C’è un modo di criticare la politica che non ha bisogno di slogan, e che proprio per questo fa più rumore. Quando a parlare non è un opinionista da talk show, né un dirigente di partito in campagna permanente, ma un uomo che ha passato la vita dentro le istituzioni della sicurezza, allora le parole diventano un colpo secco. Franco Gabrielli, per anni ai vertici della Pubblica sicurezza e già capo della Polizia, non è un personaggio da tifoserie: è una figura che conosce l’ordine pubblico dall’interno, nei suoi meccanismi reali e nelle sue conseguenze concrete. Ed è esattamente per questo che la sua presa di posizione, durissima, suona come una smentita frontale della retorica governativa.
Nell’intervista a Carlo Bonini su “Repubblica”, Gabrielli mette in discussione il cuore della linea securitaria dell’esecutivo, definendola – senza giri di parole – “populismo penale”. E lo fa non in nome di un’ideologia contrapposta, ma in nome di un principio che chi governa dovrebbe conoscere prima di tutti: la sicurezza non si costruisce con la propaganda. Perché, come spiega lui, quella propaganda finisce per danneggiare proprio chi dice di voler proteggere: gli uomini e le donne in divisa.
“Difendere chi indossa una divisa. Non solo dai violenti, ma dagli incantatori di serpenti”
Il passaggio che più brucia, perché ribalta la narrazione, è quello in cui Gabrielli sposta il fuoco: non basta difendere gli agenti “dai violenti”. Bisogna difenderli anche da chi li usa come strumento di consenso. Dice:
“Penso che questo sia il momento di difendere chi indossa una divisa. Non solo dai violenti” ma anche “dagli incantatori di serpenti. Ovvero: tutti quelli che usano gli operatori di polizia come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa una divisa”.
È qui che la critica diventa politica in modo inequivocabile: perché gli “incantatori di serpenti”, nella grammatica pubblica del nostro tempo, sono esattamente coloro che fanno della sicurezza un manifesto perenne, una guerra di parole, un “tutto e subito” che non regge mai alla prova della realtà. Gabrielli non fa nomi, ma il riferimento è fin troppo chiaro: il securitarismo come bandiera, la promessa di soluzioni “miracolose”, il marketing del pugno duro. E, soprattutto, il suo effetto collaterale: scaricare sugli agenti i costi di una strategia che non esiste.
Il “fermo preventivo” nel mirino: “Non funzionerà. Rischia di radicalizzare lo scontro”
Il secondo affondo è sul cuore operativo delle nuove proposte: l’idea di irrigidire l’ordine pubblico con misure preventive, presentate come risposta semplice a un problema complesso. Gabrielli è netto:
“Il fermo preventivo? Non funzionerà. Perché difficilmente produrrà degli effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso, rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà. È fumo negli occhi, è propaganda securitaria a finanza zero”.
Qui c’è tutto: inefficacia, effetti collaterali e bluff comunicativo. La formula “fumo negli occhi” è una sentenza politica prima ancora che tecnica. Perché dice una cosa precisa: l’idea di “anticipare” il conflitto con strumenti più duri non solo non risolve il problema, ma lo sposta e spesso lo aggrava. In piazza, nella pratica, significa più tensione, più rigidità, più possibilità che lo scontro salga di livello. E significa anche un fatto che Gabrielli mette a fuoco con lucidità: comprimere spazi di libertà non è mai un prezzo neutro, perché quelle libertà sono parte del patto democratico.
Reati su reati: “Così si eludono le domande chiave su ordine pubblico e democrazia”
La terza critica è forse la più devastante perché va alla radice del meccanismo: quando la politica non sa governare un fenomeno, spesso lo traduce in codice penale. Si moltiplicano reati, aggravanti, nuove fattispecie, nuove formule. Gabrielli smonta questa scorciatoia con una domanda che pesa come un atto d’accusa: a cosa serve davvero?
“Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico? E che ordine pubblico merita un Paese democratico? Come si evita di esporre i reparti in servizio di ordine pubblico in modo prolungato e logorante al rischio? Qualcuno si è chiesto su chi si scarica il costo di un’assenza di strategia chiara e di una reale capacità di leggere i contesti? Ve lo dico io: sui singoli poliziotti e su tutti coloro che in piazza vanno pacificamente per esercitare un diritto costituzionalmente protetto”.
È una delle frasi più importanti perché sposta la prospettiva: il costo dell’assenza di strategia ricade su due fronti contemporaneamente. Sugli agenti, esposti a turni logoranti, a tensioni continue, a un rischio che aumenta quando manca una linea chiara. E sui cittadini che esercitano diritti costituzionali, che finiscono trascinati dentro un clima di sospetto e irrigidimento generale. Il punto, in altre parole, è che il “pugno duro” non è duro contro i violenti: è duro contro un contesto intero, e rende più fragile proprio ciò che dice di rafforzare.
Lo “scudo penale”: no secco all’idea di immunità e “stato d’eccezione permanente”
Non poteva mancare il tema più sensibile: lo “scudo penale” per gli agenti. Anche qui Gabrielli non usa mezzi termini e arriva a un principio che taglia trasversalmente destra e sinistra, perché riguarda il senso stesso dello Stato:
“Bisogna riconoscere che una democrazia sa e può difendersi da ciò che la minaccia senza snaturarsi. Senza creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità. Perché questo mina e tradisce la fiducia del Paese. Allontana i cittadini dalle istituzioni e da chi le rappresenta. E la fiducia e la libertà dei cittadini sono le condizioni irrinunciabili di qualunque modello”.
Qui Gabrielli fa qualcosa che oggi è rarissimo: riporta il dibattito dentro una cornice istituzionale. Dice che la democrazia deve sapersi difendere, sì, ma senza snaturarsi. E soprattutto spiega cosa succede quando si costruisce un’area di immunità: non si “protegge la divisa”, si rompe la fiducia. E quando si rompe la fiducia, la sicurezza reale peggiora, perché la distanza tra cittadini e istituzioni diventa terreno fertile per conflitti, radicalizzazioni, delegittimazioni.
La differenza tra propaganda e competenza
Il valore politico di questa intervista sta tutto nella differenza tra due approcci. Da un lato, un governo che – nella critica riportata – costruisce consenso su parole d’ordine, decreti simbolici, promesse di scorciatoie. Dall’altro, un servitore dello Stato che dice: attenzione, così non funzionerà. E non lo dice per “buonismo”, ma per realismo istituzionale: l’ordine pubblico non è un set da campagna elettorale, è un equilibrio delicato tra sicurezza e libertà, tra forza legittima e fiducia sociale.
Ecco perché le parole di Gabrielli, più che “asfaltare” qualcuno, fanno qualcosa di più pericoloso: smontano la narrazione. Perché se un dirigente della sicurezza – con credibilità istituzionale e competenza tecnica – definisce “fumo negli occhi” certe ricette, allora la domanda diventa inevitabile: chi sta davvero difendendo gli agenti? Chi sta davvero proteggendo le piazze? Chi sta davvero governando l’ordine pubblico?
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Alla fine, l’appello implicito è semplice e spietato: se non si vogliono ascoltare le opposizioni, se si vogliono liquidare come “ideologiche” le critiche di chi contesta la svolta repressiva, allora ascoltino almeno una voce che non può essere archiviata così. Un poliziotto, uno che ha comandato, gestito crisi, letto contesti, pagato in prima persona il peso delle decisioni politiche sulla pelle dei reparti.
Perché il punto non è fare la faccia dura. Il punto è fare bene. E “fare bene” significa proteggere le persone in divisa con strategie serie, risorse reali, formazione, gestione intelligente dei contesti. Non con scorciatoie che, come dice Gabrielli, finiscono per non proteggere nessuno. A cominciare proprio da chi indossa una divisa.


















