia l’idea di un pm potenzialmente controllato dal governo, lo scontro non resta più tecnico: diventa istituzionale.
E soprattutto sposta il dibattito su una domanda che in campagna referendaria può diventare micidiale:
la riforma nasce per rendere la giustizia più efficiente o per ridisegnare i rapporti di forza tra politica e magistratura?
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Sabella “asfalta” Nordio non con un insulto, ma con un ragionamento a incastro: dice che la separazione è già nei fatti, che la riforma non ripara le falle del sistema, e che il rischio finale è un pm fuori equilibrio e poi, per necessità politica, riportato sotto l’esecutivo.
Il risultato è una critica che colpisce su due fronti: smonta la promessa di efficienza e apre un allarme sulla democrazia dei pesi e contrappesi.
E se la campagna si giocherà davvero su questo, allora il voto non sarà più “pro o contro i magistrati”, ma su una domanda più semplice e più dura:
*vogliamo una giustizia aggiustata nei suoi problemi reali o una giustizia riscritta nei suoi rapporti di potere?*



















