Il prof. Boeri smonta le balle economiche e del lavoro di Giorgia Meloni – Altro che ripresa, solo disastri – VIDEO

Nella puntata speciale del Primo Maggio di Piazzapulita, Corrado Formigli ha intervistato l’economista Tito Boeri, professore alla Bocconi e direttore del mensile Eco, per fare luce su uno dei temi più delicati dell’attualità economica e politica: la condizione reale del lavoro in Italia. A fronte del messaggio istituzionale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato di “una Repubblica sempre più fondata sul lavoro” e di “un aumento del potere d’acquisto delle famiglie italiane”, Boeri ha fatto un’operazione di “fact-checking”, mettendo in discussione – dati alla mano – la narrazione dell’esecutivo.

“In Italia lavorare non basta più per uscire dalla povertà”

Boeri ha subito chiarito: “Purtroppo non è così. I salari degli italiani hanno perso circa il 10% del loro potere d’acquisto, e nei servizi si è andati anche oltre questa soglia.” Si tratta di una dinamica tutta italiana, ha spiegato, in netta controtendenza rispetto ad altri paesi europei, dove – almeno dal 2021 – le retribuzioni hanno tenuto il passo dell’inflazione. Non così in Italia, dove l’aumento dei prezzi ha superato la crescita dei salari, erodendo la capacità delle famiglie di affrontare le spese quotidiane.

“Oggi lavorare in Italia vuol dire in molti casi essere poveri. Non c’è più questa idea per cui con il lavoro ci si emancipa dalla povertà,” ha denunciato l’economista. Una realtà che smentisce le dichiarazioni ottimistiche della premier: “Non so su quali dati si basino le sue affermazioni. Negli ultimi mesi c’è stato un piccolo recupero, ma se guardiamo dal 2021 a oggi, la perdita di potere d’acquisto è netta e la povertà tra chi lavora è aumentata.”

Il salario minimo: una risposta necessaria

Boeri si è detto favorevole all’introduzione del salario minimo legale, una misura che – secondo lui – “permetterebbe di tutelare i lavoratori con i redditi più bassi”. L’economista ha sottolineato come in passato questa proposta fosse avversata anche da una parte della sinistra, ma che oggi – con il sostegno aperto della segretaria del PD Elly Schlein – sia tornata al centro del dibattito politico. “È un fatto molto positivo,” ha detto, evidenziando come il salario minimo rappresenterebbe un correttivo fondamentale per un mercato del lavoro che ha mostrato di non essere capace, da solo, di garantire una retribuzione dignitosa.

Perché il governo si oppone?

Alla domanda di Formigli sul perché il governo Meloni continui a opporsi al salario minimo, Boeri ha risposto con nettezza: “Perché c’è un’idea di fondo sbagliata: che il lavoro, da solo, basti a emancipare dalla povertà.” È la stessa convinzione – ha aggiunto – che ha motivato lo smantellamento del Reddito di Cittadinanza per le persone in età lavorativa. “Il governo ha detto: ‘lavorate e uscirete dalla povertà’. Ma la realtà dimostra che non è così.”

Il ritorno dei temi sociali: lavoro, povertà e redistribuzione

L’intervista si inserisce in un contesto politico segnato dal riemergere dei grandi temi sociali: la precarietà del lavoro, la povertà relativa, la mancanza di una rete di protezione efficace, soprattutto per i giovani. Boeri, che nel suo mensile Eco si è più volte occupato delle dinamiche distributive post-pandemia, ha ribadito l’urgenza di una nuova agenda politica centrata sulla giustizia sociale: “Non si può continuare a raccontare un’Italia che non esiste. Servono politiche concrete, che riconoscano la realtà dei dati e non la nascondano.”

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L’intervento di Tito Boeri, a pochi giorni dalle celebrazioni del Primo Maggio, suona come un monito severo al governo e, più in generale, alla classe dirigente: è tempo di dire la verità sul lavoro, sui salari e sulla condizione reale delle famiglie italiane. Perché senza verità, non può esserci né fiducia, né futuro.
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