Il messaggio forte di Francesca Albanese che ammutolisce tutti: “Negare il genocidio è…” – VIDEO

Una piazza piena per Gaza: “Non in mio nome”

Roma, 28 giugno. Un’affollatissima piazza convocata dall’associazione Schierarsi ha accolto la relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, ospite centrale della manifestazione “Non in mio nome”, organizzata per denunciare i crimini commessi da Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, e per sostenere le attività di Medici Senza Frontiere. Il suo intervento — rigoroso, vibrante, senza sconti — è stato un appello alla coscienza collettiva e una sfida aperta all’ipocrisia politica e mediatica che avvolge la narrazione del conflitto israelo-palestinese.

“Non è solo guerra, è genocidio”

Sollecitata da Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it, sul modo in cui viene spesso ridotta la questione di Gaza a una generica “crisi umanitaria” o a “crimini di guerra”, Albanese ha risposto con fermezza:

> “Quando si dice che sono solo crimini di guerra o contro l’umanità, io mi chiedo: ‘Ma state bene?’ Crimini di guerra significa carcere, sanzioni, isolamento internazionale. Eppure si parla come se fossero cose meno gravi.”

Ma la questione centrale, secondo la relatrice ONU, è che la negazione del genocidio in atto non è solo una questione di linguaggio o di opinione:

> “Si confonde genocidio con sterminio, ma è un errore logico e giuridico. Il genocidio non dipende dagli strumenti usati, ma dall’intento: distruggere un gruppo umano in quanto tale. A Gaza si distruggono bambini, medici, giornalisti. Si affama, si bombarda, si annienta ogni forma di vita.”

Il contesto storico: “Non tutto è iniziato il 7 ottobre”

Albanese ha voluto chiarire un punto che considera fondamentale: la tragedia che si consuma a Gaza non è cominciata con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

> “Questo è l’errore che si continua a fare, soprattutto in Italia. Si racconta che tutto sia cominciato con un attacco improvviso, ma in realtà siamo di fronte all’ultimo stadio di una violenza strutturale e sistemica contro il popolo palestinese. Una politica coloniale, di apartheid e spossessamento, che va avanti da decenni.”

 

Secondo la relatrice, Israele ha trattato per anni i palestinesi come “nemici presunti colpevoli fino a prova contraria”. E da lì l’uccisione indiscriminata, la demolizione delle case, l’uso massiccio della forza anche contro civili inermi.

Italia e Occidente: l’apatia complice

Albanese ha rivolto parole durissime anche alle responsabilità italiane ed europee:

> “L’Italia è anestetizzata, ha perso lucidità. I media e la politica hanno diffuso un sogno di pietra. La Palestina è andata avanti, è diventata una colonia e noi abbiamo smesso di accorgercene.”

 

La denuncia è duplice: da un lato, l’ignavia delle istituzioni occidentali, dall’altro, la collusione con interessi economici e militari.

> “Dal 24 gennaio 2024, la Corte di Giustizia Internazionale ha ordinato misure per prevenire il genocidio. Chi ha venduto armi, chi le ha testate sui corpi dei palestinesi, chi ha continuato a trattare con Israele come se nulla fosse… tutti hanno delle responsabilità.”

“Non possiamo fallire: è un test per tutta l’umanità”

Francesca Albanese, pur riconoscendo che anche lei inizialmente ha faticato a chiamare “genocidio” ciò che stava accadendo a Gaza, ha spiegato il cambiamento di prospettiva con un passaggio profondamente umano:

> “Non è un campo di concentramento che definisce un genocidio. È l’intento. L’intento di distruggere un popolo. A Gaza oggi non c’è più dignità, non c’è più nulla.”

 

Nel suo discorso, ha anche parlato di ferite profonde che segneranno entrambe le popolazioni:

> “I palestinesi hanno una forza dentro che li tiene vivi. Ma saranno gli israeliani a soffrire di più in futuro. Quando capiranno cosa hanno fatto, indottrinati da un’ideologia che li ha resi strumenti materiali di un genocidio, vivranno anni molto bui.”

 

Il messaggio finale è un monito che travalica il conflitto mediorientale:

> “La Palestina è un banco di prova della legalità e dell’umanità. Se falliamo qui, falliamo come comunità internazionale. Falliamo come civiltà.”

 

Nel silenzio assordante delle diplomazie occidentali e nel clima di censura crescente che colpisce chi manifesta solidarietà al popolo palestinese, le parole di Albanese arrivano come uno scossone etico, giuridico e civile.

Per Francesca Albanese, e per molti in piazza, non è solo questione di Palestina o Israele: è questione di che mondo vogliamo costruire.

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Video e Conclusione: Gaza ci riguarda tutti

La manifestazione “Non in mio nome” e le parole di Francesca Albanese ci ricordano che il conflitto in Palestina non è un fatto lontano, ma uno specchio impietoso dell’Occidente e della sua coscienza. Di fronte a un genocidio denunciato apertamente, l’indifferenza non è neutralità: è complicità.

L’appello alla legalità, al rispetto del diritto internazionale e alla difesa dell’umanità non può restare confinato a una piazza, né rimbalzare invano tra i social. È una chiamata alla responsabilità collettiva, una richiesta di verità, giustizia e coraggio.

In un tempo in cui la parola “pace” è spesso derubricata a utopia, oggi più che mai — come ha detto Albanese — il futuro della civiltà si misura dalla nostra capacità di reagire. Gaza è un test, e nessuno può dirsi spettatore.
VIDEO:

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