Il governo si è piegato in Europa? Ecco cos’è successo con la BCE – Giorgetti si… – INEDITO

Doveva essere un messaggio simbolico al proprio elettorato, è diventato un caso europeo.
L’emendamento di Fratelli d’Italia alla manovra 2026, quello che vuole scrivere in legge che le riserve auree di Bankitalia appartengono al “popolo italiano”, ha scatenato un duro confronto con la Banca centrale europea (Bce) e costretto il governo Meloni a una complicata retromarcia tecnica.

Per disinnescare la crisi, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dovuto inviare una lettera chiarificatrice l’8 dicembre e incontrare di persona Christine Lagarde a Bruxelles, a margine dell’Eurogruppo. Solo dopo questo faccia a faccia il Tesoro ha fatto filtrare che “è tutto chiarito” e che la nuova formulazione della norma sarebbe compatibile con i trattati europei.

Dietro i sorrisi di rito resta però l’immagine di un governo che ha rischiato di aprire un contenzioso con Francoforte su uno dei pilastri dell’euro: l’indipendenza delle banche centrali e la gestione delle riserve d’oro, nel caso italiano ben 2.452 tonnellate, terzo stock al mondo, per un valore stimato di circa 300 miliardi di dollari.

Che cosa voleva cambiare l’emendamento di FdI

Il testo originario, firmato dal capogruppo di FdI al Senato Lucio Malan, recitava che le riserve auree “gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”.

Due concetti chiave:

1. Proprietà allo Stato “in nome del popolo” – un modo per marcare politicamente che l’oro è “degli italiani” e non, nelle parole dei sovranisti, della “tecnocrazia di via Nazionale”.


2. Riserve d’oro come patrimonio nazionale simbolico – l’emendamento non prevede esplicitamente vendite o utilizzo per spesa pubblica, ma richiama un’idea di “sovranità monetaria” che da anni è cavallo di battaglia della destra melonian-leghista.

 

Per Malan, intervistato da Fanpage, lo scopo è chiarire che “l’oro è di proprietà del popolo italiano” e non certo metterlo sul mercato: a suo dire, se in passato qualcuno (come Romano Prodi nel 2007) ha ipotizzato di venderlo, è perché quell’oro è comunque “nostro”.

FdI ha persino distribuito ai parlamentari un dossier intitolato “Oro di Bankitalia al popolo italiano: smontiamo le fake news”, in cui si nega che il governo voglia usare i lingotti per fare cassa e si sostiene che la norma serva a “proteggere le riserve auree da speculazioni” e da possibili rivendicazioni di soggetti privati, anche esteri, che detengono quote del capitale di Bankitalia.

Il muro della Bce: indipendenza di Bankitalia e divieto di finanziare lo Stato

Il problema è che l’oro di Bankitalia non è un qualsiasi bene dello Stato.
Fa parte del bilancio della banca centrale nazionale, che a sua volta rientra nel sistema dell’Eurosistema: tutte le operazioni sulle riserve devono essere coerenti con la politica monetaria comune e sono soggette al controllo della Bce.

Per questo, da Francoforte sono arrivati due pareri critici in pochi giorni:

si sollevano dubbi sulla compatibilità con gli articoli 127 e 130 del Trattato Ue, che tutelano l’indipendenza delle banche centrali e vietano loro di finanziare il settore pubblico;

si osserva che la norma, così scritta, non chiarisce finalità e conseguenze giuridiche, facendo temere una possibile futura pressione politica per usare l’oro a fini di bilancio.


In altre parole: dire che l’oro “appartiene allo Stato” può sembrare solo una dichiarazione simbolica, ma sul piano giuridico potrebbe suggerire che il governo abbia un titolo diretto su quelle riserve, aprendo la strada a conflitti con l’Eurosistema.

Da qui lo scontro, raccontato anche da media internazionali come Reuters ed El País, che hanno parlato di tensione tra il governo Meloni e Lagarde su un tema considerato “sensibile” in tutta l’area euro.

 

La retromarcia tecnica di Giorgetti: “oro del popolo, ma lo gestisce Bankitalia”

Per evitare lo strappo, è intervenuto il ministro Giorgetti con una strategia a due tempi:

1. Lettera dell’8 dicembre alla Bce, in cui chiarisce che l’emendamento non intende spostare l’oro dal bilancio di Bankitalia né metterlo a disposizione dello Stato, e che tutto avverrà “in conformità ai Trattati”.


2. Incontro a Bruxelles con Lagarde, durante l’Eurogruppo, in cui ribadisce personalmente questi concetti. Al termine, fonti del Tesoro parlano di “tutto chiarito” e di una nuova formulazione condivisa con Bankitalia.

 

L’ultima versione del testo – secondo quanto filtra da Mef, Bce e fonti europee – dovrebbe dire che:

le riserve auree restano “del popolo italiano”,

ma la loro disponibilità e gestione sono in capo alla Banca d’Italia, nel pieno rispetto delle norme Ue e dell’indipendenza dell’istituto.


Di fatto, una riscrittura che svuota di conseguenze pratiche l’enfasi sovranista iniziale, riallineando l’ordinamento interno a quanto già stabilito dai Trattati: l’oro continua a stare dove è sempre stato, e nessun governo può decidere autonomamente di venderlo o usarlo per pagare pensioni, tagliare tasse o finanziare la spesa corrente.

L’operazione simbolica della destra: sovranità, identità e diversivo politico

Perché allora FdI e Lega hanno insistito così tanto su un emendamento che, alla fine, non cambia nulla di sostanziale?

Molti osservatori parlano di una operazione simbolica:

serve a ribadire, davanti al proprio elettorato, che la destra è gelosa custode della sovranità nazionale e che “l’oro è degli italiani”;

è un modo per recuperare un vecchio cavallo di battaglia, già evocato anni fa quando alcuni economisti guardavano alle riserve come “cuscinetto” contro le crisi finanziarie;

permette di alimentare la narrazione del “noi contro Bruxelles”, anche a costo poi di mediare dietro le quinte per evitare guai veri.


Alcuni commentatori, come Linkiesta e il manifesto, hanno definito l’emendamento “inutile” e “distrattivo”: una bandierina identitaria che non modifica né i numeri della legge di bilancio né la reale disponibilità delle riserve auree, ma che occupa il dibattito mentre la manovra – giudicata da molti come povera di risorse e segnata dall’austerità – arranca in Senato.

Non a caso, la stessa maggioranza ha accompagnato la norma con un dossier interno dal titolo “Smontiamo le fake news”, cercando di rassicurare i mercati e al tempo stesso di mostrare muscoli sovranisti ai propri sostenitori.

Dubbi e critiche: l’allarme degli esperti e delle opposizioni

Le reazioni critiche non sono arrivate solo dall’opposizione.

L’ex premier ed ex dirigente di Bankitalia Lamberto Dini ha liquidato così l’iniziativa: “Non capisco cosa abbiano in mente, cosa vuol dire che appartiene al popolo? Forse che il governo se ne può appropriare? Ma vogliamo scherzare?”.

Economisti e giuristi hanno ricordato che:

sul piano giuridico, le riserve sono già patrimonio del Paese e concorrono a garantire la stabilità dell’euro,

ma proprio per questo è fondamentale che restino sottratte alle tentazioni politiche di breve periodo,

qualsiasi segnale di interferenza sulla banca centrale rischia di essere letto dai mercati come un passo indietro nella credibilità finanziaria di un Paese già fortemente indebitato.


Le opposizioni parlano di emendamento “bandierina” e accusano il governo di giocare con un tema delicatissimo solo per strizzare l’occhio all’ala più sovranista della coalizione, mentre la vera manovra resta povera su salari, sanità, scuola.

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Conclusione: questione chiusa o crepa riaperta?

Dopo la lettera di Giorgetti e il colloquio con Lagarde, il Tesoro assicura che la partita è chiusa: l’emendamento verrà approvato in una versione compatibile con i Trattati, Bankitalia mantiene piena indipendenza e la Bce non avrebbe più obiezioni formali.

Ma il caso lascia alcune eredità politiche:

mostra un governo che, sull’altare della retorica sovranista, è arrivato a sfidare apertamente la Bce salvo poi dover correggere il tiro;

evidenzia la distanza fra l’immagine di un esecutivo “responsabile e rassicurante” verso i mercati, incarnata da Giorgetti, e l’ansia identitaria di FdI e Lega, che cercano bandiere da esibire ai propri sostenitori;

alimenta il sospetto che, di fronte a una manovra debole e a un consenso in calo nei sondaggi, la maggioranza cerchi temi simbolici (come oro, migranti, sicurezza) per spostare l’attenzione dal cuore dei problemi economici e sociali.


L’oro di Bankitalia resterà dov’è, gestito da via Nazionale sotto l’occhio della Bce.
Ma il vero “shock”, in questa vicenda, è un altro: aver visto quanto basta poco – una frase mal calibrata in un emendamento – per riaprire vecchie ferite tra Roma e Francoforte e ricordare che, nell’euro, la sovranità non si difende con slogan sull’oro, ma con credibilità, stabilità e politiche economiche all’altezza.

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