Il Governo Meloni beccato in pieno dalla Corte dei Conti – Altro che risultati migliori. Beccato il bluff

Un trionfo costruito sul nulla
Solo poche settimane fa, Giorgia Meloni rivendicava pubblicamente i “risultati migliori della storia” nella lotta all’evasione fiscale. Un traguardo che, secondo la premier, testimonierebbe l’efficacia dell’azione di governo e l’efficienza dello Stato. Ma a smentirla clamorosamente arriva ora la Corte dei Conti, con una pesante relazione allegata al Rendiconto generale dello Stato per il 2024.

Nel documento – corposo e dettagliato – i magistrati contabili mettono nero su bianco che non si è verificato alcun salto di qualità nel contrasto al nero. Anzi, l’azione effettiva di accertamento resta debole, ridimensionata dalla cronica mancanza di personale, strumenti e risorse all’Agenzia delle Entrate.

Il vero motivo dell’aumento delle entrate
L’aumento delle entrate da “lotta all’evasione”, sbandierato dal governo, non è frutto di controlli sul campo, ma si deve quasi esclusivamente ai meccanismi automatici che scattano in caso di errori, omissioni o ritardi nei versamenti.

Si tratta di controlli incrociati e algoritmi, non di indagini fiscali vere e proprie. In altre parole, nessun recupero di evasione strutturata, nessuna azione sistemica contro i grandi evasori, ma solo la mera applicazione di procedure automatizzate a contribuenti spesso già noti all’amministrazione.

Crollo degli accertamenti: meno controlli del pre-Covid
Secondo la Corte dei Conti, i veri accertamenti – quelli frutto di ispezioni, indagini approfondite e verifiche sul territorio – sono ancora nettamente inferiori ai livelli pre-pandemia. Il motivo? La macchina fiscale è sotto organico e sottodotata.

L’Agenzia delle Entrate, dicono i magistrati, non ha abbastanza personale qualificato né strumenti tecnologici e investigativi per contrastare davvero l’evasione. Il risultato è un sistema che lascia campo libero a chi evade, perché la probabilità di essere scoperti resta bassissima.

Boom di pignoramenti, ma la giustizia fiscale si fa solo sui deboli
Un altro dato significativo evidenziato dalla relazione riguarda i pignoramenti dei conti correnti, in aumento. Un segnale chiaro: l’apparato fiscale si concentra su chi è facilmente raggiungibile – lavoratori dipendenti, partite Iva tracciabili, piccoli contribuenti – mentre i grandi evasori continuano a sfuggire ai radar.

Il risultato è una giustizia fiscale sbilanciata, in cui l’efficienza si applica solo ai soggetti deboli, mentre l’evasione vera resta impunita.

Una fotografia impietosa del presente
La fotografia scattata dalla Corte dei Conti non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Il sistema di contrasto all’evasione in Italia resta fragile e inefficace, nonostante le narrazioni trionfali della politica. Le entrate crescono, sì, ma per automatismi, non per una reale attività di contrasto al sommerso. E il peso della macchina fiscale ricade sempre sugli stessi contribuenti, mentre i furbi e i potenti restano indisturbati.

Il “miglior risultato della storia” è solo propaganda
L’analisi della Corte dei Conti rappresenta una sconfessione durissima delle parole del governo. I “migliori risultati di sempre” sono, di fatto, un bluff, costruito su procedure burocratiche e automatismi, non su un reale rafforzamento della lotta all’evasione.

Un sistema fiscale giusto non può basarsi sulla paura del pignoramento o sull’arbitrarietà dei controlli automatizzati. Ha bisogno di equità, risorse e strumenti reali, cose che – ancora oggi – sembrano mancare drammaticamente.

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Conclusione: una realtà ben diversa dalla narrazione di Palazzo Chigi

La relazione della Corte dei Conti inchioda il governo alla realtà dei numeri e delle carenze strutturali. Dietro la retorica del “successo storico” sbandierato da Giorgia Meloni, si cela un sistema fiscale che arranca, sottofinanziato e incapace di colpire davvero l’evasione più dannosa. I risultati tanto celebrati non sono il frutto di un’azione politica risoluta, ma di automatismi che colpiscono i più fragili e risparmiano i veri evasori.

Il vero cambiamento, ancora una volta, resta rinviato. E finché le istituzioni non affronteranno con serietà e mezzi adeguati il nodo della giustizia fiscale, ogni trionfalismo rischia di apparire solo come l’ennesimo esercizio di propaganda.

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