Scontro durissimo in Senato sulla proposta di legge che interviene sul funzionamento della Corte dei Conti. Nella dichiarazione di voto, la senatrice del Movimento 5 Stelle Ketty Damante alza il livello dello scontro e parla senza mezzi termini di una riforma che, a suo giudizio, “stravolge compiti e poteri” della magistratura contabile, finendo per indebolire i controlli sulla spesa pubblica. Il suo intervento è un atto d’accusa frontale contro la maggioranza: “Il centrodestra sta distruggendo un altro pezzo della nostra Costituzione… Governo e maggioranza hanno deciso di far morire anche un altro pezzo del nostro Stato di diritto: è una enorme vergogna”.
Damante incardina l’intera critica su un punto politico preciso: la Corte dei Conti non sarebbe un organismo tecnico distante dalla vita reale, ma un presidio concreto che incide su sprechi, frodi, corruzione e mala gestione. E proprio per questo, sostiene, la riforma non è neutra: cambia i rapporti di forza tra controllori e controllati.
“Sembra una materia lontana, ma riguarda tutti”: la Corte dei Conti come “cintura di sicurezza” dei soldi pubblici
Nel passaggio centrale del suo intervento, la senatrice rovescia l’argomento tipico con cui spesso si presentano le riforme istituzionali: la complessità. “Sentendo parlare di legge sul funzionamento della Corte dei Conti, forse i cittadini penseranno a qualcosa di complesso e lontano”, afferma, “invece stiamo parlando di tanti possibili sprechi di denaro pubblico che riguardano tutti noi”.
L’immagine che emerge è quella della Corte dei Conti come una cintura di sicurezza: un controllo “serio e puntuale” capace di prevenire o limitare danni economici e distorsioni nei grandi flussi di denaro. Secondo Damante, se si toccano strumenti e perimetro di azione della Corte, non si sta facendo un semplice “riordino”, ma si rischia di rendere più facile l’opacità.
Damante incardina l’intera critica su un punto politico preciso: la Corte dei Conti non sarebbe un organismo tecnico distante dalla vita reale, ma un presidio concreto che incide su sprechi, frodi, corruzione e mala gestione. E proprio per questo, sostiene, la riforma non è neutra: cambia i rapporti di forza tra controllori e controllati.
Il Ponte sullo Stretto come caso-simbolo: “14 miliardi, immaginate cosa può annidarsi”
Per dare concretezza alla sua denuncia, Damante porta in aula un esempio immediatamente politico: il Ponte sullo Stretto, indicato come opera da circa 14 miliardi di euro. E costruisce un ragionamento a catena: più grande è la spesa, più alto è il rischio di distorsioni, e più necessario diventa un controllo forte.
Nel suo intervento, la domanda è retorica ma pesante: “Abbiamo idea di quanta corruzione, di quante frodi e di quante furbate possano annidarsi dietro a un’opera di così grandi dimensioni?”. Il punto non è solo il Ponte in sé, ma ciò che rappresenta: un “contenitore” enorme di appalti, subappalti, varianti, tempi, consulenze, forniture. È qui che, secondo la senatrice, la Corte dei Conti dovrebbe poter agire senza indebolimenti, proprio perché i margini di spreco o abuso possono crescere.
Mose, Expo e sanità: la lista dei precedenti per dimostrare “a cosa serve” la Corte
Damante rafforza l’accusa citando una sequenza di casi noti, usati come prova del fatto che i controlli contabili non sono teoria ma conseguenze concrete: accertamenti, condanne, risarcimenti.
Mose di Venezia: ricorda un costo “oltre sei miliardi” e richiama l’azione della Corte dei Conti che avrebbe accertato danni erariali legati – secondo le sue parole – ad affidamenti diretti ripetuti, lievitazioni ingiustificate e irregolarità gestionali, con condanne e risarcimenti di decine di milioni.
Expo di Milano: sottolinea il paradosso di un grande evento internazionale accompagnato da indagini su appalti e gare, con un elenco di reati evocati in modo diretto: turbativa d’asta, truffa, associazione a delinquere, irregolarità negli appalti.
Sanità: qui l’affondo è politico e sociale insieme: appalti a prezzi “fuori mercato”, convenzioni con privati “dannose per il pubblico”, un terreno dove i soldi sono enormi e l’impatto sui cittadini immediato.
La costruzione retorica è chiara: se in passato la Corte ha funzionato come argine e ha fatto emergere sprechi e responsabilità, allora una riforma che ne riduce forza o strumenti – questa è la tesi – non può che avere un effetto opposto: più zone grigie, meno deterrenza.
La domanda che spacca l’aula: “A chi conviene davvero questa riforma?”
Il passaggio più politico dell’intervento è quello in cui Damante sposta il tema dal “cosa cambia” al “perché si cambia”. E lo fa con una contrapposizione netta, senza sfumature:
“Conviene ai cittadini”, chiede, “che rischiano di vedere aumentare la corruzione nella pubblica amministrazione e di pagarne ancora una volta le conseguenze sulla propria pelle? Oppure conviene ai corrotti e a quei politici che utilizzano i soldi non nell’interesse collettivo, ma per tornaconto personale?”
È qui che il discorso diventa un vero atto di accusa: la riforma non è presentata come tecnicismo, ma come scelta di campo. E dentro questa scelta di campo, Damante mette in gioco parole pesantissime: “muore un altro pezzo di Costituzione”, “muore un pezzo dello Stato di diritto”.
Un conflitto che va oltre il Ddl: controllo vs discrezionalità nella spesa pubblica
Al di là del merito specifico della proposta (che Damante definisce come un intervento capace di “stravolgere compiti e poteri”), lo scontro racconta una tensione più ampia che accompagna spesso le riforme sui controlli: da un lato c’è chi sostiene l’esigenza di snellire, accelerare procedure, ridurre il “timore della firma”; dall’altro c’è chi vede il rischio di trasformare lo snellimento in un indebolimento strutturale delle garanzie.
Nella lettura della senatrice M5S, la bilancia si starebbe spostando nel modo sbagliato: meno presidio, più rischio. E la conseguenza non sarebbe un vantaggio astratto per la macchina pubblica, ma un possibile costo reale per i cittadini, perché ogni euro sottratto a sprechi e corruzione è un euro che può finire su servizi, infrastrutture utili, sanità, scuola.
Lo scontro in Senato sulla riforma della Corte dei Conti, così come lo mette in scena l’intervento di Ketty Damante, non è una disputa tra tecnici né un confronto neutro su regole procedurali: è un conflitto politico sul modello di Stato e su chi deve avere l’ultima parola quando si maneggiano miliardi di euro di soldi pubblici. Da un lato c’è la narrativa della maggioranza, che in genere rivendica la necessità di “snellire” e di togliere freni alla macchina amministrativa; dall’altro, l’accusa del M5S secondo cui lo snellimento rischia di diventare disarmo dei controlli, aprendo varchi dove si infilano sprechi, opacità e corruzione.
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Per Damante, infatti, la Corte dei Conti non è un organismo “lontano”, ma una garanzia concreta: il luogo che trasforma la legalità in deterrenza, e la deterrenza in risparmi veri per i cittadini. I casi citati – Ponte sullo Stretto come gigantesco snodo di appalti, Mose come paradigma di costi lievitati, Expo e la sanità come terreno fertile per irregolarità – servono a fissare un concetto semplice: se togli forza al controllore, rendi più forte il controllato, e il prezzo lo paga la collettività.
È per questo che parole come “vergogna”, “Costituzione” e “Stato di diritto” diventano le chiavi retoriche e politiche della battaglia: non per alzare i toni, ma per dire che qui non si sta solo riscrivendo una legge, si sta riscrivendo un equilibrio. E quando l’equilibrio si sposta dai controlli alla discrezionalità, il rischio non è astratto: è che i soldi pubblici smettano di essere un bene da proteggere e diventino, ancora una volta, una terra di conquista.




















