Roma, 8 ottobre 2025 — All’indomani dell’intervista di Giorgia Meloni da Bruno Vespa su Rai 1, il professor Alessandro Orsini pubblica un durissimo intervento in cui accusa la premier di aver “mentito senza contraddittorio” sul sostegno italiano a Israele durante la guerra a Gaza e di aver attaccato i docenti universitari che la criticano.
Il bersaglio: la narrazione del governo su Gaza
Secondo Orsini, Meloni avrebbe negato forniture di armamenti “a sterminio in corso”, ma la smentita è netta: il docente sostiene che Roma avrebbe continuato a rispettare contratti d’armamento firmati prima del 7 ottobre 2023, contribuendo — nella sua lettura — a “rafforzare la macchina bellica israeliana”. La “tecnica di manipolazione”, dice, consisterebbe nel rivendicare l’assenza di nuovi accordi post-7 ottobre tralasciando l’esecuzione di quelli preesistenti.
Nel mirino anche la cooperazione militare con Israele, con riferimenti a scali aerei, porti italiani utilizzati per trasferimenti d’armi (“come a Ravenna”), il mancato arresto del premier israeliano nonostante i provvedimenti della Corte penale internazionale, e l’incontro del 22 dicembre 2024 a Tel Aviv tra il ministro Guido Crosetto e il collega israeliano Israel Katz.
“Professori sotto pressione”: il passaggio sulla libertà accademica
Orsini contesta poi le parole della premier sui “professori invitati nei talk”, rivendicando il ruolo critico dell’università e denunciando un clima di intimidazioni e delegittimazioni verso gli accademici che criticano la linea del governo su Gaza. “Nelle società libere — afferma — i professori non sono tenuti a dire ciò che il capo di governo trova più conveniente”.
Il lessico e il riferimento al Mossad
Il professore usa toni roventi, definendo la premier “Giorgia Mossad” e accusando i servizi israeliani di “menzogne” che “sono arrivate anche in Italia”. È un registro polemico che intreccia denuncia politica e giudizi etico-morali, destinato a riaccendere il confronto pubblico sul confine tra satira, critica e diffamazione.
Il libro come “scudo” legale
Orsini richiama il suo volume “Gaza–Meloni. La politica estera di uno Stato satellite”, che presenta come documentazione a supporto delle sue tesi e, dice, come tutela contro possibili querele. Cita anche la sua ultima intervista su Gaza, in cui definisce il “piano di Trump” un progetto di “pulizia etnica”.
Il nodo politico che resta aperto
Al di là del linguaggio, l’intervento ripropone tre questioni sostanziali:
Continuità delle forniture militari pre–7 ottobre e loro impatto sul conflitto;
Cooperazione operativa Italia–Israele (uso di scali e porti, missioni istituzionali);
Rispetto delle decisioni della giustizia internazionale e posizione dell’Italia.
Sono profili che, se confermati o smentiti nei dettagli, hanno ricadute politiche e giuridiche. Il governo, da parte sua, nella ricostruzione di Orsini viene accusato di omissioni e mezziverità; l’aspettativa, ora, è per repliche puntuali su atti, date e autorizzazioni, terreno sul quale il dibattito potrebbe uscire dalla rissa verbale per tornare ai fatti verificabili.
La chiosa del professore
Orsini conclude rivendicando il proprio ruolo: condanna “tutte le violenze” e promette di “continuare a dire la verità sulla base delle ricerche accademiche”, ribadendo che non accetterà bavagli dall’esecutivo.
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Lo scontro Meloni–Orsini non è solo un duello mediatico: rimette al centro tre questioni dirimenti — continuità delle forniture militari, cooperazione operativa con Israele, rispetto delle decisioni della giustizia internazionale — su cui il governo è chiamato a risposte documentate. L’invettiva del professore esaspera i toni, ma chiama la politica a un terreno verificabile: atti, date, autorizzazioni. Se arriveranno chiarimenti puntuali, il dibattito potrà uscire dalla polarizzazione; in caso contrario, il caso diventerà l’ennesimo indicatore di una frattura profonda tra ragion di Stato, libertà accademica e diritto di critica sulla guerra a Gaza.



















