Un dato pesa più degli altri nell’ultima media settimanale dei sondaggi politici: il Partito Democratico scende al 20,9% e torna sotto la soglia del 21%, mentre il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte si muove nella direzione opposta e sale al 12,4%. Una fotografia che arriva in una fase delicatissima per il centrosinistra, mentre è già iniziata la lunga preparazione alla sfida elettorale del 2027 e prosegue il confronto sulla costruzione di un’alternativa al centrodestra.
I numeri, relativi alle rilevazioni raccolte tra il 6 e il 12 settembre e aggregati nella media settimanale riportata da Fanpage, non equivalgono naturalmente a un risultato elettorale. Ma segnalano movimenti politici che meritano attenzione. Il Pd guidato da Elly Schlein registra infatti il dato più basso dalla stagione delle elezioni europee, mentre Conte consolida il M5S sopra il 12% proprio nei giorni in cui rilancia la centralità del programma e prepara l’appuntamento nazionale di Nova a Milano.
Anche Giorgia Meloni ha però un problema: Fratelli d’Italia arretra al 26,7%, il livello più basso indicato dalla rilevazione da giugno 2024. La differenza è che nell’area di destra crescono altre forze, a partire da Forza Italia e soprattutto da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, modificando gli equilibri interni senza provocare, almeno per ora, un crollo complessivo dell’area.
Il Pd al 20,9%: cade una soglia simbolica per Elly Schlein
Il numero politicamente più delicato per il centrosinistra è dunque il 20,9% del Partito Democratico. Per la prima volta dalle Europee il partito torna sotto quota 21%, interrompendo quella fase nella quale sembrava essersi stabilizzato su livelli superiori.
Non si tratta di un crollo verticale, e pochi decimali in una media di sondaggi vanno sempre letti con prudenza. Politicamente, però, il segnale assume un significato particolare perché arriva mentre il Pd cerca di rivendicare il ruolo di perno della futura coalizione progressista.
Più il distacco tra il Pd e gli altri partiti dell’opposizione si riduce, più diventa difficile sostenere che la leadership della coalizione possa essere determinata automaticamente sulla base dei rapporti di forza attuali.
Ed è esattamente questo uno dei punti sui quali Giuseppe Conte sta insistendo: il leader del Movimento 5 Stelle ha già respinto l’idea che il candidato alla presidenza del Consiglio debba essere scelto semplicemente perché indicato dal partito più votato della coalizione.
Conte va nella direzione opposta: il Movimento 5 Stelle sale al 12,4%
Se il Pd arretra, il M5S cresce e raggiunge il 12,4%. Il Movimento resta distante dal Partito Democratico in termini assoluti, ma il movimento opposto delle due forze è politicamente significativo.
Conte sta cercando da mesi di consolidare un profilo autonomo: opposizione al governo Meloni, attenzione ai temi sociali, salari e costo della vita, difesa della sanità pubblica, critica dell’aumento delle spese militari e una posizione sull’Ucraina sensibilmente diversa da quella dell’area più atlantista del Pd.
La strategia è quella di lavorare a un’alternativa comune senza trasformare il Movimento in una forza subordinata ai democratici.
Il 12,4% non permette certamente di parlare di sorpasso imminente sul Pd. Il divario rimane di 8,5 punti percentuali. Ma in una coalizione nella quale ogni voto può diventare decisivo, un M5S stabilmente sopra il 12% conserva un peso negoziale considerevole.
Conte arriva al dato positivo proprio alla vigilia di “Nova”
La crescita assume un significato ulteriore perché arriva alla vigilia di “Nova – Parola all’Italia”, la due giorni del 19 e 20 settembre con cui il Movimento concluderà a Milano un percorso costruito attraverso oltre cento tappe e migliaia di partecipanti.
Conte vuole utilizzare Nova per mettere in ordine le proposte raccolte nel Paese e trasformarle in una piattaforma politica. Le idee saranno discusse e votate e diventeranno inevitabilmente una parte importante del bagaglio con cui il M5S si presenterà al confronto con Pd e Avs.
«Per mesi e mesi abbiamo costruito, raccolto le vostre istanze, le vostre priorità, le vostre urgenze. E adesso abbiamo tante proposte», ha spiegato Conte presentando l’appuntamento.
La parola d’ordine scelta dal presidente pentastellato è «dare forma all’Italia che vogliamo». Una formula che rende evidente l’obiettivo: prima costruire un progetto riconoscibile, successivamente discutere alleanze e leadership.
Il problema per il Pd è anche la leadership del futuro centrosinistra
È proprio qui che i numeri dei sondaggi diventano politicamente più interessanti.
Elly Schlein guida ancora nettamente il primo partito dell’opposizione. Ma il dibattito su chi debba eventualmente sfidare Giorgia Meloni nel 2027 è tutt’altro che risolto.
Conte si è detto disponibile anche allo strumento delle primarie, pur ricordando che non appartengono alla tradizione del Movimento 5 Stelle. La sua condizione è che non vengano organizzate all’ultimo momento e che prima venga costruito un progetto politico condiviso.
Il leader pentastellato ha inoltre contestato apertamente la regola secondo la quale dovrebbe essere automaticamente il partito più forte a indicare il candidato premier, definendola una logica egemonica.
Con il Pd al 20,9% e il M5S al 12,4%, i democratici conservano un vantaggio ampio. Ma la discussione sulla leadership non può essere separata dalla capacità dei singoli leader di mobilitare l’intero elettorato della coalizione.
Non solo Pd e M5S: Avs resta al 6,5%
Nel resto dell’area progressista, Alleanza Verdi e Sinistra si attesta al 6,5%, confermandosi una componente importante del possibile schieramento alternativo alla destra.
Più indietro troviamo Italia Viva al 2,3% e +Europa all’1,5%, mentre Azione viene rilevata al 3,2%.
Sono percentuali che spiegano anche perché la discussione sulla composizione del campo largo sia tanto complicata. Sommando le forze si può costruire sulla carta uno schieramento competitivo, ma trasformare quella somma aritmetica in una coalizione politica significa trovare un compromesso tra posizioni spesso molto distanti.
Politica estera, Ucraina, lavoro, politica economica, giustizia e ruolo dei centristi restano dossier sui quali le differenze non sono marginali.
Fratelli d’Italia scende al 26,7%: anche Meloni arretra
Il dato negativo non riguarda comunque soltanto il Pd. Anche Fratelli d’Italia scende al 26,7%, che secondo la media riportata rappresenta il livello più basso del partito dal giugno 2024.
Per Giorgia Meloni si tratta di un segnale da osservare. FdI resta nettamente la prima forza politica italiana nelle rilevazioni riportate, ma il dato è distante dai picchi raggiunti durante questa legislatura.
La lunga permanenza a Palazzo Chigi non garantisce automaticamente una crescita elettorale. Dopo quasi quattro anni di governo, l’esecutivo deve fare i conti con il fisiologico logoramento e con dossier molto difficili, dal costo della vita ai salari, passando per sanità, energia e politica internazionale.
La differenza rispetto al centrosinistra è però ciò che accade attorno a Fratelli d’Italia.
Forza Italia sale al 7,5% e la Lega arriva al 5,7%
Mentre FdI arretra, Forza Italia risale al 7,5% e la Lega si colloca al 5,7%.
Questo permette all’area tradizionale della maggioranza di assorbire almeno in parte la flessione del partito di Meloni.
Ma soprattutto emerge un nuovo elemento destinato a condizionare profondamente la partita del centrodestra: la crescita di Futuro Nazionale, la formazione guidata da Roberto Vannacci.
Il partito viene rilevato al 7,6%, addirittura un decimo sopra Forza Italia e quasi due punti sopra la Lega. Un risultato che, se consolidato nelle urne, modificherebbe radicalmente i rapporti di forza della destra italiana.
Non è però corretto sommare automaticamente Futuro Nazionale alla coalizione di governo: la futura collocazione elettorale della formazione di Vannacci sarà una scelta politica e dovrà essere verificata.
Vannacci al 7,6% apre un altro problema per Meloni e Salvini
Il dato di Futuro Nazionale è particolarmente delicato soprattutto per Matteo Salvini. Una forza politica al 7,6% collocata nello spazio della destra potrebbe intercettare una parte dell’elettorato che negli ultimi anni ha guardato alla Lega e a Fratelli d’Italia.
Ma anche Giorgia Meloni dovrà decidere come rapportarsi a questo nuovo soggetto politico.
Tenere Vannacci fuori da un’eventuale coalizione significa rischiare di avere alla propria destra una formazione capace, secondo questa media, di raccogliere oltre sette elettori su cento. Coinvolgerlo significa invece affrontare il problema della compatibilità politica e programmatica con le altre componenti del centrodestra, soprattutto quelle che puntano a un profilo più moderato ed europeista.
È una questione destinata ad accompagnare la destra fino alle elezioni.
La vera partita è dentro le coalizioni
I dati mostrano quindi una situazione molto più complessa del semplice confronto Meloni-Schlein.
FdI scende al 26,7% e il Pd al 20,9%. Il M5S sale al 12,4%, mentre Futuro Nazionale raggiunge il 7,6%. I due principali partiti arretrano mentre alcune delle forze che li circondano acquistano maggiore peso.
Questo significa che la partita del 2027 potrebbe essere decisa non soltanto da chi arriverà primo, ma dalla capacità di costruire coalizioni sufficientemente larghe senza perdere identità e consenso.
Per Schlein il problema è tenere insieme il centrosinistra e contemporaneamente impedire che il Pd perda ulteriore terreno. Per Conte la sfida è differente: continuare a far crescere il Movimento senza rinunciare alla possibilità di costruire un’alternativa comune.
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Il dato pesante per il Pd rafforza il peso negoziale di Conte
È probabilmente questa la conseguenza politica più interessante dell’ultima fotografia demoscopica.
Il Pd resta nettamente davanti al M5S, ma scende sotto il 21%; Conte, invece, porta il Movimento al 12,4%. Le distanze rimangono importanti, ma la direzione dei due movimenti è opposta.
Per questo il risultato può pesare quando inizierà la vera discussione su programma, primarie e candidato alla presidenza del Consiglio. Conte potrà presentarsi al tavolo rivendicando non soltanto l’autonomia politica del Movimento, ma anche un consenso che resta indispensabile per qualsiasi ipotesi credibile di alternativa alla destra.
La fotografia è ancora lontana dalle urne e i sondaggi possono cambiare rapidamente. Ma a settembre 2026 il segnale è chiaro: mentre il Pd scivola al 20,9%, Giuseppe Conte vede il M5S crescere al 12,4% e aumenta il proprio peso nella partita per la leadership e per il futuro del campo progressista.



















