Nel programma “Accordi & Disaccordi” condotto da Luca Sommi su Nove, il professor Alessandro Orsini chiarisce il significato tecnico del termine genocidio, distinguendolo dallo sterminio indiscriminato: “Un genocidio può avvenire anche senza sparare un solo proiettile”
La domanda centrale: “Genocidio è la parola corretta per Gaza?”
“Professore Orsini, andiamo a vedere questa parola: è corretta per definire quanto sta accadendo a Gaza?”. La domanda di Luca Sommi è diretta, senza fronzoli. E la risposta di Alessandro Orsini non tarda: “Sì, è la parola corretta”.
Ma la questione, per il docente di sociologia del terrorismo internazionale, è più profonda: il problema non è solo semantico, ma culturale. “Il dibattito in Italia è bloccato, perché non si distingue tra sterminio e genocidio. E finché non lo si fa, non si capisce davvero cosa sta accadendo”.
Sterminio vs Genocidio: “Due concetti molto diversi”
Orsini parte da una distinzione fondamentale: “Lo sterminio è l’uccisione indiscriminata di un gran numero di persone, senza badare a chi siano – etnia, religione, nazionalità. Un esempio? La strage dell’ISIS al Bataclan nel 2015. Chiunque capitasse a tiro, veniva ucciso”.
Il genocidio, invece, è diverso: non si tratta solo di uccidere, ma di colpire in modo sistematico un gruppo umano specifico con l’intento di cancellarlo. E – sottolinea Orsini – può anche non implicare l’uso diretto della violenza fisica.
“Un genocidio può avvenire anche senza sparare un solo proiettile”
Il passaggio chiave dell’intervento di Orsini è proprio qui: “Un genocidio può avvenire anche senza armi da fuoco, senza bombe. Se, per esempio, Israele decidesse deliberatamente di privare i palestinesi di acqua, elettricità, cibo e carburante, e dopo tre anni morissero 300, 500 o 700 mila persone, quello è un progetto genocidario”.
Non è una provocazione, ma un ragionamento tecnico: “È l’intenzionalità che fa il genocidio. Il progetto consapevole di annientamento di un popolo, anche per vie indirette, anche senza armi”.
Orsini richiama l’esempio dell’Olocausto per chiarire meglio: “Nel genocidio nazista, molti ebrei morirono per esecuzioni dirette, ma moltissimi anche per fame, freddo, malattia, privazione sistematica. La combinazione di morte diretta e indiretta è una costante storica del genocidio”.
Il dibattito impantanato: “Senza comprendere, non si evolve”
Per il professore, il dibattito italiano – e in parte anche europeo – è immobile. “Rimaniamo impantanati perché nessuno si prende il tempo di spiegare cos’è davvero un genocidio. Si usano i termini come clava o come tabù, senza fare chiarezza. Ma se non capiamo, non possiamo nemmeno agire, né giudicare”.
Orsini non usa toni da tribuna politica, ma la sua analisi è esplosiva nella sua precisione accademica: legittima l’uso della parola genocidio per Gaza, proprio perché lo colloca nel giusto contesto teorico.
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Conclusione: il genocidio non è solo una parola, è una responsabilità storica
In un clima politico e mediatico dove l’uso del termine “genocidio” è diventato una miccia pronta a esplodere, Alessandro Orsini riporta il dibattito alla razionalità. Non è questione di retorica, ma di diritto internazionale, di sociologia della violenza, di storia.
E, implicitamente, lascia aperta una domanda a tutti: se ciò che accade a Gaza corrisponde alle condizioni storiche e teoriche del genocidio, allora la comunità internazionale può ancora permettersi il silenzio?
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