Il nuovo intervento di Sergio Mattarella – l’undicesimo messaggio di Capodanno richiamato nell’analisi di Libero – viene letto come un discorso che punta a spostare il baricentro del confronto pubblico: meno guerra di etichette, meno scenari apocalittici, più richiamo a una cornice condivisa. A colpire, secondo il commento di Francesco Damato, sono sia le parole pronunciate sia, forse ancora di più, le parole non dette: in particolare l’assenza di riferimenti allo scontro “fascisti/antifascisti”, tema che negli ultimi anni è tornato spesso nel dibattito politico.
“Italia affermata”, non “in disastro”: il primo messaggio politico
Nel pezzo si sottolinea che Mattarella descrive l’Italia di oggi come un Paese “affermato”, respingendo implicitamente la rappresentazione di un’Italia “in disastro” evocata – sempre secondo l’articolo – dai cartelli esibiti dalle opposizioni a Montecitorio durante il passaggio della legge di bilancio. Il riferimento serve a marcare una distanza tra due narrazioni: da una parte il racconto di un’emergenza permanente, dall’altra l’idea di un Paese che, pur con problemi e tensioni, non è “da macerie”.
In questo passaggio, l’intervento del Capo dello Stato viene interpretato come una smentita del clima da catastrofe: un invito a non ridurre la vita pubblica a una sequenza di allarmi e contrapposizioni totali.
Il non detto che pesa: niente “album” fascismo/antifascismo
Il cuore dell’interpretazione proposta da Libero sta però altrove: Mattarella, “sfogliando l’album delle immagini” della Repubblica che si avvicina all’ottantesimo anniversario, non entra nel binomio fascismo/antifascismo.
Per l’autore, questa scelta è significativa perché quel binomio viene spesso usato dalle opposizioni – anche moderate, scrive Damato – per sostenere che l’Italia rischi “una replica” del fascismo, addirittura “al femminile”, con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi da quasi tre anni e mezzo (secondo la ricostruzione contenuta nell’articolo). Proprio per questo, l’omissione viene letta come un messaggio: quel conflitto appartiene a un passato “tanto passato” da non dover essere rimesso al centro come chiave interpretativa dell’oggi.
L’idea di fondo è che Mattarella abbia scelto di non alimentare la polarizzazione, rifiutando di “certificare” come centrale una contrapposizione che torna utile nelle battaglie politiche ma che, nella prospettiva istituzionale del Quirinale, rischia di diventare un accelerante di conflitti.
“La Repubblica è lo spartiacque”: l’appello a riconoscersi in un’identità comune
Nel discorso, come riportato nel testo, Mattarella insiste su una definizione netta: “la Repubblica è lo spartiacque nella storia dell’Italia”. Lo “spartiacque” non è solo una data o un passaggio storico: è l’invito a riconoscere la Repubblica come punto di riferimento condiviso, non come terreno di appropriazione di parte.
Da qui l’altro passaggio sottolineato: “La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi”. Nell’interpretazione di Damato, è una formula che mira a ricucire, a riportare la responsabilità pubblica dentro un “noi” più ampio, sottraendola alla tentazione di trasformare ogni differenza in una prova di illegittimità dell’avversario.
La stabilità rivendicata e la percezione all’estero
Il commento evidenzia anche un elemento di contesto: la premier, viene scritto, rivendica una stabilità che a volte sembra più apprezzata all’estero che in Italia, proprio perché sul piano interno le opposizioni “alzano barricate” usando il vecchio schema fascismo/antifascismo.
Qui il discorso del Presidente viene letto come una presa d’atto del clima reale: né un Paese allo sbando, né un Paese in cui la storia si ripete per automatismi. Un modo per disinnescare due estremi: l’allarmismo permanente e la propaganda rassicurante.
L’altro segnale: qualcosa si muove anche nelle opposizioni
La parte finale dell’articolo introduce un passaggio politico interno alle opposizioni: l’autore sostiene che stia affiorando “qualcosa di diverso, di nuovo”, che non sarebbe corretto ignorare. E lo individua in un segnale lanciato dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, anche presidente dell’Anci, citato per un’intervista al Foglio.
Il punto non è un’adesione a una linea, ma un cambio di tono: Manfredi – secondo l’articolo – mette in guardia dai “toni apocalittici” che non aiuterebbero la sinistra, soprattutto rispetto all’ipotesi (che torna nel dibattito) di una Meloni al Quirinale nel 2029, alla scadenza del mandato di Mattarella. In quel ragionamento, Manfredi liquida certe paure come “pregiudizio”.
Leggi anche

Ragazzo epico risponde e fa crollare la narrazione di Gasparri sul Caro vita – VIDEO SUPER
Il senatore minimizza: “La gente si lamenta da sempre, dai tempi dell’antica Roma”. Ma la replica ribalta tutto: trent’anni di
Messo insieme, il quadro proposto da Libero è questo: Mattarella interviene non tanto per entrare nelle polemiche quotidiane, ma per ridurre la temperatura del conflitto. Lo fa con una scelta precisa: valorizzare l’Italia “affermata”, richiamare la Repubblica come spartiacque e casa comune, e soprattutto non legittimare (neppure implicitamente) l’idea che lo scontro politico debba passare per forza dal derby fascismo/antifascismo.
Ne esce un messaggio che, nell’interpretazione dell’articolo, contiene un’indicazione chiara: se la Repubblica “siamo noi”, allora il confronto deve misurarsi su responsabilità, risultati, credibilità e capacità di governo o opposizione, non su etichette capaci di trasformare ogni passaggio parlamentare in un referendum morale sull’esistenza stessa della democrazia.



















