Il Presidente Sergio Mattarella deve fare un forte richiamo alla Politica italiana – IL VIDEO

Non è stato un discorso di circostanza, né il solito rituale degli auguri di fine anno. Davanti ai rappresentanti delle Istituzioni, delle forze politiche e della società civile, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto toni netti e parole pesate, lanciando un avvertimento che ha il sapore di un richiamo generale alla responsabilità: il “modello democratico” oggi è “sfidato” da Stati segnati da “involuzioni autoritarie” che, “contro la storia”, si propongono come “modelli alternativi”.
Un messaggio che parla al mondo, ma anche all’Italia. Perché quando il Capo dello Stato evoca il rischio di indebolimento delle istituzioni e di inaridimento delle democrazie, non sta facendo teoria politica: sta indicando i punti di frizione più pericolosi del presente, dalle tecnologie alla concentrazione di potere economico, dalla polarizzazione sociale al logoramento della mediazione democratica.

“Involuzioni autoritarie”: l’allarme sul modello democratico sotto pressione

Mattarella fotografa una fase storica in cui la democrazia non è più considerata un orizzonte “naturale” o irreversibile. Al contrario: è sfidata da Paesi che scelgono la scorciatoia dell’uomo forte, della compressione delle libertà, della subordinazione delle istituzioni ai governi. Il presidente usa un’espressione significativa: “involuzioni autoritarie” – non un colpo di Stato plateale, ma un processo graduale, fatto di piccoli spostamenti e assuefazione collettiva.
È un richiamo che vale tanto sul piano internazionale quanto su quello interno: l’idea che la democrazia possa indebolirsi non per un evento improvviso, ma per erosione quotidiana, quando si normalizzano abusi, propaganda e delegittimazione degli avversari.

Il confine che si tenta di cancellare: “libertà” contro “arbitrio”


Il secondo nodo del discorso è ancora più tagliente: la sfida ai sistemi democratici, dice Mattarella, deriva anche dal tentativo di “ignorare e cancellare il confine tra libertà e arbitrio”. È una frase che pesa, perché ribalta una retorica molto diffusa: quella secondo cui “libertà” significa fare ciò che si vuole senza vincoli.
Per il presidente, invece, la libertà democratica vive dentro un perimetro: il diritto, le garanzie, i limiti che impediscono alla libertà di uno di trasformarsi in prevaricazione su altri. Quando quel confine viene rimosso, la società non diventa più libera: diventa più fragile. E lo Stato di diritto diventa un ostacolo da aggirare, non una protezione.

Tecnologie e rischio di travolgimento dello Stato di diritto

Mattarella lega esplicitamente questa “pretesa di rimuovere i limiti” alle “potenzialità offerte dalle tecnologie”. Il messaggio è chiaro: la tecnologia non è neutra quando entra nella sfera pubblica e sociale. Amplifica comportamenti, accelera dinamiche, moltiplica capacità di controllo e manipolazione. Se usata senza regole e senza responsabilità, può “travolgere” ordinamenti democratici e Stato di diritto.
Non è un rifiuto della modernità: è un invito a governarla. Perché in assenza di cornici democratiche, la tecnologia può diventare uno strumento di sorveglianza, profilazione, disinformazione, polarizzazione. E dunque un acceleratore di crisi istituzionali.

Il “nuovo potere” delle poche mani: risorse finanziarie e tecnologiche concentrate

Il terzo pilastro del discorso colpisce direttamente l’architettura del potere contemporaneo: “Si parla sovente dell’affermarsi di un nuovo potere che nasce dalla concentrazione in pochissime mani di enormi risorse finanziarie e tecnologiche, a detrimento del ruolo delle istituzioni che rappresentano i cittadini”.
È una diagnosi che va oltre la politica quotidiana: riguarda la concentrazione di ricchezza e capacità tecnologica in pochi soggetti – grandi piattaforme, grandi gruppi, grandi capitali – in grado di orientare mercati, informazioni, comportamenti e persino l’agenda politica. Mattarella descrive l’effetto psicologico e sociale di questo scenario: “inquietudine, incertezza, allarme”. Una miscela che alimenta sfiducia, rabbia e frammentazione.
Senza mediazione politica si rompe il tessuto democratico
Il passaggio forse più “istituzionale” e insieme più politico del discorso arriva quando il presidente collega il nuovo potere e la crisi della democrazia a una parola spesso denigrata: mediazione.

 Senza mediazione della politica – dice – e senza la possibilità di comporre interessi e tensioni divergenti, “le comunità si dividono, le istituzioni si indeboliscono, le democrazie inaridiscono”.
Qui Mattarella difende il cuore del modello democratico: la politica come spazio di composizione, non come guerra permanente. Perché la democrazia non è l’eliminazione del conflitto: è la sua gestione dentro regole comuni. Quando la mediazione scompare, restano due opzioni: o la paralisi o l’autoritarismo. In entrambi i casi, la democrazia perde ossigeno.

Il rischio finale: diseguaglianze e perdita del “destino comune”

Mattarella conclude la sua traiettoria con un’immagine potente: quando le istituzioni si indeboliscono e la democrazia si secca, “le diseguaglianze crescono e viene smarrita persino l’idea di un destino comune”. È un passaggio chiave, perché suggerisce che la crisi democratica non è solo un problema di procedure, ma un problema di coesione sociale.
Se le persone percepiscono che non esiste più un orizzonte condiviso – che ognuno è solo, che contano solo forza e denaro, che le regole non valgono per tutti – allora la fiducia si sgretola. E in quella frattura si insinuano semplificazioni, capri espiatori, pulsioni autoritarie.

Un messaggio che parla anche all’Italia

Pur senza riferimenti diretti a partiti o governi, il discorso suona come un richiamo interno: difendere il confine tra libertà e arbitrio significa difendere le regole anche quando non convengono; denunciare la concentrazione di potere significa interrogarsi su come le istituzioni possano tornare a contare di più rispetto ai grandi interessi; invocare la mediazione significa rigettare la politica ridotta a propaganda, rissa e delegittimazione reciproca.
È un messaggio che parla a maggioranza e opposizione, perché non esiste democrazia “di parte”. Esiste un terreno comune: istituzioni solide, informazione credibile, diritti garantiti, conflitto regolato, cittadini rappresentati.

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La cerimonia degli auguri di fine anno, nelle parole di Mattarella, diventa una specie di bilancio morale e politico del tempo che stiamo vivendo. Il presidente non celebra: mette in guardia. Dice che la democrazia può indebolirsi, che l’autoritarismo può tornare a proporsi come modello, che la tecnologia e il denaro concentrati possono scavalcare la rappresentanza, e che senza mediazione la società si spacca.
Il senso ultimo è semplice e severo: la democrazia non si conserva da sola. Va difesa con regole, cultura istituzionale, responsabilità politica e capacità di tenere insieme il Paese. Altrimenti, tra diseguaglianze e sfiducia, rischia di sparire anche l’idea più importante: quella di un destino comune.

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